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Lazio-Torino, una farsa: da ottobre a marzo il calcio italiano non ha fatto assolutamente nulla per risolvere la questione

Dicono che la storia si ripeta sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa. Vale sicuramente per il calcio italiano. Credevamo che le scene di Juventus-Napoli, il big match che non si è mai giocato (dovremo aspettare il 17 marzo), l’ammuina tra Asl e club per non partire, la buffonata bianconera delle formazioni annunciate sui social, il surreale riscaldamento prepartita allo Stadium, fosse un unicum irrepetibile nel suo genere pietoso. Invece no. La Serie A è riuscita a rifarlo.

Cinque mesi dopo siamo punto e a capo. Lazio-Torino come Juve-Napoli: un focolaio diffuso in una squadra (con tanto di variante inglese), l’intervento dell’Asl, la partita che non si può disputare, i club che litigano. Una dinamica quasi normale, se consideriamo la situazione epidemiologica, il calendario intasato e gli interessi in ballo. Assurdo invece tutto ciò che è successo, o meglio non è successo, in questi cinque mesi: da ottobre a marzo il calcio italiano non ha fatto assolutamente nulla per risolvere la questione. Ha solo nascosto la polvere sotto al tappeto, facendo finta che niente fosse cambiato, sperando che il problema non si ripresentasse più (cosa che invece puntualmente è successa, ma non ci voleva un virologo né un veggente per prevederlo). Si è fatto trovare di nuovo impreparato, ancora più colpevole di prima.

In questo caso, il Torino di Urbano Cairo, che ha un contagio importante in corso e ha già visto rinviata la partita col Sassuolo, a rigor di norma avrebbe dovuto o giocare con gli effettivi rimasti o perdere a tavolino. Peccato che la Asl avesse messo in quarantena i granata da tempo, impedendo oggettivamente la trasferta. E che intanto sia intervenuta la sentenza del Collegio di garanzia del Coni, che ha già dato ragione al Napoli e ordinato la ripetizione della gara con la Juve, sancendo il principio che le disposizioni sanitarie vengono prima di quelle calcistiche.

In teoria la Lega calcio aveva ragione ad opporsi al rinvio: è l’unica maniera per salvare il campionato e anche per garantire equità di trattamento, considerando che altre squadre coinvolte nella lotta per la retrocessione, dal Genoa al Cagliari al Parma, sono già state costrette a giocare in condizioni precarie perché nessuna Asl è intervenuta a salvarle. Nulla da dire sulla Lazio, che ha solo preteso l’applicazione del protocollo. Il punto però è che oggi quel protocollo è cartastraccia, cancellato dal precedente di Juve-Napoli e dalla sentenza Coni, ed è da stupidi far finta che non sia così.

L’errore probabilmente è a monte, aver inserito la postilla sugli “eventuali provvedimenti delle Autorità statali o locali”, che già all’epoca fece infuriare Lotito e altri patron, e che è stato poi il grimaldello con cui i giudici hanno scardinato il protocollo. Ancor più grave è stato non intervenire dopo: post Juve-Napoli i vertici della Lega calcio avrebbero dovuto far sedere tutti i presidenti al tavolo, sottoscrivere un accordo per cui chi non può giocare (ed è normale che la Asl abbia l’ultima parola su questo) semplicemente perda a tavolino, per il bene del campionato. Non è stato fatto e oggi i nodi vengono al pettine, con Lazio-Torino e poi chissà quante altre partite, col rischio concreto di sforare la data del 23 maggio, termine ultimo entro cui si deve chiudere la stagione (poi ci sono gli Europei).

Il mancato rinvio, per quanto giusto in linea di principio, a questo punto è solo inutile e controproducente. Inutile, perché tanto col precedente stabilito già si sa come finiranno gli eventuali ricorsi (cioè con la ripetizione della gara). Controproducente, perché prendendo atto subito della situazione sarebbe stato più facile riprogrammare il match, mentre ora c’è il rischio di dover aspettare tre gradi di giudizio (e almeno due mesi). Forse non andrà così, il giudice sportivo dato il precedente e la tempestività della comunicazione dell’Asl, potrebbe non dare il 3-0 e portare subito la Lega al rinvio (ammesso che non sia Lotito a quel punto a fare ricorso), risolvendo almeno questo problema. Resterà comunque un forte punto interrogativo sul finale di stagione. E il danno d’immagine, per un campionato che pretende centinaia di milioni dai diritti tv e poi si fa due volte lo stesso autogol in mondovisione.

