Non se ne può più di questi articoli sui ragazzi da 100 e lode!

di Nicolò Rossit

Non se ne può più di post e articoli agiografici sui maturi meritevoli. Non se può più nemmeno di questo ritrito e nauseante concetto del merito, a dirla tutta. A luglio spuntano come funghi questi trafiletti sui giornali locali e, peggio ancora, sui giornali nazionali: fiumi di parole per celebrare i risultati scolastici di questi ragazzi usciti con voti dal 100 al 100 e lode, con buona pace di chi si ferma al 99 e non si merita nemmeno una pacca sulla spalla. Anni e anni di retorica su quanto il voto numerico non conti nulla buttata nel cesso. Il risultato conta eccome, ed è sicuramente fondamentale in questo spirito arrivista che permea la nostra società e che viene perpetrato proprio anche da articoli e post come questi.

Di solito sono di due tipi: uno più evoluto dell’altro. Il primo, la versione basic con gli optional di serie, è una semplice esaltazione della performatività individuale tipica del capitalismo nonché necessaria alla sopravvivenza del capitalismo stesso. Si tratta semplicemente di una narrazione di quanto il ragazzo/a in questione sia un prodigio, dei suoi piani per il futuro e chiude solitamente con qualche dichiarazione soddisfatta dei famigliari. Il secondo tipo è invece retoricamente più ricercato perché mescola l’esaltazione della performatività di cui sopra con il vittimismo. È però un vittimismo per conto terzi: se siamo soliti imbatterci in personaggi che si raccontano come vittime, in questi casi la vittima non si autonarra come tale ma lo diventa perché trasformata dalla testata o dal giornalista di turno che ne narra le incredibili gesta. E indovinate un po’? Anche il vittimismo è funzionale all’alimentazione dell’immaginario capitalista che è poi lo stesso dell’American dream e del self-Made man che ce l’ha fatta da solo partendo dalla situazione di piccolo fiammiferaio.

I protagonisti di questa seconda tipologia agiografica sono solitamente ragazzi che partono da una situazione svantaggiata che sia per motivi economici, famigliari o di salute. Un plauso a loro, certo, ma il nostro pensiero quando leggiamo articoli del genere dovrebbe rivolgersi a tutti coloro che pur partendo da una situazione svantaggiata non sono comunque riusciti a raggiungere la vetta, rappresentata in questo caso dal 100, meglio se con lode. Questo mix micidiale di celebrazione e vittimismo ha come sottotesto il “ce la puoi farcela anche tu” di Zaloniana memoria, per cui se non ce la fai è solo colpa tua.

Sarebbe anche ora di liberarsi da questa retorica tossica e iperindividualistica che mira a trasformare il senso di colpa per non avercela fatta in un motore di performatività capitalista.

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