“Processo contro silenzio, menzogna e depistaggi. Giulio Regeni privato della condizione di essere umano”, la requisitoria del pm Colaiocco
“Il processo che oggi giunge a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri. È stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi“. Dopo anni di attesa, mancate collaborazioni ed ostruzionismo da parte dell’Egitto e normalizzazione politica e commerciale nell’asse tra Roma e il Cairo, nel segno della realpolitik e dei rapporti commerciali, sono le parole del pm Sergio Colaiocco ad aprire nell’Aula bunker di Rebibbia a Roma, il giorno più atteso. Quello della requisitoria del pubblico ministero, nel processo sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore scomparso in Egitto dieci anni fa, il 25 gennaio 2016. E ritrovato senza vita, con visibili segni di tortura, il 3 febbraio seguente, lungo la strada tra il Cairo e Alessandria.
Gli imputati
Un processo che vede imputati quattro 007 egiziani del regime di Al Sisi. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato, ndr). Dopo che anche le ultime eccezioni sollevate dalle Difese erano state respinte, il dibattimento è stato così dichiarato chiuso dalla presidente della Corte d’Assise, Paola Roja, dando il via alla requisitoria, con la sentenza attesa ora a settembre.
“Secondo l’ordine naturale delle cose, questi fatti avrebbero dovuto essere accertati e giudicati nel luogo in cui furono commessi. Sarebbe stato compito dell’Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia”, ha esordito Colaiocco. Ma quel che “si è progressivamente rivelato è stato l’esatto contrario: un sistema di ostacoli, di opacità, di resistenze, di chiusure che ha reso via via evidente una conclusione tanto semplice quanto drammatica. Che questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo”.
La tortura protratta
Secondo il pm quello che viene giudicato nel processo “non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia. Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia. Giulio Regeni”.
Colaiocco ha voluto ricostruire la figura del ricercatore, spazzando ancora una volta via, testimonianze, dati e prove alla mano, qualsiasi illazione: “Occorre trarre una conclusione netta sulla pista inglese. Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione. E deve dirsi oggi, con assoluta chiarezza, che da quel versante non è emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni”. Tradotto, soltanto propaganda e falsi tesi, quelle riprese negli anni e rievocate anche da pezzi della politica italiana. Al contrario, è nell’Egitto di Al Sisi e negli apparati di intelligence del Cairo che si trovano le responsabilità del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio.
“Giulio non era una spia”
E ancora, Colaiocco ha ribadito una volta per tutte che il ricercatore italiano “non era una spia“: “È doveroso affermare che ogni aspetto dell’attività svolta da Giulio Regeni nel Regno Unito è stato chiarito in modo definitivo. Ciò vale per i rapporti scientifici tra Giulio e la professoressa Maha Abdelrahman prima della partenza per il Cairo; per le relazioni attribuite alla professoressa con la Fratellanza Musulmana o con apparati di intelligence britannici, relazioni rimaste sul piano della mera illazione; per l’assenza assoluta di qualsiasi elemento che possa anche soltanto far ipotizzare un rapporto tra Giulio Regeni e i servizi di intelligence del Regno Unito”.
Per questo motivo Colaiocco ha ricordato come Giulio Regeni fosse “un cittadino italiano. Un giovane ricercatore. Un uomo libero. Un uomo che il 25 gennaio del 2016 entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza. Da quel momento Regeni non è più una persona – ha aggiunto Colaiocco nella requisitoria dall’aula bunker di Rebibbia – , ma diventa un corpo sequestrato. Diventa un soggetto da piegare. Diventa un destinatario di violenza. Diventa, per chi lo detiene, materia su cui esercitare il potere assoluto”.
L’ostinazione della famiglia Regeni
Ma se il processo è andato avanti, questo è stato possibile soltanto grazie all’ostinazione della famiglia, Paola Deffendi e Claudio Regeni, assistiti dall’avvocata Alessandra Ballerini. “Oggi la Procura di Roma ricostruirà fatti e responsabilità, domani toccherà a noi parti civili. Sono 10 anni e mezzo che aspettiamo questo momento. Siamo emozionatissimi e carichi di responsabilità e aspettative anche di tantissimi italiani: più che fiducia è ormai una fede”, ha spiegato la stessa Ballerini, arrivando all’Aula bunker di Rebibbia. La stessa che, insieme ai genitori di Giulio, ha più volte ricordato le ingiustizie subite dal governo Meloni, così come dagli esecutivi precedenti, che hanno scelto la strada della pacificazione con il Cairo, tra vendite di armi e fregate, sfilate di ministri e rapporti commerciali ristabiliti come se nulla fosse mai accaduto. Tutto mentre promettevano – soltanto a parole – sostegno e vicinanza nella ricerca della verità.
Così se il processo è andato avanti è stato grazie alla magistratura italiana, che non si è arresa di fronte alla mancata collaborazione dell’Egitto di Al Sisi. Altrimenti, ha ricordato Colaiocco, “questa verità sarebbe rimasta sommersa. Questa morte, se non fosse stata portata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all’oblio. E allora la giurisdizione italiana si è assunta appieno le proprie responsabilità”. E ancora: “La tortura e l’omicidio non possono trovare riparo dietro i confini. Neppure la ragion di Stato può diventare ragione di impunità”. E non è mancato il riferimento alle parole del capo dello Stato, Sergio Mattarella, nel decennale della morte: “La più alta delle istituzioni, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha più volte in questi dieci anni ribadito che verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale. Nonché l’impegno del nostro ordinamento affinché sia fatta piena luce sulle circostanze e le responsabilità che segnarono il tragico destino di Regeni”.
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