Senza Brexit l’Unione europea oggi sarebbe più forte? Onestamente credo di no
La ricordo come fosse ieri, la notte della Brexit; eppure sono passati dieci anni. I dati che iniziano ad arrivare dall’Inghilterra rurale contraddicono sondaggi ed exit poll circolati fino a poco prima della chiusura dei seggi, che davano i ‘remain’ in vantaggio sui ‘leave’. Il margine a favore di chi vuole lasciare l’Unione europea è esiguo, anche se costante: la notte avanza, chi – come me – tifa perché la Brexit sia sconfitta spera nei voti della Scozia, dove i ‘remain’ prevalgono in modo netto, e poi in quelli di Londra, dove pure vincono i ‘remain’.
Ma, alla fine non basta: il ‘leave’ vince con il 51,9% dei voti: oltre 17 milioni di persone vogliono andarsene dall’Ue, l’Inghilterra e il Galles, gli anziani, la gente senza titolo di studio, i meno abbienti; vorrebbero rimanere i giovani, i laureati, chi ha un reddito alto. Lo shock è forte: travolge la politica, dove il premier conservatore David Cameron, promotore del referendum, scommetteva sull’esito opposto e si dimette; e l’economia, dove i finanzieri e gli investitori paventano contraccolpi imprevedibili; c’è ansia e incertezza a Londra come a Bruxelles e nelle capitali dei 27, dove la Brexit appare uno spauracchio.
Per la società britannica, è stato il peggiore scossone dalla Seconda Guerra Mondiale: ci vollero oltre tre anni e mezzo per mettere a punto l’accordo di recesso, firmato il 1° febbraio 2020. E ci volle quasi un altro anno di transizione perché la separazione divenisse effettiva, il 1° gennaio 2021, in tutti i suoi aspetti, amministrativi, burocratici, commerciali e – il più drammatico e percepibile – di libera circolazione delle persone e delle merci. Nel giugno del 2019, in pieno guado, europei e britannici furono attori di uno spettacolo surrealista: elessero un Parlamento europeo con dentro 73 eurodeputati britannici ‘provvisori’, perché già si sapeva prima o poi se ne sarebbero andati.
Dieci anni dopo, i sondaggi dicono che i britannici si sono pentiti, che, se si si votasse oggi, dopo avere fatto l’esperienza della Brexit, il risultato sarebbe rovesciato. Ma vatti a fidare dei sondaggi: anche allora dicevano di stare tranquilli, che alla fine non sarebbe successo nulla. Invece, saltò fuori una maggioranza di britannici disposta a seguire quel pifferaio di Hammelin che si rivelò essere Nigel Farage.
E oggi, nonostante i britannici si siano apparentemente ricreduti su quel voto, gli corrono ancora dietro, stavolta sui sentieri della politica interna e del contrasto all’immigrazione. Vecchie solfe, risposte semplici – e fallaci – a problemi complessi. Il Regno Unito ha perso due doti tradizionali, solidità e stabilità: in dieci anni, ha cambiato sei premier – cinque conservatori e uno solo laburista – e otto governi; e sta per conoscere un settimo leader, con l’avvicendamento in atto tra Keir Starmer e Andy Burnham. Roba da Italietta nei momenti peggiori della prima Repubblica.
Quasi per assurdo, per ritrovare quel che hanno perduto, i britannici pensano di affidarsi a chi gliel’ha tolto. Del resto, è già successo negli Stati Uniti: non contenti d’avere eletto una prima volta Donald Trump, gli americani lo hanno rieletto, ridandogli fiducia nonostante i disastri già combinati nel primo mandato. Adesso lamentano le guerre inutili (e perdute), il caro benzina, le spese sociali tagliate e quelle militari gonfiate? Fatti loro e ben gli sta.
Così, in fondo, dei disagi d’Oltre Manica poco davvero m’importa, per la serie sempre attuale ‘chi è causa del suo male pianga se stesso’. M’interessa di più capire se la Brexit è all’origine della crisi d’identità e d’iniziativa dell’Unione europea e se le si possono attribuire responsabilità nelle derive di destra-destra emerse o emergenti in Francia, Germania, Italia e molti altri Pasi Ue.
Mi piacerebbe potere dire che, senza la Brexit, nulla di tutto questo sarebbe avvenuto. Temo, invece, che sia il contrario; che la Brexit sia frutto anche della una crisi d’identità e d’iniziativa Ue e delle derive manifestatesi pure in Gran Bretagna. Certo, i tempi non sono stati facili: dopo il voto del 23 giugno 2016, tre anni e mezzo se ne sono andati in negoziati del tutto evitabili; poi, una volta celebrato il divorzio, è arrivata la pandemia e, una volta uscitine, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia; poi il 7 ottobre 2023 e la guerra nella Striscia di Gaza; poi il ritorno di Trump, i dazi e l’aggressione israelo-americana all’Iran.
Mazzate da stroncare un toro. Figuriamoci un essere imbelle come l’Unione europea, che ha avuto un guizzo di vitalità facendo debito comune per lenire le conseguenze economiche della pandemia, ma poi s’è messa in scia all’America di Biden sull’Ucraina e a quella di Trump sul Medio Oriente, impiegando più di un anno a capire che, con il magnate presidente, la tattica della lusinga è miope e non aiuta né ad evitare né tanto meno a risolvere i problemi.
Senza la Brexit sarebbe stato diverso? L’Ue avrebbe davvero realizzato un’Unione dell’Energia che la metta al riparo dalle crisi di approvvigionamento di gas e petrolio? E i 27 avrebbero rinunciato al diritto di veto in politica estera e della difesa, ponendo le condizioni per una capacità di difesa europea che non sia comprare più armi agli Stati Uniti? Onestamente, credo di no: probabilmente, avrebbero continuato il loro cabotaggio fra egoismi nazionali e calcoli politici, dando spazio, invece che soffocarle, alle spinte centripete e alle ri-nazionalizzazioni. Proprio come era avvenuto prima della Brexit. Che, se l’Ue fosse stata coraggiosa e intraprendente, non ci sarebbe stata.
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