Whistleblower: in Italia chi denuncia rischia ancora tutto
Il 23 giugno è la Giornata internazionale del “Whistleblower”, la persona che segnala in anonimato anomalie, abusi, illeciti all’interno dell’organizzazione per cui lavora, specie costantemente a rischio di estinzione nel Paese del “Fatti i fatti tuoi che campi cent’anni!”. A Roma Transparency International Italia, insieme a Libera ed a molte altre sigle, dedica una iniziativa dal titolo eloquente: chi segnala deve essere protetto. In effetti a distanza di anni dai primi timidi passi italiani sul terreno del riconoscimento di chi, in anonimato, scelga di richiamare l’attenzione su condotte scorrette o addirittura illecite al fine di innescare una reazione ripristinatoria ed anche, eventualmente, sanzionatoria, la questione centrale resta ancora la tutela della fonte medesima… dalla vendetta!
Certamente il quadro normativo ha subito una accelerazione positiva dopo l’entrata in vigore della direttiva europea 19/1937, recepita dal d.Lgs. 24/2023, la quale, tra l’altro, ha esteso le previsioni originariamente immaginate per la pubblica amministrazione anche alle aziende private, ma molto resta da fare. Infatti organizzazioni come Trasparency e Libera si prodigano per moltiplicare strumenti di assistenza e di accompagnamento per chi decida di intraprendere il faticoso cammino della segnalazione.
Qual è il punto? Il punto è che, almeno in Italia, poche cose danno più fastidio (lo tenga presente Ditonellapiaga) del comportamento di chi, tirando un sasso nello stagno, non soltanto mette in una oggettiva quanto inattesa difficoltà lo stagno stesso, ma costringe tutti i suoi abitanti a fare i conti con quell’inconfessabile compromesso morale per il quale a lasciare le cose come stanno, prima o poi, se ne trarrà una personale convenienza. La ruota gira per tutti, no?
Non sono uno psicologo, ma credo che questa cosa abbia a che fare con la insopportabile frantumazione della propria auto narrazione indulgente e consolatoria, perché il “segnalante” è la prova che ognuno di noi può essere una persona migliore piuttosto che continuare, meschino, a grufolare tra le ghiande dell’opportunismo.
Così chi denuncia deve essere mortificato, isolato, quando non fisicamente eliminato. Lo vediamo capitare continuamente attorno a noi: nella caccia alle fonti dei giornalisti, nella solitudine di molti testimoni di giustizia, nella vera e propria persecuzione che devono subire spesso le vittime stesse di reato quando si costituiscono parte civile nei processi dove sono parti offese.
Sul fronte della tutela del segnalante il rapporto 2026 di Transparency, che riflette sui i dati raccolti nel 2025, evidenzia qualche “rondine” ben augurante.
Sul piano giurisprudenziale è sicuramente incoraggiante che comincino ad esserci sentenze che riconoscono il risarcimento del danno patito a causa delle condotte ritorsive subite allorquando l’anonimato della segnalazione, per qualche ragione, sia venuto meno. Altrettanto positiva è la notizia di sentenze che applicano l’inversione dell’onere della prova quando il segnalante protesti di aver subito una ingiusta ritorsione a causa di quanto denunciato: al segnalante cioè basta dimostrare la consequenzialità temporale tra denuncia e, per esempio, licenziamento e sarà onere del datore di lavoro dimostrare che quel licenziamento non è stato una conseguenza arbitraria della denuncia fatta. Pure il raddoppio di casi seguiti dallo sportello di Transparency tra il 2024 ed il 2025, che sono passati da 24 a 44 è un buon segnale.
La notizia più bella che si coglie nel ricco rapporto di Transparency è però relativa ad una sentenza del Tar del Piemonte che il 15 gennaio 2026 ha sospeso, ponendo con il che il presupposto dell’annullamento, il licenziamento per giusta causa, di un agente della Polizia Penitenziaria “reo” di aver evidenziato le criticità del carcere in cui lavorava attraverso una intervista televisiva, dalla quale (purtroppo!) era stato facile risalire alla sua identità non adeguatamente protetta. Una bella notizia che fa sperare per quell’altra storia della quale ci siamo ripetutamente occupati in questo blog: il tecnico informatico che, per aver documentato e denunciato prima ad alcuni magistrati e poi anche alle telecamere di Report la vulnerabilità dei computer dei tribunali dovuta al software ECR istallato dal Ministero, aveva perso il lavoro ed aveva rimediato l’apertura di un procedimento penale a Milano.
Resta aperta la sfida culturale che è prima di tutto lessicale: possibile che una lingua ricca di sfumature come quella italiana non riesca ad emanciparsi definitivamente dal lemma inglese? Avrebbe un grande valore rivendicare attraverso la lingua l’italico e pieno patrocinio dell’istituto giuridico. Una proposta agli organizzatori dell’evento di Roma: si potrebbe passare da “Whistleblowing” a “Scassaminchia”, così almeno non avrei più dubbi su dove infilare la “h”.
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