Tutele ancora deboli per i rider nonostante il decreto: subordinazione non automatica e sanzioni ridotte
Per ottenere contratti e tutele, i rider resteranno costretti a fare causa in Tribunale o istanza all’Ispettorato del lavoro. Questo è il punto più importante, e controverso, del decreto legislativo – oggi in Consiglio dei ministri – con cui il governo recepisce la direttiva europea sul lavoro su piattaforma. Qualche passo in avanti, ma anche alcuni aspetti apparsi ancora deboli.
Il provvedimento stabilisce le regole che servono a stabilire quando i cosiddetti platform worker, non solo i fattorini delle consegne a domicilio, dovranno essere considerati lavoratori dipendenti, quindi quando andranno loro riconosciuti i diritti legati alla subordinazione. La formula scelta dall’esecutivo, però, resta morbida e favorevole alle aziende: la presunzione non scatta automaticamente, ma su richiesta dei lavoratori o di chi li rappresenta, dice l’articolo 5 del testo. Sembrano poco convincenti anche le sanzioni, con limiti bassi e poco dissuasivi per multinazionali con fatturati globali miliardari.
La direttiva europea è stata approvata nel 2024, in risposta alla necessità di affrontare il tema del lavoro tramite app digitali, che riguarda addetti alle consegne ma anche alle pulizie domestiche, alle traduzioni, e numerose altre nuove professioni. I rider, in particolare, da oltre dieci anni reclamano maggiori tutele poiché piattaforme come Glovo e Deliveroo rifiutano di assumerli come dipendenti, ma li utilizzano come autonomi e li retribuiscono in base al numero di consegne. Uno dei motivi che ha portato, a febbraio, al controllo giudiziario delle due app da parte della Procura di Milano, con l’accusa di sfruttamento. La direttiva impone una presunzione di subordinazione: a determinate caratteristiche di organizzazione del rapporto di lavoro, si presumerà che sia da dipendente, quindi il rider dovrà essere assunto e pagato con i salari orari previsti dai contratti collettivi.
Quali sono questi indicatori? Il decreto parla di “direzione e controllo dell’esecuzione della prestazione del lavoro, l’organizzazione del lavoro da parte delle piattaforme digitali, la soggezione del lavoratore alle indicazioni e direttive specifiche impartite dalla piattaforma e relative ai contenuti della prestazione, alle modalità ed ai tempi di svolgimento della stessa”. Tuttavia, stabilisce il testo, questo meccanismo non sarà diretto, ma richiederà l’iniziativa dei rider stessi, spesso scoraggiata da una serie di fattori: l’incertezza del giudizio, i tempi della causa, il timore di ritorsioni, la scarsa convenienza – in alcuni casi – di un ricorso. “Dopo una prima lettura veloce delle bozze, mi sembra ci sia un buon parallelismo tra il testo della direttiva e quello del decreto legislativo”, ha detto Antonio Loffredo, giuslavorista dell’Università di Siena e componente del gruppo di esperti nominati dalla Commissione europea per individuare i criteri di trasposizione della direttiva. Tuttavia, il docente ritiene “un po’ debole” la presunzione di subordinazione, proprio per la necessità del ricorso dei lavoratori.
Di buono c’è una norma che vieta alle app di licenziare attraverso il semplice utilizzo dell’algoritmo: deve sempre intervenire una persona in carne e ossa quando si tratta di decisioni che riguardano “la limitazione, sospensione, risoluzione o cessazione del rapporto contrattuale, la chiusura dell’account o altra misura che arrechi un pregiudizio equivalente nei confronti di una persona che svolge un lavoro tramite piattaforma digitale”. Una novità che eviterà da ora in poi casi come quello avvenuto nel 2021, quando fu “sloggato” un rider morto il giorno prima in un incidente stradale, con un messaggio partito in automatico dopo che il ragazzo aveva ovviamente saltato il turno successivo.
Una parte corposa del decreto è dedicata alla protezione dei dati personali. Le piattaforme non potranno “trattare i dati personali relativi allo stato emotivo o psicologico del lavoratore”, o relativi a “conversazioni private, comprese quelle con colleghi”. Inoltre, dovranno informare i lavoratori sull’utilizzo di sistemi di monitoraggio automatizzati o di sistemi decisionali automatizzati, e dovranno valutarne l’impatto. In caso di violazioni, ci sono sanzioni fino a 18mila euro in caso di mancata valutazione e fino a 30mila euro se non vengono applicati i correttivi.
Cifre che sembrano irrisorie: “Le sanzioni sembrano piuttosto ridotte per il tipo di infrazione, rischiano di non essere sufficientemente disincentivanti perché parliamo di grandissime multinazionali.- aggiunge Loffredo – A volte sottovalutiamo l’importanza della protezione dei dati, ma per le piattaforme digitali è un pezzo importantissimo della loro economia”. Anche l’Usb riconosce alcuni tratti positivi su algoritmi e protezione di dati ma ritiene che “se le anticipazioni saranno confermate, il decreto ancora non compie il passo necessario per superare il modello del falso lavoro autonomo”. Nel frattempo, i rider continuano a essere tra i lavoratori più esposti all’emergenza caldo. La Nidil Cgil e la Filt Cgil hanno organizzato manifestazioni in diverse città tra le quali Pesaro e a Padova. La Felsa Cisl a Lecce e Bologna.
L’articolo Tutele ancora deboli per i rider nonostante il decreto: subordinazione non automatica e sanzioni ridotte proviene da Il Fatto Quotidiano.