Twitter: @lVendemiale

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Barcellona, il club è di fronte alle elezioni più importanti di sempre. E la palla è sempre di Leo Messi

All’improvviso, come un fulmine. Quando la squadra sembrava aver trovato la quadra sul campo e quell’oasi di pace dopo un inizio di stagione parecchio turbolento, è arrivata la notizia dell’arresto dell’ex presidente Bartomeu nell’ambito dell’indagine ‘Barçagate. Dal riciclaggio all’appropriazione indebita, anche se nel mirino degli inquirenti è finito soprattutto lo scandalo social che ha travolto la società nel febbraio 2020. I Mossos d’Esquadra (i poliziotti catalani) si sono presentati negli uffici blaugrana e hanno esaminato tutte le fatture pagate a ‘I3 Ventures’, l’agenzia incaricata di gettare fango su alcuni tesserati del Barcellona (su tutti Leo Messi), colpevoli di non condividere l’ormai ex linea presidenziale. Il club ha diffuso una nota, offrendo piena collaborazione alle autorità giudiziarie ed esprimendo il massimo rispetto per il procedimento in corso e per il principio della presunzione di innocenza delle persone colpite. Un vero e proprio terremoto, a pochi giorni da quelle che in tutta probabilità saranno le elezioni più importanti di sempre.

Le presidenziali di domenica 7 marzo serviranno a eleggere la nuova guida del Barcellona. Joan Laporta, già al comando dal 2003 al 2010, proverà a battere la concorrenza dei due sfidanti Victor Font e Toni Freixa. Oltre alla guarigione dalla grave situazione finanziaria, scaturita dalla pandemia e da alcune operazioni di mercato discutibili, il compito principale del neo-eletto sarà quello di trattenere Messi al Camp Nou. Il malessere che sta vivendo il fuoriclasse argentino è sotto gli occhi di tutti: il contratto è in scadenza a giugno, l’idea Psg non gli dispiacerebbe, ma la priorità è restare a casa. Chiudere la carriera indossando la maglia che gli ha permesso di diventare il migliore al mondo. Un progetto sportivo mirato a corredo dell’elezione di Laporta (il rapporto tra i due è ottimo) potrebbe aiutarlo nella scelta definitiva già nel giro di poche settimane. Per dare un senso all’importanza che Leo riveste nell’ambiente catalano, è sufficiente dare un’occhiata al servizio di presentazione elettorale trasmesso da TV3.

I candidati hanno posato con il manichino di Messi nella Sala Roma, l’incantevole spazio situato al di sopra della tribuna principale del Camp Nou. Ognuno ha rivolto il proprio messaggio, come se davanti avesse l’argentino in carne e ossa. C’è stato chi si è limitato a baciare lo stemma del Barça e chi, come Laporta, si è spinto oltre baciando e abbracciando il fantoccio di Leo. Ma l’obiettivo è stato comune: il primo impegno appuntato in agenda è la discussione con il numero 10. Per Laporta bisognerebbe farlo rimanere a ogni costo, offrendogli un contratto degno della sua grandezza. Per Font la questione principale non è relativa al denaro: Messi va convinto con una proposta che va al di là del calcio giocato. Dovrebbe continuare a operare all’interno del club anche dopo il ritiro. Freixa è invece il candidato più pragmatico: si augura che Leo rimanga, ma in un’intervista ha dichiarato che nessuno è imprescindibile. In nome della maestosità del Barça. Parole che gli sono state rinfacciate da Laporta nel dibattito di martedì. E questo spiega perché proprio Laporta sia il candidato preferito dai tifosi.

