Il paradosso del Mose: salva Venezia dalle maree, ma sta distruggendo l’ecosistema della laguna. “Evitare le chiusure non necessarie”
Il Mose tiene all’asciutto e salva Venezia, ma rischia di uccidere l’ecosistema della Laguna, che con i suoi 550 chilometri quadrati è la più vasta del Mediterraneo. Il timore aleggia da sempre sul progetto delle barriere mobili alle bocche di porto, che se impediscono al mare di entrare con tutta la sua forza oltre le isole del Lido e di Pellestrina, hanno l’effetto non secondario di impedire il naturale ricambio di acqua e sedimenti, con ciò che comporta in termini di sopravvivenza delle barene. L’allarme si è tradotto in uno studio pubblicato dalla rivista “Nature Water” e realizzato da un’équipe di ricercatori dell’Università di Padova che fa capo al dipartimento di Geoscienze. Hanno contribuito al lavoro i dipartimenti di Territorio e Sistemi Agro-Forestali e di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale, oltre all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale e nonché l’Università inglese di Southampton. L’indagine ha preso l’avvio da una considerazione ormai nota: la mancanza delle paratoie, come sta dimostrando l’esperienza iniziata nel 2020, condannerebbe Venezia ad essere periodicamente sommersa, ma il loro utilizzo prolungato causa effetti, anche gravi, sull’ambiente lagunare. È possibile una via di mezzo, un calcolo preventivo che ottimizzi i benefici, senza esaltare gli effetti negativi? “Le chiusure riducono l’apporto di sedimenti alle barene, ambienti ricchi di biodiversità che accumulano carbonio, attenuano il moto ondoso e crescono verticalmente grazie ai materiali depositati durante alte maree e mareggiate. Le barene sono formate da una vegetazione alofila, resistente alle acque salmastre, che opera la fotosintesi e cattura il carbonio dell’anidride carbonica trasformando il tessuto vegetale. “Sono importantissime, più efficaci delle foreste” spiega a ilfattoquotidiano.it il professore Andrea D’Alpaos, ingegnere idraulico, coordinatore del gruppo di lavoro padovano.
I ricercatori hanno analizzato con modelli matematici le 69 chiusure del Mose che si sono verificate tra il 2020 e il 2023. “Secondo i risultati – è scritto nello studio – nel 30 per cento dei casi una strategia alternativa avrebbe consentito di evitare la chiusura senza compromettere la sicurezza urbana”. Il confronto è avvenuto su tre scenari. Il primo contemplava “la Laguna con le bocche di porto sempre aperte”, il secondo la gestione del Mose come è avvenuta realmente, la terza “una strategia alternativa e ottimizzata, denominata AThOS” che ha lo scopo di ridurre il numero e la durata delle chiusure. Un accordo dei soggetti pubblici che decidono in una cabina di regia la politica del Mose ha fissato l’avvio delle procedure di innalzamento delle barriere quando è prevista una marea di 110 centimetri. Naturalmente non sempre le previsioni si verificano, anche perché condizionate da diversi fattori, come la direzione e l’intensità del vento. Inoltre va considerata la durata delle chiusure, perché impediscono più o meno a lungo il ricambio di acqua in laguna. Al progetto AThOS hanno contribuito numerosi ricercatori, tra cui Alvise Finotello, Alessandro Michielotto e Luca Carniello. Le 69 chiusure hanno ridotto l’allagamento della barena (che ha una superficie di 43 ettari) del 27,5 per cento, raggiungendo punte superiori al 75 per cento; contemporaneamente la profondità media dell’acqua è diminuita di circa il 45 per cento. L’effetto? “Nel periodo esaminato le chiusure hanno ridotto del 32 per cento l’accumulo di sedimento sulle barene. La perdita equivale a una riduzione media della crescita verticale di 2,6 millimetri l’anno, a fronte di un innalzamento relativo del mare di circa 4-5 millimetri annui”.
In una parola, le barene si sono inabissate, mentre il mare si è alzato. Le simulazioni hanno cercato di capire la reale efficacia dell’uso del Mose, raggiungendo la conclusione che “la durata annuale delle chiusure è stata mediamente più che doppia rispetto a quella strettamente necessaria. Sarebbe stato possibile evitare circa il 30 per cento delle chiusure, vale a dire una ventina di eventi su 69 totali”. “Con il modello AThOS – aggiunge D’Alpaos – la riduzione della superficie di barena allagata sarebbe scesa dal 27,5 per cento al 2,9 per cento e la sedimentazione sarebbe aumentata del 19 per cento, recuperando circa 1,3 millimetri l’anno di crescita verticale”. Troppo poca acqua lascia allo scoperto la barena e riduce in modo drastico l’accumulo di sedimenti, quindi la consistenza della barena stessa. La soluzione sta in una gestione elastica del Mose, che non ha solo influenza sulle barene, ma anche sulla programmazione dei traffici di navi del porto di Venezia. “La prospettiva è di una gestione adattiva, capace di valutare quando la chiusura sia realmente necessaria e di limitarne la durata. È in questa direzione che si trova la possibilità concreta di proteggere insieme il patrimonio storico, culturale e urbano della città e l’integrità dell’ecosistema lagunare”, conclude D’Alpaos.
L’articolo Il paradosso del Mose: salva Venezia dalle maree, ma sta distruggendo l’ecosistema della laguna. “Evitare le chiusure non necessarie” proviene da Il Fatto Quotidiano.
