“Sono una vittima per il Cantone, ma non per i giudici”, il paradosso dell’eroe di Crans-Montana: non è stato ammesso come parte civile
A sei mesi dalla tragedia del Constellation di Crans-Montana, costata la vita a 41 giovani – tra cui sei ragazzi italiani – e con oltre cento feriti, emerge un nuovo elemento destinato ad alimentare le polemiche sulla gestione svizzera del caso. Dopo le contestazioni per le fatture ospedaliere recapitate alle vittime, iritardi nelle indagini e le difficoltà denunciate dalle autorità italiane sul fronte della collaborazione giudiziaria, ora a far discutere è la vicenda di Paolo Campolo, l’uomo che quella notte rischiò la vita per salvare decine di ragazzi e che oggi si vede negare il riconoscimento di vittima nel procedimento penale. “Per essere considerato una vittima avrei dovuto sentire le fiamme sul corpo, avrei dovuto avere più ustioni secondo la giustizia vallese. Non basta l’intossicazione, non basta il trauma che mi porto addosso dalla notte di Capodanno” racconta Campolo al Messaggero.
Il paradosso: “Vittima, non vittima”
Per la seconda volta, infatti, i giudici del Vallese hanno respinto la richiesta dell’analista finanziario italiano, residente a Crans-Montana, di costituirsi parte civile insieme alla compagna e alle figlie. “Ho ricevuto oggi il secondo rifiuto dai giudici del Vallese per costituirmi – insieme alla mia compagna e alle mie figlie – come parte civile nella causa, malgrado il mio ricovero in ospedale e i trattamenti psicologici a nostro carico. Secondo loro, per essere considerati vittime avremmo dovuto sentire le fiamme sul nostro corpo”.
Una decisione che assume contorni ancora più paradossali perché, nello stesso giorno, un’altra istituzione svizzera gli comunica l’esatto contrario. “Ricevo la lettera del Canton Vallese che mi suggerisce, come vittima, di rivolgermi alla fondazione d’aiuto alle vittime nel caso di necessità economica per affrontare le spese legate alla catastrofe. Ovvero sono vittima ma non vittima”. Una contraddizione che fotografa un sistema nel quale, almeno secondo Campolo, lo stesso Stato adotta due criteri differenti a seconda dell’ambito amministrativo o giudiziario.
Il racconto di quella notte
Eppure quella notte Campolo non fu un semplice testimone. Quando il locale venne invaso dal fumo, entrò nel Constellation per cercare la figlia e riuscì ad aprire una porta laterale bloccata dall’interno, consentendo la fuga a circa quindici ragazzi. Un gesto che gli costò un’intossicazione da fumo e il ricovero in ospedale. “Mi imploravano di aiutarli. Tra loro molti italiani. La combustione è stata rapidissima, violenta, durata pochi minuti. Poi si è fermata. Ma dentro non c’era più ossigeno. Ed è quello che ha provocato la strage” aveva raccontato dal letto di ospedale. Paolo aveva trovato la figlia fuori, mentre il fidanzato era riuscito a uscire, anche riportando gravi ustioni. Aveva cercato una via d’uscita alternativa e aveva trovato una porta bloccata o chiusa all’interno: “Ma dietro, attraverso il vetro, vedevo piedi e mani. Corpi a terra”. Insieme a un’altra persona, era riuscito a sfondarla: “Ci sono caduti addosso diversi corpi. Di ragazzi vivi, ma ustionati. Chiedevano aiuto in varie lingue, anche in italiano. Ho estratto a mani nude i ragazzi. Uno dopo l’altro…”
Una voce critica
Nei mesi successivi è stato anche una delle voci più critiche sulla gestione dell’emergenza, denunciando pubblicamente i ritardi nei soccorsi, l’assenza iniziale di ossigeno per i feriti e le difficoltà nei primi minuti dopo il rogo. Circostanze finite poi al centro dell’inchiesta della magistratura vallesana. Ed è proprio il suo ruolo di supertestimone a rendere ancora più delicata la vicenda. “Ho chiesto di costituirmi soprattutto perché le mie testimonianze non possano venire recriminate dalla difesa“, spiega al quotidiano.
Secondo gli atti dell’inchiesta, proprio il racconto di Campolo avrebbe contribuito a far emergere elementi decisivi sulle vie di fuga. Tra questi, la presenza di una porta nel seminterrato bloccata e della porta laterale al piano terra che sarebbe stata aperta durante il tentativo disperato di far uscire i ragazzi dal locale ormai invaso dal fumo. Su quel punto, negli ultimi giorni, è arrivata anche una nuova testimonianza destinata ad avere un peso nell’inchiesta. Sofia Donadio, una delle giovani italiane rimaste gravemente ferite nell’incendio, ha raccontato che l’uscita di emergenza nel seminterrato sarebbe stata chiusa non solo da uno sgabello, ma anche da una catena con lucchetto. “Questa uscita d’emergenza è sempre stata chiusa, fin dal primo giorno che io sono entrata in questa situazione”, ha dichiarato, descrivendo una “catena di acciaio, come quelle per legare le biciclette”, fissata direttamente al maniglione antipanico.
L’indagine
L’indagine, intanto, continua ad allargarsi. Gli indagati sono saliti a quattordici, tra cui i coniugi Jacques e Jessica Moretti e diversi funzionari ed ex funzionari comunali. Le accuse contestate comprendono l’incendio colposo, l’omicidio colposo e le lesioni gravi per negligenza. Ma oltre al procedimento penale si profila una lunga battaglia civile. Secondo il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud (anche lui indagato per i mancati controlli, ndr), è improbabile che i risarcimenti arrivino prima di almeno quindici anni. Un orizzonte che costringerà il Comune ad accantonare progressivamente risorse per far fronte ai possibili indennizzi, senza compromettere gli equilibri finanziari dell’ente. Nel frattempo il Canton Vallese ha avviato i primi anticipi, fino a 50mila franchi per ciascuna vittima, mentre alcune famiglie hanno già presentato richieste milionarie per i danni fisici e psicologici subiti.
Parallelamente, le istituzioni svizzere guardano anche al futuro del luogo della tragedia. Il presidente del Governo del Vallese, Christophe Darbellay, ha annunciato che il Constellation non riaprirà mai più come locale: diventerà invece uno spazio dedicato alla memoria dei giovani, “bello, sereno e accessibile”, pensato per rendere omaggio alle vittime, ai feriti e a chi quella notte prestò soccorso. Per Paolo Campolo, però, resta un interrogativo difficile da accettare: essere riconosciuto come vittima quando si parla di assistenza economica, ma non abbastanza vittima per poter partecipare al processo che dovrà accertare le responsabilità della tragedia in cui, salvando altri, ha rischiato di perdere la propria vita. Proprio mentre l’inchiesta continua a far emergere nuovi interrogativi sulle condizioni di sicurezza del locale e sui possibili ritardi e responsabilità istituzionali, la sua vicenda aggiunge un ulteriore tassello a una gestione che continua a far discutere ben oltre i confini della Svizzera.
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