Per votare è necessario essere soci del Barcellona. Il club ne conta circa 223mila, in quest’ottica è il più grande al mondo. Ci sono tre categorie che consentono l’accesso alla famiglia blaugrana: da 0 a 5 anni il costo annuale della tessera è di 44 euro, dai 6 ai 14 è di 92 mentre dai 15 in su è di 185. Può partecipare attivamente alle elezioni soltanto chi soddisfa determinati criteri come la maggiore età o l’essere membro da almeno dodici mesi. Domenica, per la prima volta nella storia, gli elettori avranno a disposizione ben sei seggi con l’obiettivo di decentralizzare il voto e non creare una calca che sarebbe diventata insostenibile alla luce degli attuali contagi. Dal Camp Nou al Palau Blaugrana fino a Girona e Andorra, dalle 9 alle 21 si deciderà il futuro del club. Molti hanno già votato per posta, evitando la normale stretta anti-Covid: uso obbligatorio della mascherina, distribuzione di gel igienizzante, distanziamento sociale e la presenza di numerosi agenti che avranno il compito di far rispettare tutte le misure di sicurezza.

Il 6 marzo, la vigilia, sarà il giorno del silenzio elettorale. Le attività di campagna sono espressamente vietate dalla mezzanotte: i tre candidati non potranno rilasciare interviste né fare la minima dichiarazione ai media. Al termine delle votazioni di domenica 7, il tavolo elettorale passerà al conteggio dei voti e proclamerà il nome del vincitore provvisorio. Poi sarà compito del direttivo neo-eletto ratificare e formalizzare la nomina del nuovo presidente. Il tutto entro dieci giorni dalla fine delle elezioni. Di sicuro non dovranno mancare onestà e trasparenza, valori che l’ultima giunta ha messo spesso da parte per tornaconto personale. Il Barcellona sente l’urgenza di un profondo rinnovamento. E tutto parte dalle qualità morali.

Nell’ultimo periodo l’immagine della società è stata danneggiata dal punto di vista economico, istituzionale e sportivo. Serve credibilità, occorre rilanciare un progetto che porti nuova luce. La sfida è alle battute finali. In testa c’è l’avvocato ed ex deputato nel parlamento della Catalogna Joan Laporta, che intende riportare lo spirito vincente che ha contraddistinto il club negli anni della sua vecchia presidenza. E a seguire Victor Font, il CEO futurista di Delta Partners Group (società di consulenza strategica e di investimenti finanziari), e Toni Freixa. Quest’ultimo probabilmente è il profilo più noto, al netto di Laporta. Anche lui è un legale e in passato ha ricoperto vari ruoli all’interno della dirigenza. Ha lavorato come portavoce e adesso punta a un modello sportivo sostenibile: “Non possiamo garantire ciò che non siamo in grado di soddisfare”. Forse il più sincero, di certo non il più amato. La palla è sempre di Leo Messi.

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Europei di calcio, a sei mesi dal calcio d’inizio non si sa dove verranno disputati: esclusa la formula itinerante, ecco le ipotesi in ballo

Archiviate le varie discussioni e accantonata l’ipotesi legata allo slittamento di qualche mese, la Uefa lo scorso 17 marzo ha ufficialmente rinviato di un anno gli Europei di calcio. Il motivo è noto, ma vale la pena ribadirlo: portare a termine la stagione che era stata sospesa forzatamente a causa della pandemia. Da Nyon hanno rivelato che l’impatto economico si è aggirato tra i 100 e i 200 milioni di euro, anche se c’è chi ha stimato 300 milioni di perdite. Un grosso buco, certo, ma tutto sommato sostenibile in relazione a una crisi senza precedenti che ha stravolto come non mai l’intero movimento causando, tra incontri annullati e partite disputate a porte chiuse, ingenti danni a tutti i club. L’ultimo report della società di revisione KPMG Football Benchmark è parecchio impietoso: le principali società europee prese in esame (in Italia la Juventus, in Francia il Psg e così via) hanno fatto registrare un netto calo dei ricavi, causato dai motivi più disparati, vedi la chiusura degli stadi, la diminuzione dei proventi televisivi o il costo dei tesserati da coprire con flussi di entrata piuttosto ridotti.

