Salari da fame, corruzione e carovita: chi sono e perché protestano gli albanesi da 22 giorni in piazza contro Edi Rama

Nata come mobilitazione dei giovani della “Rivoluzione dei fenicotteri” contro un resort di lusso legato a interessi vicini al genero e alla figlia di Donald Trump, le proteste in Albania sono diventate il contenitore di un malcontento più ampio: stipendi e pensioni bassi, corruzione e costo della vita in crescita.

“Sono più che arrabbiato. Sono furioso. Faccio il carrozziere, ma con 500 euro al mese cosa faccio?”. A parlare è Jergi, 63 anni, bandiera albanese sulle spalle, a pochi passi da piazza Skënderbeg, cuore delle manifestazioni. Ha vissuto vent’anni in Italia prima di tornare in Albania. Come molti lavoratori, guadagna tra i 400 e i 500 euro al mese mentre i prezzi continuano a salire. “Fare la spesa qui costa più che in Italia”, racconta esasperato il residente. Salari da fame e pensioni minime alimentano la rabbia per le strade di Tirana. “Nel 1991 avevo visto le proteste dopo la caduta del comunismo, ma non così. Questa è straordinaria”, aggiunge l’uomo. Da settimane, ogni sera, decine di migliaia di persone tornano a manifestare pacificamente nel centro di Tirana. «Dopo 22 giorni siamo ancora qui e siamo più di prima», dice dal palco un giovane promotore. Molti manifestanti arrivano dalla diaspora e stanno dando nuova energia al movimento. Quando chiediamo a Jergi la differenza con il passato, risponde: «I giovani. Noi confidiamo in loro. Chi è al governo è corrotto». Dal palco si parla anche di Unione Europea e degli ostacoli che impediscono all’Albania di farne parte, tra cui corruzione e criminalità organizzata. L’ingresso in Europa resta un obiettivo centrale, ma per molti il primo passo è chiaro: le dimissioni del primo ministro Edi Rama. “Dobbiamo essere sempre di più”, ripetono i manifestanti al grido di “Rivoluzione”. Tra le strade illuminate del centro, ogni giorno adulti, giovani e anziani si ritrovano alle sette di sera per tornare a sfilare. Una presenza costante che ha trasformato la protesta in un appuntamento quotidiano, sempre più partecipato. Nel rumore dei cori e delle bandiere, il messaggio resta lo stesso: un cambiamento profondo che, per chi è in piazza, non può più aspettare.

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