Vita, dolore e diritto a morire contro nell’aula della Consulta, il nodo dei “trattamenti di sostegno vitale” torna davanti ai giudici
Visioni della vita, del dolore e della morte contro. È uno storico confronto – anche se in passato altri malati si erano costituiti in udienza – quello davanti ai giudici della Corte costituzionale, che per l’ennesima volta dovranno esprimersi sul diritto al fine vita e per la terza sul sostegno vitale. “Non vogliamo avere una pistola sul tavolino, che potremmo usare quando saremo in difficoltà”, “Non vogliamo morire, ma vogliamo il riconoscimento di una libertà fondamentale non debba dipendere da uno specifico trattamento sanitario”. Le frasi arrivano dentro un’aula che per l’ottava volta si misura con il confine più controverso del fine vita: quello dei “trattamenti di sostegno vitale”. Un confine che i giudici della Consulta hanno già delineato con la storica sentenza del 2019 sul caso DjFabo/Cappato e poi ulteriormente definito con altre sentenze nell’assordante silenzio istituzionale del Parlamento italiano che da anni non trova il modo di mettere a punto una legge sul diritto a una morte dignitosa nei casi di malattie irreversibili.
Le parti un aula
È qui che si consuma la nuova udienza pubblica. Da un lato l’Associazione Luca Coscioni, dall’altro l’Avvocatura dello Stato e la rappresentanza di otto pazienti con patologie irreversibili contrari all’allargamento dei criteri per il suicidio medicalmente assistito. In mezzo, tre persone che chiedono di non vedere la propria condizione ridotta a un perimetro sanitario rigido, “senza discriminazioni legate alla tipologia della malattia o delle cure ricevute”.
Il punto giuridico è uno solo, ma decisivo: il requisito del sostegno vitale. Per Filomena Gallo, avvocata dell’associazione Luca Coscioni, è proprio questo a creare una frattura nell’accesso al suicidio assistito: “Determina discriminazioni, esclusioni e non aggiunge nulla agli altri requisiti”. Una linea che si innesta su una giurisprudenza costituzionale già stratificata, dalla sentenza del 2019 fino agli ultimi pronunciamenti del 2025, che hanno ribadito come la dipendenza da trattamenti vitali resti ancora un requisito “costituzionalmente imprescindibile”.
Sul fronte opposto, la posizione è radicalmente diversa. Gli otto pazienti che si oppongono all’estensione, attraverso il loro legale, mettono in guardia dal rischio di una deriva culturale prima ancora che normativa: “L’aiuto al suicidio assistito può nascondere un modo alternativo di liberarsi di persone che sono ritenute inutili dalla società”. È una linea che intercetta anche la questione del ruolo della vulnerabilità e della pressione sociale sulla scelta individuale.
I fratelli Gentili
A dare corpo alla discussione sono anche le testimonianze dei diretti interessati. I fratelli Marco e Carlo Gentili, entrambi affetti da Sla, e un paziente oncologico, hanno seguito l’udienza in videocollegamento o in presenza, raccontando una condizione di dipendenza totale dall’assistenza quotidiana. “Conviviamo con la Sla dall’infanzia”, spiegano, chiarendo però un punto centrale: “oggi non vogliamo morire”, ma rivendicano che il diritto di scegliere non possa dipendere dal tipo di trattamento sanitario a cui si è sottoposti.
Il caso trattato
La questione al centro del giudizio riguarda il requisito dei trattamenti di sostegno vitale inviato alla Consulta dal gip di Bologna nel procedimento a carico di Felicetta Maltese e Virginia Fiume, che nel 2023 accompagnarono in Svizzera Paola, una donna di 89 anni affetta da Parkinson avanzato, e di Marco Cappato, responsabile legale di ‘Soccorso Civile’, che organizzò il viaggio. Il reato contestato è quello di aiuto al suicidio, che prevede una pena da 5 a 12 anni di carcere. La donna lasciò un messaggio chiarissimo: “Non sono autonoma in nulla, tranne che nel pensiero”.
Paola non avrebbe potuto accedere al suicidio assistito in Italia, secondo una interpretazione restrittiva della sentenza del 2019 (poi in parte superata dalle decisioni successive della Consulta), perché non dipendeva da macchinari o trattamenti salvavita, ma da assistenza continuativa. La Corte costituzionale torna ora a pronunciarsi sul trattamento di sostegno vitale perché diversi tribunali continuano a sollevare dubbi di legittimità costituzionale su questo requisito che, nella prassi, se applicato in senso restrittivo, rischia di creare discriminazioni tra malati in condizioni analoghe.
Il nodo giuridico
Dall’altra parte, il nodo si sposta sulla responsabilità dello Stato e del legislatore. Marco Cappato parla di una Corte chiamata a intervenire ancora e ancora su un vuoto politico: “Siamo in Corte costituzionale perché il Parlamento italiano non fa il proprio lavoro”. E rivendica la disobbedienza civile come leva per accelerare una definizione normativa che ancora non arriva.
Nel mezzo, il quadro giuridico già tracciato dalla Consulta: dalla non punibilità dell’aiuto al suicidio in casi estremi fissata nel 2019, fino ai successivi interventi che hanno escluso l’estensione a chi non dipende da trattamenti vitali e ribadito i limiti della materia. Una stratificazione che oggi torna sotto esame proprio su quel confine: cosa sia davvero “sostegno vitale” e chi ne resti dentro o fuori. La decisione della Corte è attesa non prima di un mese. E ancora una volta, più che una sentenza tecnica, si annuncia come un passaggio destinato a ridefinire il perimetro stesso della libertà di scelta nel fine vita.
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