La preoccupazione che in questi giorni sta scuotendo i vertici della Uefa è relativa al format itinerante del prossimo Europeo, che da copione dovrebbe svolgersi dall’11 giugno all’11 luglio in dodici paesi differenti (presente anche l’Italia con l’Olimpico di Roma) ma che – come svelato dall’amministratore delegato del Bayern Monaco Rummenigge – potrebbe subire una modifica netta e decisa per arginare il Covid. Aleksander Ceferin, il capo del calcio europeo, starebbe valutando con numeri e dati pandemici alla mano l’idea di far disputare il torneo in un’unica nazione mettendo in atto un rigido protocollo sanitario. Ma nonostante si cerchi di lavorare con il massimo della lungimiranza, l’incertezza su alcune variabili (tra le più importanti la presenza dei tifosi allo stadio) ha gettato i massimi dirigenti Uefa nello sconforto. Una decisione in tal senso dovrebbe arrivare non prima del 5 marzo, quando si analizzeranno quattro scenari: quello più ottimistico (e al momento più irreale) prevederebbe l’apertura degli impianti al 100% del pubblico, gli altri limiterebbero la capienza a percentuali più basse mentre l’ultimo, praticamente sulla scia del contesto attuale, comporterebbe l’intero Europeo a porte chiuse.

Le alternative allo spettacolo itinerante tanto decantato da Michel Platini sono molteplici. Inizialmente si è parlato della Russia di Putin, i cui punti a favore poggiano sui numerosi stadi di recente costruzione e soprattutto sul successo ottenuto nell’ultima edizione del Mondiale, definito addirittura da Usa Today come “il migliore mai organizzato finora”. Certezze che, anche nella terra degli Zar, vacillano sempre più. Contagi nuovamente in aumento (Mosca e San Pietroburgo guidano la triste classifica) e una corsa al vaccino, lo Sputnik V, che sa di risposta a Stati Uniti e Cina. Un’altra opzione sul tavolo riguarderebbe la bolla Regno Unito e quindi un Europeo da vivere tra Londra e Glasgow. La capitale inglese, almeno per adesso, ha in programma ben sette partite a Wembley (spiccano le due semifinali e la finale), la città scozzese tre sfide della fase a gironi e un ottavo. Anche qui una strada difficilmente praticabile, dato che nelle ultime settimane l’esecutivo britannico assiste quasi impassibile ai continui record dei decessi e valuta la proroga dell’attuale lockdown. La variante Covid sta mettendo in ginocchio il paese e, tra boom di ricoveri e una pressione ospedaliera in forte ascesa, il calcio sembra essere l’ultimo dei problemi.

E Roma e l’Italia che ruolo svolgeranno? La Figc aveva annunciato in pompa magna la gara inaugurale che si sarebbe dovuta disputare all’Olimpico il 12 giugno 2020: dal media center al football village, in calendario vi erano eventi di ogni genere per intrattenere tifosi e turisti, una sorta di volano che il presidente Gravina etichettò come “una grande occasione per l’intera nazione in grado di lasciare un’eredità importante”. La capitale, in attesa di comunicazioni ufficiali da parte della Uefa, non smette di lavorare sperando che il format originario – che cadrebbe in piena campagna elettorale o addirittura a urne già aperte – non venga minimamente intaccato. Ma c’è molta perplessità e la prospettiva della sfida Italia-Turchia a porte aperte appare, al giorno d’oggi, come un miraggio. Un altro grattacapo riguarda i biglietti, il 90% dei quali è stato venduto prima della pandemia: parecchi tifosi, giustamente incoscienti sulle reali possibilità di poter andare allo stadio, hanno già provveduto a chiedere il rimborso. Al calcio d’inizio manca sempre meno, i vertici del calcio europeo lasciano trapelare cauto ottimismo, ma sanno bene che la situazione è più grave del previsto. Quella di un nuovo slittamento è un’eventualità da far tramontare all’istante perché porterebbe a nuovi sacrifici economici e a un intasamento con altri grandi eventi, tra tutti le Olimpiadi di Tokyo e la fase finale di Nations League che tra le sue protagoniste avrà anche la Nazionale di Mancini.

