Il nodo sul consenso informato del ddl Valditara è culturale: si possono censurare interventi educativi?
Lo studente si alza in classe e dice, con una forza che colpisce tutti: “Io sono gay. Qui tra voi ci sono quelli che mi hanno bullizzato per anni. Mi piacerebbe che mi diceste ora di cosa avete paura.” In fondo all’aula alcuni ragazzi abbassano lo sguardo, paonazzi. Sono gli stessi che, per anni, lo hanno vessato ma ora restano in silenzio, perché quando non possono usare parole offensive o gesti violenti, spesso, non hanno altri strumenti per esprimersi.
Le operatrici dei centri antiviolenza che vanno nelle scuole da anni conducono laboratori per elaborare situazioni come queste e destrutturare modelli di mascolinità violenti, disinnescare le parole d’odio.
Nelle scuole e fuori dalle scuole si consumano violenze, le giovani generazioni accedono a contenuti pornografici violenti anche a otto anni, gli episodi di violenza di gruppo contro migranti, omosessuali e gli stupri di gruppo commessi da minorenni sono in aumento. Ma il Governo è preoccupato più dagli interventi che potrebbero essere messi in campo per affrontare questi fenomeni, che dalle violenze.
Il ddl Valditara è stato approvato in via definitiva in Senato. Il provvedimento sul “consenso informato” nelle scuole mette i paletti e restringe l’accesso di esperte ed esperti in tema di educazione sessuale e affettiva: pone il divieto di attività di questo tipo nella scuola dell’infanzia e primaria e, per medie e superiori, l’obbligo di una autorizzazione scritta preventiva da parte delle famiglie. Siamo di fronte ad un colpo di coda in materia di prevenzione alla violenza di genere.
Il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna che da anni contribuisce con le proprie operatrici a sensibilizzare gli studenti e le studentesse su discriminazioni contro le donne, l’omofobia e il razzismo, critica la scelta del Governo e lo ritiene un attacco all’autonomia educativa della scuola pubblica.
Dietro la formula apparentemente neutra del “diritto delle famiglie a scegliere” c’è l’obiettivo di ridurre gli spazi di intervento educativo su temi come l’educazione sessuale e affettiva, limitando così i percorsi di prevenzione nelle scuole. Una scelta che finisce per ricondurre nella sfera privata questioni sociali.
Il punto centrale del lavoro politico dei centri antiviolenza è che la violenza di genere non può essere affrontata come un fenomeno isolato o esclusivamente familiare. Essa affonda le proprie radici in una struttura culturale profonda, fatta di stereotipi, disuguaglianze e rapporti di potere ancora sbilanciati tra uomini e donne. In questo senso, la prevenzione non può che passare da un lavoro educativo continuativo, capace di intervenire proprio nei luoghi in cui si formano le coscienze.
L’introduzione del consenso informato, mutuato da contesti come quello sanitario o del trattamento dei dati personali, la dice lunga sulla posizione politica dell’attuale Governo sul lavoro di destrutturazione di stereotipi e pregiudizi: le politiche di destra si fondano proprio sulla perpetuazione di stereotipi e pregiudizi sessisti, razzisti e omofobi. La loro visione della società si basa su gerarchie di potere che una dentro l’altra, come scatole cinesi, mantengono in essere asimmetrie di potere tra donne e uomini, tra chi ha la cittadinanza e chi non l’ha, tra eterosessuali e omosessuali, tra ricchi e poveri.
È questo il motivo per cui l’unica risposta che le destre riescono a mettere in atto, tuttalpiù, è quella securitaria e repressiva. Basterebbe ricordare, a questo proposito, la frequente strumentalizzazione del tema della violenza sessuale in chiave anti-immigrazione, invece sappiamo che la violenza sessuale può essere commessa in qualunque contesto.
Allo stesso modo, la cronaca è ricca di episodi e dichiarazioni violente e sessiste pronunciate da rappresentanti politici della destra nei confronti di avversarie politiche, persone migranti e persone omosessuali.
È questa la contraddizione profonda che attraversa queste posizioni politiche e che finisce per riflettersi anche sulle scelte politiche: da un lato la propaganda sulla tutela e sull’ordine sociale, dall’altro la riproduzione — esplicita o implicita — di linguaggi e dinamiche che alimentano stereotipi e discriminazioni.
Il ddl Valditara è un chiaro segnale politico che era arrivato già con lo stop al ddl sul consenso che modificava la legge attuale sulla violenza sessuale. La diffidenza verso diritti, la parità e il contrasto alla discriminazione contro le donne è palese. Il cambiamento culturale che renderebbe la società più equa, pacifica e vivibile per le persone ancora oggi penalizzate per scelte che dovrebbero essere libere mina l’ideologia e la storia politica della destra.
In un contesto sociale attraversato da episodi di violenza e dalla normalizzazione di linguaggi d’odio, la riduzione degli strumenti educativi è un rischio concreto. Non perché la scuola debba sostituirsi alla famiglia, ma perché dovrebbe affiancarla nel fornire strumenti critici per interpretare la realtà, a partire dai temi del consenso, del rispetto e delle relazioni affettive.
Il nodo, allora, non è solo giuridico o organizzativo. È profondamente culturale. Si possono censurare interventi educativi? Per i centri antiviolenza la risposta è chiara: ogni volta che si restringe lo spazio del dibattito su questi temi, si indebolisce la prevenzione e si rischia di riportare la violenza di genere in una dimensione privata e invisibile, proprio quella che per decenni ne ha permesso la perpetuazione. Non c’è da stare con le mani in mano.
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