Trump, il campionario di battute e insulti (volgari) alla cena con i corrispondenti
Verrebbe voglia di non parlarne proprio, ma a qualcuno tocca farlo. Trump (che non si pronuncia con la R moscia, come spesso si sente sulla tv italiana) ha toccato vette inesplorate di desolazione e tristezza al White House Correspondents’ Dinner, trasformando un galà in smoking nell’equivalente di un comizio MAGA di provincia fuori tempo massimo. L’evento era stato rinviato settimane fa per un tentativo di assassinio, proprio nell’albergo di Washington dove si svolgeva l’annuale appuntamento tra il presidente e i media. Disarmato dalla mancanza del suo consueto pubblico di fan plaudenti, il Commander in Chief ha tentato per un’ora abbondante la via della stand-up comedy, finendo per naufragare miserevolmente davanti a una sala gremita di giornalisti muti, impassibili, sofferenti. Conscio del disastro imminente, ha persino provato a fare una battuta sulla qualità del suo stesso testo, letto come al solito dal “gobbo”, chiedendosi ad alta voce: «Qualcuno ci capisce qualcosa di questa roba?», per poi ammettere che si trattava di «un discorso del c***o». Risposta della platea: silenzio glaciale, rotto solo dal rumore dei calici, riempiti più del solito, e più spesso, per reggere l’attacco di nervi provocato dalla serata.
Il campionario di battute e insulti – volgari – ha regalato perle d’antologia tipiche dell’abituale eleganza istituzionale del presidente n.47. Si è passati dal bodyshaming più becero contro i suoi avversari politici – «Organizzeremo incontri di lotta libera due volte a settimana alla Casa Bianca. Avremo quel trasandato di Chris Christie, uno degli esseri umani più trasandati sulla terra. Potrei citare pure il governatore di Chicago, ma menzionerò invece Jerry Nadler. Mio Dio! Lottano per una fetta enorme di cheesecake, una bella fetta grassa» – fino all’ossessione per i difetti fisici dei suoi nemici di sempre, i capataz del Partito Democratico e i media tradizionali (le “fake news”, come li chiama lui): «Io certe persone le odio… È un bugiardo, l’ho chiamato “testa a cocomero” perché ha la testa più grande che abbia mai visto su un collo a matita. Ma come fa una testa così grassa e brutta a stare su un collo così sottile?» (il bersaglio dell’insulto è Adam Schiff, senatore democratico della California). Non contento, il Presidente ha provato la carta dell’umorismo agroalimentare truce, presentando la cena con una freddura su RFK Jr.: «Spero che vi siate goduti questo delizioso filetto di manzo. Volevo solo informarvi che Bobby Kennedy, proprio qui presente, ha investito personalmente la mucca con la sua auto».
Tra minacce malcelate ai media e la pretesa di essere l’unico che li tiene in vita – «Quando me ne sarò andato, verrete tutti travolti dal fallimento» – Trump ha ricordato: «non ce l’abbiamo con i giornalisti, ma con chi spiffera le cose. Gente codarda, priva di patriottismo, in molti casi traditori». Nemmeno i giubbotti antiproiettile, necessari dopo i vari attentati alla sua vita, sono scampati al suo macabro humour: «Non è stato facile trovare scarpe adatte da abbinare al giubbotto antiproiettile, che molti non volevano indossare perché preferivano morire piuttosto che sembrare più grassi di dieci chili… Ne volevano mettere uno anche a me. Ho detto: “Siete sicuri? Io questa roba non la metto”». E per chiudere in bellezza una prestazione da dimenticare, tra deliri geopolitici su CBS News e battute sulla validità dei suoi tre mandati (ha contato anche le elezioni perse in cui fu battuto da Biden), l’uomo di Mar-a-Lago si è infilato in testa il solito cappellino rosso con la scritta “Trump 2028” per provocare i giornalisti, rassicurandoli poi con un candido «La userò solo per circa sei mesi», in merito alla sala da ballo della Casa Bianca in costruzione.
Che dire? A parte il silenzio raggelante dei colleghi accreditati, nel retropalco l’accoglienza è stata spietata. I commenti dei media e degli stessi repubblicani in sala hanno dipinto il ritratto di un leader stanco, logoro, agonizzante proprio sul piano dello spettacolo, che è l’unico in cui in teoria è forte, da The Apprentice in poi. Un anonimo esponente del suo stesso partito ha confidato ai microfoni che «chiunque abbia scritto questo discorso dovrebbe essere licenziato all’istante», senza ammettere però che i discorsi, pur scritti dai ghost writer, sono pre-letti e approvati da chi li pronuncia (forse non è questo il caso…).
Il dramma è che lì fuori i prezzi della benzina e nei supermercati sono alle stelle, il malcontento serpeggia ovunque tra gli americani e pure nelle file del popolo MAGA. Naturalmente, un numero sempre maggiore di americani sta iniziando a riconoscere la follia e l’imprudenza della politica di Trump sull’Iran, un’inutile guerra già costata 37 miliardi di dollari mentre il Ministero della Guerra ne ha chiesti al Congresso ulteriori 90. Alla fine The Donald dovrà fare marcia indietro e tornare al tavolo delle trattative: non può permettersi che questo conflitto si trasformi in una guerra infinita. In pratica, Trump in Iran assomiglia sempre di più a LBJ. Cioè Lyndon Baines Johnson, il 36° Presidente degli Stati Uniti d’America, in carica dal 1963 al 1969, colui che si fece intrappolare in Vietnam. E non è una battuta.
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