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Milan-Juve, i rossoneri hanno perso la battaglia ma non la guerra

Da ragazzino tenevo in una scatola delle scarpe una lavagnetta, un gesso bianco e una spugnetta. Mi servivano per i pronostici di ogni vigilia calcistica del Milan, la squadra per cui tifavo. Scrivevo i risultati ed esponevo la lavagnetta sulla scrivania. Se li sbagliavo, li cancellavo. Poi riflettevo con mio fratello (interista) sulla bellezza del calcio. Entrambi discutevamo sul perché fosse così appassionante e alla fine capimmo che lo era proprio per la fragilità dei suoi pronostici. C’era sempre la possibilità della sorpresa. Il successo di Davide su Golia. L’impresa dell’ultima che per una volta si è sentita prima. Insomma, era l’incertezza dei risultati a far crescere l’interesse, domenica dopo domenica, via via che la classifica della serie A si definiva e le squadre più forti si contendevano il primato.

Poi, arrivava sempre il momento della verità. Le partite che non offrivano solo un risultato ma anche una sentenza: che ti facevano capire se c’erano più certezze che speranze, oppure se bisognava rassegnarsi. Le partite-chiave del campionato. Quelle che scremavano la classifica. O che la ricompattavano. Quelle che trasformavano i pronostici in una sorta di auspicio. Realismo contro illusione. Le previsioni del cuore, più che della ragione. In fondo, mi dicevo, il gioco del calcio non è soltanto un gioco, è una cosa seria…

A prescindere dal posto occupato in classifica dalle squadre, per me (e mio fratello e i compagni di scuola) vigeva una gerarchia imprescindibile:

1) il derby stracittadino Milan-Inter;

2) Milan-Juventus;

3) Inter-Juventus che Gianni Brera battezzò faziosamente “derby d’Italia”, fingendo di non sapere che quel titolo lo meritava invece la sfida Milan-Juventus, perché metteva una contro l’altra le due squadre più titolate, con la maggiore tradizione calcistica italiana. La vera “classica” opponeva il Diavolo e la Madama. La prima volta che in campionato Milan e Juve si incontrarono fu quasi 120 anni fa, il 28 aprile 1901. Si giocò a Milano. Finì 3 a 2 per il Milan.

L’ultima si è consumata poche ore fa, in una serata dell’Epifania 2021 molestata da freddo e tanta umidità, triste y solitaria per colpa della pandemia, dentro San Siro. Spalti deserti. All’ombra dei tamponi che hanno escluso due giocatori milanisti e due juventini. Ma quelli del Milan assai più cruciali, perché già sostituti dei titolari infortunati. Oggettivamente, uno scontro impari: i rossoneri in piena emergenza, i bianconeri con una panchina gremita di campioni, una rosa ampia e rassicurante. Valutando freddamente la situazione, il pronostico non poteva che prevedere un successo juventino, salvo aggrapparsi all’irrazionalità e sperare nella continuità dei risultati utili consecutivi racimolati in serie A (una striscia che alla vigilia di Milan-Juve durava da 27 partite, di cui 20 vittorie e 7 pareggi). Così avevo previsto un pareggio: 2 a 2 (l’ultimo incontro era finito 4 a 2 per il Milan…). Ho sbagliato.

O meglio: hanno sbagliato, pardòn, hanno deluso alcuni giocatori del Milan, quando sarebbe stato necessario disputare la Partita Perfetta. Che non si è vista, se non a tratti. Sintomi di crisi? Stefano Pioli, l’allenatore, da buon pragmatico ha detto che prima o poi una sconfitta doveva arrivare. Meglio sia avvenuto con la Juve che non con il Crotone. O lo Spezia che ieri ha sconfitto il Napoli a Napoli. Il risultato è stato eccessivamente severo, comunque. Colpa di una difesa pasticciona: 3 gol bianconeri, uno solo rossonero, del terzino Calabria piazzato a centrocampo e spesso spaesato in quel ruolo per lui inedito. La sua è stata la rete dell’illusione, il provvisorio pareggio.

