G8 Genova, in 25 anni ho visto cancellare il contributo femminista a quel movimento

La ricorrenza del G8 di Genova, che ho vissuto 25 anni fa come portavoce nel GSF della rete femministe dell’epoca, è stata per me significativa due volte, da allora: nel decennale del 2011, quando come rivista Marea organizzammo la seconda edizione di PuntoG, che nel 2001 portò la peculiare visione critica femminista alla globalizzazione e anche alle pratiche testosteroniche di parti del movimento. Poi nel ventennale, con l’uscita nel 2021 dell’unico libro, tra i tanti usciti, che ricorda quella voce femminista: Voi siete in gabbia noi siamo il mondo.

Ho fatto mie da decenni le visioni e le analisi di alcune madri del movimento femminista: quella di Nawal Al Sa’dawi, che affermò: “È il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista”. Quella di Christa Wolf: “Tra uccidere e morire scegliamo la terza via: vivere” e infine, quella di Audre Lorde, poeta nera e lesbica: “Non possiamo smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”.

In questo quarto di secolo ho vissuto con crescente malessere la cancellazione dei contenuti vitali, delle proposte costruttive, del pensiero e della pratica nonviolenta femminista che è stata sempre in secondo piano nelle occasioni ufficiali di ricordo del G8. So bene quanto la violenza istituzionale, la morte di Carlo Giuliani, la mattanza alla scuola Diaz, gli arresti e gli abusi alla caserma di Bolzaneto siano eventi così pesanti da rischiare di azzerare ogni ricordo alternativo. Ma rimuovere alcuni pezzi di storia e di memoria, in particolare la storia e il retaggio del pensiero femminista di allora è una scelta, non un obbligo. Così voglio ricordare Lisa Fithian, formatrice nonviolenta nordamericana che testardamente obbligava noi italiane, così poco avvezze a situazioni di grave e inaspettata pressione emotiva, a mantenere la calma, a continuare a discutere, a non crollare nonostante il peso dell’impotenza indotta dalle aggressioni alla città, quelle della polizia così come le incursioni dei black block nei cortei pacifici. Lisa non smise mai di ascoltare, di dare consigli, di fare in modo che nessuna si sentisse abbandonata anche quando la situazione sembrava invivibile. Grazie a lei e ai suoi insegnamenti sono stata capace di consolare una giovanissima attivista olandese, durante l’assalto alla Diaz, che singhiozzava rannicchiata nel sottoscala dell’asilo dinnanzi alla scuola, mentre davanti a noi c’erano i ragazzi e le ragazze che venivano picchiati e prelevati con la forza.

“They kill us all”, ci uccidono tutti, continuava a ripetermi sottovoce mentre la cullavo. Poco prima di andare alla Diaz la polizia aveva fatto irruzione nel nostro edificio, tranciando i collegamenti della radio che trasmetteva in diretta. Era rimasto soltanto un telefono funzionante. Fu così che, intorno a mezzanotte, io e un ragazzo con la metà circa dei miei anni entrammo insieme nella stanza, e fu l’unico momento, in quella lunga notte, in cui sorrisi. “Chiamiamo la mamma?” dicemmo all’unisono. E telefonammo a casa, ciascuno alla propria mamma, io quarantenne e lui ventenne, per dire che stava succedendo qualcosa di brutto, e di farlo sapere al mondo.

Lisa e l’altra formatrice, Starhawk, ci lasciarono, a fine luglio, con una raccomandazione: “Dobbiamo riparare le ferite, non rimuovere nulla di ciò che è successo, accogliere dentro di noi tutto, anche se fa male, prenderci cura – ci dissero prima di ripartire. – Guardare con occhi ben aperti quello che è accaduto e ascoltare tutti e tutte, fare gesti riparatori individuali e collettivi. Non lasciate che lo sconforto e la rabbia vi sovrasti. Il vertice è finito, ma è adesso che comincia il vostro lavoro”. In molte, durante questo quarto di secolo, abbiamo provato a tenere insieme il dissenso con la costruzione di ponti, nonostante la terribile e devastante tendenza alla polarizzazione che sta vincendo in ogni ambito sociale, culturale e politico.

Resto convinta della attualità dello slogan del 2001 Questo mondo non è in vendita e faccio mie le parole di Robin Morgan nel suo Il credo di una donna: “Siamo sospese sull’orlo del millennio. Alle spalle la rovina, davanti nessuna mappa, il sapore della paura acuto sulle nostre lingue. Eppure faremo il salto. L’esercizio dell’immaginazione è un atto di creazione. L’atto di creazione è un esercizio della volontà. Tutto questo è politica. È possibile. Pane. Un cielo pulito. Pace vera. La voce di una donna che canta chissà dove, melodia che spira come fumo dai falò campestri. Congedato l’esercito, abbondante il raccolto. Rimarginata la ferita, voluto il bambino, liberato il prigioniero, onorata l’integrità del corpo, ricambiato l’amante. Magico talento di trasformare i segni in significato. Uguale, giusto e riconosciuto il lavoro. Piacere nella sfida che porta, concordi, a risolvere i problemi. La mano che si alza solo nel saluto. Interni: dei cuori, delle case, dei paesi, così solidi e sicuri da rendere finalmente superflua la sicurezza dei confini. E ovunque risate, sollecitudine, festa, danze, contentezza. Un paradiso umile, terrestre, ora. Noi lo renderemo reale, nostro, disponibile. Noi disegneremo la politica, la storia, la pace. Il miracolo è pronto. Credeteci. Siamo le donne che trasformeranno il mondo”.

Eccola, per me, l’eredità di quei giorni di giugno, e di qualche ora a luglio, di 25 anni fa, da conservare e trasmettere oggi.

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