Veganismo e teoria queer sono compagni di strada: i diritti sono di tutt* o restano privilegi

di Lisa Marino

Il mese del Pride è arrivato. Per tutto giugno e oltre, varie città si tingono di arcobaleno, mentre canti, balli e lustrini riempiono le vie dei vari luoghi. Ebbene, quando si parla di Pride si tende a pensare subito a questo. Eppure non si tratta soltanto di colori e scintillio. Tutt’altro. A cominciare dalla sua storia, che ha visto emergere tutta la forza dei corpi in lotta e della solidarietà collettiva.

Ma dove nasce il Pride e perché si celebra a giugno? Perché “la prima volta fu rivolta” e avvenne la notte tra il 27 e il 28 giugno 1969 a New York. All’epoca l’omosessualità era considerata reato, ragion per cui i locali che ospitavano persone appartenenti alla comunità omosessuale operavano in condizioni di clandestinità. Proprio per questo, le irruzioni da parte dei corpi di polizia in questi luoghi erano frequenti e violente, fino a quando, quella notte, le persone colpite dall’ennesima repressione dissero “basta”. Dipendenti e frequentatori del locale Stonewall Inn, ma anche persone che si erano radunate in segno di solidarietà, diedero vita a un moto di resistenza spontanea che durò diverse notti, registrando decine di feriti e oltre venti arresti.

Quella data segnò l’inizio di una nuova era: i “moti di Stonewall” sono infatti considerati l’atto di nascita del moderno movimento Lgbtqia+ in tutto il mondo.

Da quel giorno, il Pride è diventato ovunque un grido di rivendicazione. Un momento di memoria. Un fiume di corpi in movimento che rivendicano esistenza, visibilità e diritti. Perché, ricordiamolo, i diritti o sono di tutt* oppure restano privilegi. E in quanto attiviste antispeciste, siamo solidali con tutte le soggettività oppresse e con ogni atto di resistenza contro il sistema che opprime.

Ma cosa accomuna in senso più profondo l’etica antispecista e la teoria queer? Ad esempio, il fatto che al “mangiar carne” sia connessa l’immagine della virilità. Storicamente, infatti, una dieta carnista è legata all’ideale di mascolinità, dunque alla riproduzione e all’eterosessualità. Nel libro Carne da macello. La politica sessuale della carne, Carol J. Adams argomenta che “chi detiene il potere ha sempre mangiato carne (…) simbolo del dominio maschile. Secondo la mitologia della cultura patriarcale, la carne promuove la forza” e, di contro, “sfidando l’etica comune che gli animali esistono per il consumo degli umani, per estensione si sfida il mondo in guerra”. Tutto ciò fa sì che l’uccisione di animali per cibarsi possa essere intrinsecamente ritenuta “una questione femminista”.

A ben vedere, la “binarizzazione oppositiva” (maschio/femmina, eterosessuale/non eterosessuale, umano/animale) è fondamento di tutte le oppressioni e le rafforza a vicenda. Fino a delineare quello che possiamo chiamare “asse del privilegio”, che pone al vertice l’essere umano, maschio, eterosessuale, bianco, abile, proprietario, adulto e mangiatore di animali. Allontanarsi da questo vertice comporta il discostarsi dalla norma e disattendere sempre più l’immagine del corpo ritenuto adeguato e conforme.

E qui emerge il potenziale sovversivo che accomuna veganismo e lotta queer: la critica dell’ossessione “binarizzante” che pervade il sistema, che radica le proprie fondamenta sul binarismo di genere, traccia una linea divisiva tra essere umano e animale e stabilisce, in ultima analisi, chi mangia e chi viene mangiato.

Insomma, come osserva Marco Reggio in Vegan Antispecista, la messa in discussione dell’eteronormatività e dell’antropocentrismo sono accomunati dal fatto che “così come i soggetti non eterosessuali antepongono il piacere e l’affettività alla procreazione, analogamente le persone vegane erodono la supremazia umana, cioè l’idea che la riproduzione della nostra specie sia un valore in sé”. E, parafrasando Rasmus R. Simonsen in Manifesto queer vegan, “veganismo e teoria queer sono compagni di strada, poiché entrambi sviluppano una critica alle spinte sociali normalizzanti”.

E nei Santuari di Animali liberi, la missione è proprio quella di agire nel concreto contro la normalità di un sistema basato sull’annientamento e lo sfruttamento degli Animali non umani. Ogni giorno resistiamo accanto ai corpi considerati sacrificabili. Di qualunque specie. E militiamo affinché il nostro antispecismo cospiri in alleanza e sinergia con tutte le altre lotte, consapevoli che le oppressioni si rafforzano a vicenda e affinché i rifugi siano ciò che devono essere: avamposti del mondo che vorremmo; pionieri di un’autentica liberazione.

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