In attacco, il talento Leao alternava momenti di gloria a disordinate pause. Al posto del covidico Rebic, attaccante solido e furbo, il 21enne norvegese Hauge correva a vuoto. Solo il turco Chalanoglu si dannava per scardinare la difesa imperfetta bianconera. L’equilibrio era precario. Quando Andrea Pirlo ha effettuato i cambi, abbiamo capito che i sogni rossoneri si impiccavano alle balaustre vuote degli anelli di San Siro. Non c’era più confronto. Ma affronto. Statisticamente parlando, i numeri confermano il predominio della squadra torinese: in 203 partite di campionato, le vittorie targate Juventus sono 80, quelle Milan 60 e i pareggi 63. Dicono che la storia del calcio italiano passi da questi incroci. Come il suo futuro.

E tuttavia, non è stato un funerale: il Milan ha perso una battaglia, non la guerra. Perché il temuto sorpasso dei cugini nerazzurri non c’è stato. L’Inter ha perso a Genova battuta dalla Sampdoria del sornione Claudio Ranieri. Il Milan resta in vetta alla classifica da solo. L’Inter era a un punto e a un punto rimane. Al prossimo compito in classe. Il Milan ha preso un brutto voto. Il campionato è lungo. Alla pagella finale mancano ancora venti partite. Tutto e il contrario di tutto può accadere. La Juve è a sette punti (con una partita in meno, quella col Napoli). La Roma, terza, è a meno quattro. L’obiettivo della Juve era quello di vincere. Se avesse perso, avrebbe detto addio allo scudetto.

Ora, l’autostima bianconera è cresciuta. Il successo di San Siro ripristina i valori di mercato e ridimensiona la romantica narrazione rossonera della Squadra Famiglia e del Calcio Semplice (il senso del gioco dove tutti fanno tutto contro la ricchezza della multinazionale e dei fuoriclasse egocentrici). Pirlo, l’allenatore bianconero, può immaginare una favolosa rimonta, un déjà-vu in casa Juve. Mentre il Milan può cercare immediata (e probabile) rivincita. Il calendario è infatti favorevole ai rossoneri: sabato 9 gennaio ospitano il Torino, terzultimo. L’Inter trova la Roma in trasferta, domenica 10: seconda contro terza, mica uno scherzo. La Juve (quarta) se la vede col rampante Sassuolo, quinto in classifica, che la segue ad appena un punto.

La verità è che questa sconfitta può aver ferito l’amor proprio di Pioli, ed è comprensibile. Ma non cancella il fatto che i resti di un Milan decimato e “leggero” (per età, per esperienza, per caratura) hanno tenuto a bada un’ora e passa l’armata bianconera.

Dunque, tanto rumore per nulla. A dimezzare il Visconte di Calvino era stata una palla di cannone. A dimezzare il Milan un cocktail di scarogna, infortuni, Covid ed inesperienza: troppi ragazzini in campo, senza Ibrahimovic a spronarli, a far da regista, a segnare gol. Dovrebbe rientrare col Cagliari, il 17 gennaio. Se appunto un Milan di acerbi ma generosi giocatori, con un pessimo Theo Hernandez (idolatrato terzino mezzofondista) in scandalosa serata no e un Alessio Romagnoli agile come un paracarro in difesa, ha resistito alle star juventine, significa che il Milan mantiene intatte le sue chances (obiettivo primario, essere tra le prime quattro per partecipare alla Champions): il suo ragionevole modello di calcio è altrettanto valido e assai più sostenibile del lussuoso e vorace modello bianconero, dove Ronaldo è l’uomo del gol in più (ma quanto costano le sue reti?).

Comunque, contro il Milan, Ronaldo è stato l’uomo del gol in meno. Per fortuna della Juve, con una formidabile e travolgente doppietta, Chiesa ha fatto il… Cristiano.

