Giorgia dei due mondi: l’imbattibile amica di Donald, ora sua nemica per la pelle
La zuffa tra Trump e Meloni con espressioni che in genere si usano al bar, vivono di ciò che sta accadendo nel mondo Maga cui il presidente americano tiene più di ogni altra cosa. L’America first, il timbro dell’atto di nascita di questo secondo mandato truumpiano, oggi deve gestire gli effetti collaterali di una guerra praticamente perduta. I sessanta giorni nei quali Usa e Iran dovrebbero certificare i dettagli di una pace precaria e ambigua e soprattutto il passaggio delle navi, con dazio o senza, nello stretto di Hormuz sono anche i giorni in cui Trump cercherà, con parole simili a quelle udite in queste ore, di stanare l’Europa.
È con lui o contro di lui? La disfida parolaia con Meloni dà il senso del tradimento che si vive alla Casa Bianca. Che ha inizio quando la premier italiana, sovranista, si accorge che non solo è impossibile divenire “ponte” tra Bruxelles e Washington, ma che l’amicizia con Trump, sovranista per eccellenza, si rivela tossica.
Il paradosso sovranista spegne così un’amicizia di ferro tra i fuochi del rancore e dell’offesa.
Oggi Giorgia, concludendo l’iter della pratica di divorzio, allontana definitivamente Trump da sè. Ma il recente passato la inchioda a tutto quel che ha fatto o ha taciuto, nell’impresentabile veste dell’alleata irreprensibile, accomodante, comprensiva anche oltre i limiti che il diritto internazionale le concedeva (per tutti valga l’umiliante dichiarazione del ministro degli Esteri italiano sulla teoria del valore di quel diritto “ma fino a un certo punto”). Quando, per esempio, Meloni ha accettato di mandare l’esangue Tajani dal tycoon letteralmente col cappello Maga in mano e fatto accomodare in seconda fila, quale mesto osservatore non pagante della cerimonia inaugurale di quel circo barnum del cosiddetto board of peace, un ibrido tra una società per azioni e una convention repubblicana che dovrebbe seppellire Gaza e tombare i gazawi.
Meloni che oggi ricorda a Trump l’integrità e la difesa degli interessi nazionali ha smarrito la memoria di quando non ebbe modo di condannare il genocidio di Gaza da parte di Israele, l’alleato perfetto di Trump, di quando non ha avuto modo di condannare il rapimento del dittatore venezuelano Maduro da parte delle forze Usa. Ancora tre giorni fa in Parlamento il governo italiano si è rifiutato di sanzionare concretamente il ministro israeliano Ben Gvir che ha guidato le azioni di rappresaglia violenta dei militari sui manifestanti della Flotilla, tra cui tanti italiani.
Ieri dunque l’accondiscenza al tycoon in tutte le sue espressioni di dominio e in ogni attività bellica. Accondiscendenza al limite della genuflessione.
Oggi questa specie di lotta partigiana, di resistenza e di liberazione.
È Giorgia dei due mondi.
Presa di diritto l’imbattibile amica di Donald. Presa di rovescio, sua nemica per la pelle.
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