Il Paese che “non ha eguali nel mondo del lavoro” lascia partire 100mila persone l’anno. Ma questo Calderone non lo dice
Il 20 luglio la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone era ospite del Giffoni Film Festival per la presentazione del film Il quaderno di Tommaso, promosso dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro – l’organizzazione che la stessa Calderone presiedeva prima di diventare ministra, e che oggi è guidata da suo marito. A margine dell’evento le è stata rivolta una domanda semplice, ovvero cosa direbbe a un giovane che lascia l’Italia per trovare lavoro. La risposta, sfuggita alle agenzie di stampa e ignorata da diversi quotidiani il giorno stesso, è finita in un video che ha iniziato a girare sui social nei giorni successivi, trasformandosi nell’ennesimo caso di comunicazione istituzionale nato morto in TV e risorto (male) online.
Calderone ha dichiarato che il sistema del lavoro italiano è talmente evoluto che l’apparato di contratti collettivi e garanzie non ha eguali in Europa e, di conseguenza, nel mondo. Ha poi aggiunto che i giovani dovrebbero farsi assistere dai tecnici del settore per confrontare le offerte estere con quelle italiane, prima di partire. E ha chiuso con la frase che, tagliata e ricondivisa migliaia di volte su TikTok e Instagram, ha fatto il resto. L’Italia non è solo il Paese più bello del mondo, ma offre anche “buone garanzie”.
È qui che il video ha smesso di essere una dichiarazione istituzionale e ha iniziato la sua seconda vita, quella social, dove ogni frase viene isolata dal contesto e restituita al pubblico nella sua forma più tagliente. Perché il problema è quello che la ministra ha evitato di dire. Le tutele contrattuali, per quanto solide sul piano normativo, valgono solo per chi un contratto lo ha davvero. E in un mercato del lavoro dove – secondo l’OCSE – a inizio 2024 i salari reali italiani erano ancora del 6,9% sotto i livelli pre-pandemia, e dove l’Italia resta l’unico Paese Ue in cui i salari reali sono scesi dal 1990 a oggi, la tutela diventa un dettaglio quasi decorativo di fronte a una busta paga che non basta ad arrivare a fine mese.
I numeri, quelli che la ministra non ha citato, raccontano una storia diversa da quella del Paese “senza eguali”. Secondo l’Istat, nel 2024 gli espatri di cittadini italiani sono arrivati a 156.000, contro appena 53.000 rimpatri, con una perdita netta di oltre 100.000 persone in un solo anno. Si tratta di un’emorragia che accelera perché rispetto al 2023 gli expat sono aumentati di oltre un terzo, mentre i rientri sono calati.
Il vero cortocircuito comunicativo, quello che i social hanno fiutato immediatamente, è nell’invito ai giovani a “farsi assistere dai tecnici” prima di accettare un’offerta all’estero. Detto da chi ha guidato per anni l’Ordine dei consulenti del lavoro, suona meno come un consiglio paterno e più come un modo elegante per insinuare che chi se ne va non ha semplicemente valutato bene i numeri – come se all’estero non si stesse davvero meglio, ma solo si avesse fatto male i calcoli. È una narrazione che sposta la responsabilità dal sistema all’individuo, e che online funziona da innesco perfetto. Nei commenti sotto il video, tra chi fa ricerca scientifica e si trasferisce all’estero perché sottopagato in Italia e chi ricorda che i salari sono “fermi agli anni 90”, il sentiment non lascia margini di ambiguità.
C’è poi la frase più citata, quella sull’Italia “Paese più bello del mondo”, che i social hanno subito riconosciuto come l’argomento tipico di chi non ha nulla di concreto da controbattere. È il jolly finale che si gioca chi critica gli expat senza numeri alla mano, come se il conto in banca si ricaricasse con la luce del Mediterraneo e le bollette si pagassero con la vicinanza a un sito Unesco. Sentirlo pronunciare dalla ministra del Lavoro, più che rassicurare, conferma quanto i luoghi comuni da bar dominino ancora l’immaginario di chi dovrebbe occuparsi di policy basate sui dati.
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