‘Odissea’ riporta al cinema i ragazzi ma non pretende certo di insegnargli Omero
di Ilaria Muggianu Scano
Se lo sguardo di Christopher Nolan sull’Odissea non ha la pretesa di insegnarci a rileggere il capolavoro di Omero, ha certamente il merito di addestrarci a studiare lo sguardo dei ragazzi sul grande cinema.
Ho visto il film qualche giorno dopo la prima, in quel momento in cui chi assiste non lo fa certo spinto dal massiccio hype costato la bellezza di 125 milioni di dollari dei 375 investiti dalla produzione. Ho avuto la sensazione che tanti dei ragazzi abbiano, legittimamente, sfruttato il proprio bonus cultura, scelto un po’ il film che passava il convento, perché interesse se ne rilevava ben poco: uscivano ed entravano in sala in continuazione, compresi i momenti salienti della narrazione, sacrificando buona parte della visione. Una ragazzina si estirpava le sopracciglia con la luce del cellulare, una si pettinava mentre Sinone agonizzava, altre erano impegnate in un andirivieni con bibite e pop corn mentre il cavallo faceva irruzione a Troia.
Pensavo che del resto siamo nel paese in cui Manzoni è stato demansionato all’interno delle linee guida ministeriali, l’unico Premio Nobel donna per la Letteratura non riceve neppure un premio di consolazione fra le tracce dell’esame di stato – ex maturità, e davvero poco avremmo da mettere i puntini sulle “i” al buon tentativo di Nolan. No, non si tratta di adeguarci al consolatorio beati monoculi in terra caecorum, Nolan ha realizzato un capolavoro.
Non sono un’operatrice cinematografica quindi posso compiere una riflessione da un altro ingresso, la porta della critica letteraria, perché è il mio lavoro su giornali e tv.
Il film è magnificente, i milioni di dollari investiti dalla produzione traspaiono con evidenza e si perdona persino qualche anacronismo: “Sono un veterano della guerra di Troia”, che richiama, più o meno, intenzionalmente, atmosfere vietnamite, fuori categoria, esattamente come il “papà” di Telemaco, pronunciato da Antinoo. Qualche consiglio per gustare il bel film con la giusta disposizione mentale: rinunciate voi alla qualità antonomastica di Ulisse, per la quale amiamo l’Odissea da millenni, cioè la mêtis greca (riduttivamente sempre tradotto con astuzia)?Rinunciate voi a Nausicaa, Feaci e Lotofagi? Rinunciate voi allo scontro dialettico con Polifemo (“Chi sei?” – “Sono nessuno”)? Credete voi che nel più manifesto parallelismo con il presente, sia più riconoscibile il mito delle razze di Esiodo che qualsiasi riferimento omerico?
Ecco, siete pronti a un americanissimo Guerre stellari con la variante dei Lestrigoni, ma anche il viaggio di ogni uomo dentro se stesso, il confronto con il sacro, sempre più trascurato dal grande cinema mondiale. Uomo inteso come umanità tutta.
Corre l’obbligo di precisare perché l’opera è dichiaratamente femminista: la strategia di marketing, oltre alla scelta della bellissima Elena/Clitemnestra Lupita Nyong’o dalla pelle d’ebano, confidanti nella sommossa mainstream analoga a quella recente verso la sirenetta di Rob Marshall, interpretata dall’afroamericana Halle Bailey, punta su dialoghi ispirati alla guerra al patriarcato assieme a quella contro i troiani, per un’opera, se non ancora irenico, certamente pacifista.
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