Finale Mondiali 2026: ce n’è abbastanza per tifare Spagna in modo incondizionato

di Andrea Spinelli

Sport e politica sono un connubio indissolubile. Chi non ha mai sentito parlare delle magliette rosse indossate da Panatta e Bertolucci a Santiago del Cile nella finale di Coppa Davis del 1976? Si giocava contro i cileni padroni di casa all’Estadio Nacional, una struttura che era stata teatro di torture ed esecuzioni di massa ai danni degli oppositori del regime di Pinochet. L’Italia fu lacerata da un acceso dibattito politico: prendere parte oppure no a quella finale? Boicottare l’evento in solidarietà al popolo cileno o rischiare di concedere all’efferato regime militare una patente di legittimità? Alla fine l’Italia partecipò e vinse. Ma la scelta di indossare quelle magliette rosse, il colore del sangue e del socialismo di Allende sventolato sotto il nerissimo naso di Pinochet, è forse il ricordo più indelebile di quel momento.

E il calcio? Mai sport fu più politicizzato del caro vecchio pallone. La nazionale italiana giocò i mondiali del 1938 indossando una lugubre maglia nera imposta dal regime fascista. Tornando a tempi recenti, gli europei del 2021 furono invece attraversati dalla protesta “Black lives matter” a sostegno della quale molte squadre decisero di inginocchiarsi sul terreno di gioco poco prima del fischio di inizio in segno di solidarietà. Fedele alla propria tradizione, l’Italia scelse anche in quel caso di giocare di rimessa: gli azzurri si sarebbero inginocchiati solo se anche gli avversari lo avessero fatto, ma sarebbero rimasti in posizione verticale al cospetto delle squadre che non aderivano alla protesta.

Fortunatamente, per quel che riguarda i mondiali in corso, i nostri fallimenti calcistici ci hanno tolto dall’imbarazzo di dover prendere qualunque decisione. Tuttavia in questa edizione della Coppa del Mondo non sono certo mancati i temi politici. Come la contesa Falkland-Malvinas tra Inghilterra e Argentina, lo strascico di una guerra che già in Messico ‘86 caricò di significati extrasportivi la vittoria albiceleste, quella della celebre doppietta di Maradona. Vittoria perfettamente replicata, con nuovo scorno dei Tre Leoni, nella semifinale di Atlanta.

E non possiamo certo tralasciare la telefonata ad Infantino con cui Trump ha di fatto revocato la squalifica dello statunitense Balogun, coprendo di discredito la Fifa più di quanto fosse immaginabile. Guarda caso Trump e Infantino siedono insieme al famigerato “Board of peace”, già da alcuni ribattezzato “Board of genocide”, luogo in cui si determinano le speculazioni economico-finanziarie su quel che resta della Striscia di Gaza.

A proposito, per quale motivo Netanyahu ha espresso pubblicamente il proprio supporto alla selezione argentina augurando a Milei, altro membro del board, di portare in patria la quarta Coppa del Mondo? Come ha ammesso Netanyahu stesso, non è per stima verso Messi, che pure il premier israeliano ha conosciuto di persona. Si tratta di affari. In un sodalizio sempre più compromettente infatti, il governo argentino sta stringendo con Israele una serie di accordi che comprendono ad esempio l’appalto ad aziende israeliane delle risorse idriche della Patagonia. Il tutto tra le proteste della comunità mapuche.

Per quel che mi riguarda, nella finale di domenica, ce n’è abbastanza per riversare sulla Spagna il mio tifo incondizionato. La selezione iberica è infatti l’unica nazionale a rappresentare un paese europeo che ha preso esplicitamente posizione contro il genocidio a Gaza. La stella di questa Spagna è Lamine Yamal, un ragazzo di appena diciannove anni che ha il coraggio di sventolare la bandiera palestinese e che ha risposto alle recenti insinuazioni razziste di Rajoy con una chiarezza che molti leader progressisti possono solo sognare. In questo calcio di ignavi dove i quarantenni Messi e Cristiano Ronaldo si fanno ospitare alla Casa Bianca ascoltando con aria ingenua i più atroci sermoni neocoloniali non mi sembra per niente poco. Anche Yamal del resto, come Panatta e Bertolucci, indossa una maglietta rossa.

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