Gratteri e la lotta alle mafie: quando la politica ignora i migliori, si produce isolamento

Nei giorni scorsi, in occasione del premio Flaiano assegnato al procuratore Nicola Gratteri, ho ripensato ad alcune sue riflessioni. Sulla riforma Cartabia osservò che, prima di legiferare, sarebbe opportuno consultare chi i processi li vive ogni giorno. Da tempo sostiene inoltre che le mafie prosperano anche grazie alle inefficienze dello Stato, indicandone le cause e proponendo interventi strutturali.

Se uno dei magistrati italiani più autorevoli esprime considerazioni di questo rilievo, la politica dovrebbe sentirsi in dovere di interrogarsi, invece di lasciare che quelle parole si dissolvano nel rumore della cronaca. Ciò che dice si può condividere o no, ma il punto è un altro: se chi ha dedicato la vita al contrasto delle mafie ritiene che lo Stato possa diventare più efficace intervenendo su alcuni nodi decisivi, perché la politica non sente il bisogno di confrontarsi con lui?

Una democrazia matura non rinuncia alla propria autonomia se decide di avvalersi di chi ha studiato i fenomeni che essa è chiamata a governare. Nel nostro Paese esistono personalità che hanno trascorso anni a comprendere fenomeni complessi. Molte vengono riconosciute per il loro valore ma molto raramente coinvolte nelle scelte che riguardano gli ambiti che conoscono meglio di chiunque altro.

Non è soltanto una forma di disattenzione. È anche la scelta di non vincolarsi al giudizio di chi conosce davvero i problemi, per conservare la libertà di scrivere norme dettate più dai compromessi politici che dalle soluzioni necessarie. Pesa il timore di figure ritenute ingombranti e la convinzione che l’esperienza possa essere facilmente sostituita. Qualunque sia la causa, il risultato non cambia: chi possiede il patrimonio di conoscenze più prezioso viene ignorato nei processi decisionali.

È qui che nasce una forma di isolamento indotto. Si manifesta quando la politica riconosce il valore delle migliori competenze ma rinuncia ad avvalersene per decidere. Così, senza accorgersene, priva quelle figure non solo della possibilità di incidere ma anche di quell’autorevolezza che deriva dall’essere parte delle decisioni, esponendo maggiormente chi, per il ruolo che ricopre e gli interessi che contrasta, è già tra i più vulnerabili.

È una distanza silenziosa, difficile da percepire e, proprio per questo, più pericolosa. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (di cui oggi ricorre l’anniversario della morte) ne colsero lucidamente i segnali. La storia ci insegna quanto possa costare ignorarli. Perché uno Stato non comincia a perdere quando vengono colpiti i suoi servitori migliori. Comincia a perdere molto prima, quando smette di considerarne l’esperienza una risorsa per decidere.

La politica non è chiamata a fare il magistrato, il poliziotto o il prefetto ma a mettere quelle figure nelle condizioni migliori per lavorare. Le stagioni più efficaci della lotta alle mafie non sono nate per caso ma quando la politica ha sostenuto le istituzioni con uomini, mezzi, organizzazione e una visione di lungo periodo, facendo sistema. È questa la differenza tra amministrare il presente e governare il futuro. Oggi, invece, la politica, sempre più impegnata nella contrapposizione permanente, nella ricerca del consenso immediato e nella difesa dei propri equilibri, ha smarrito quella capacità di progettare che dovrebbe rappresentarne la funzione più alta. Investe, sì, per fare sistema: il proprio, non quello al servizio della collettività.

Lo vediamo soprattutto nella scelta delle classi dirigenti, dove il merito cede troppo spesso il passo all’utilità del momento. Non i migliori ma coloro che sono utili al proprio sistema di equilibri. Ed è qui che si coglie il significato più profondo del principio richiamato da Gratteri.

La volontà politica non consiste soltanto nell’approvare una legge ma nella capacità di amministrare, scegliere i più bravi, ascoltare chi conosce davvero i problemi e costruire le condizioni perché le istituzioni possano esprimere tutta la loro forza. Quando questo non accade, la politica non indebolisce soltanto lo Stato ma anche se stessa, abbassando la propria capacità di guidarlo e consentendo alle organizzazioni criminali di insinuarsi negli spazi lasciati vuoti, intercettando e sfruttando interessi e relazioni che prosperano quando la politica rinuncia alla propria funzione.

La storia italiana ci ha insegnato che le grandi svolte nella lotta alle mafie sono quasi sempre arrivate dopo tragedie che nessuno avrebbe voluto vivere. Non bisogna attenderne altre per ritrovare il coraggio di fare politica nel senso più alto del termine. Il problema oggi non è che la politica non sappia cosa fare. È che troppo spesso preferisce ciò che conviene oggi a ciò che serve domani. È l’esatto opposto del governare.

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