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Ti ricordi… Miura, la “macchietta applicata” del Genoa che oggi a 53 anni gioca ancora

Tomáš Skhuravy di testa le prende tutte, proprio tutte: facendo sembrare improbabili campanili cross al bacio, proprio come quello di Antonio Manicone, mediano che più mediano non si può, in quel derby di ventisei anni fa. Lo slovacco con la sua aria da dio vichingo va in cielo e ovviamente quel pallone buttato lì lo prende lui, mandandolo in area: se Skhuravy domina normalmente il cielo di Marassi, assai meno consueto è vedere Kazuyoshi Naiya, ribattezzato Miura, anticipare Daniele Mannini e Pietro Vierchowod e mettere il pallone alle spalle di Walter Zenga, portando in vantaggio il Genoa.

Quella partita finirà 3-2 per la Sampdoria, e quello del 4 dicembre 1994 sarà l’unico gol di “Kazu” in Italia. Primo giapponese in Serie A, preso per una questione prettamente di marketing dal presidente Aldo Spinelli, senza esborsi e con un buon ritorno in termini di sponsorizzazioni, osteggiato da Franco Scoglio che lo chiamerà “macchietta applicata” nella sua adorabile e forbita antipatia maltrattando pure lo stuolo di giornalisti e traduttori che l’attaccante si portava dietro, l’avventura di Miura in Italia non sarà positiva. Fine dunque: un classico cliché della meteora straniera ricordata con affetto e simpatia per un gol e poco altro e con la meteora stessa che ha quel gol come storia prediletta da raccontare ai nipotini?

No, proprio no: nella storia di Kazu, e nei racconti da fare ai nipotini quel gol, seppur sia forse il picco più alto toccato nella carriera calcistica è forse l’ultima cosa da tirar fuori. A parte che se avesse nipotini (non risulta che i figli di Kazu, Ryota e Kota, entrambi giovani attori, lo abbiano reso nonno) Kazu potrebbe portarli alle sue partite, visto che gioca ancora, a 53 anni nel massimo campionato giapponese, con gli Yokohama Fc, ma potrebbe raccontare una vita decisamente da romanzo.

A partire da quel cognome, Miura, che è della mamma. Kazu nasce Naiya, ma il papà Nobu è vicino alla yakuza. Troppo vicino, e a Kazu quel mondo lì non piace: a lui e al fratello Yasutoshi interessa il pallone, e forse quel cognome è troppo ingombrante per metterlo su una maglietta. Perciò scelgono “Miura” di mamma Yoshiko, mostrando la volontà di non ereditare legami e appartenenze. Entrambi sono bravini, almeno per il livello giapponese degli anni Ottanta, quando il calcio era snobbato quasi tout court nel paese del Sol Levante. Kazu, che è più forte di Yasutoshi, sente di non poter crescere molto lì in patria: a 15 anni, decide di imbarcarsi, solo con suo fratello, per andare a imparare il gioco del pallone in Brasile.

Due ragazzini giapponesi, soli, in un mondo completamente sconosciuto senza sapere una parola di portoghese e ovviamente “indietro”, fisicamente ma soprattutto tatticamente e tecnicamente rispetto ai pari età dove si vive di calcio. È il preludio per un’altra storia comune: ragazzini con mille sogni in testa che si scontrano con le difficoltà spesso insormontabili che li separano da quei sogni e desistono, tornando a casa. Ma no, anche in questo caso Kazu strappa i cliché: resiste ai tanti momenti bui, impara, tiene duro e dopo i campionati giovanili con la Juve di San Paolo passa al Santos, poi al Palmeiras dove segna i suoi primi gol, poi al Coritiba e di nuovo al Santos, incontrando campioni, ricevendone i complimenti. Ce l’ha fatta, insomma Kazu. E nel 1990, dopo anni in Brasile in cui apprezza tutto, Kazu torna in Giappone, ma da re: ai Verdy Kavasaki è una star, con la maglia della nazionale segna a raffica e quasi porta i nipponici al Mondiale 1994, fino alla beffa di Doha contro l’Iraq, all’ultimo minuto.

Lì arriva la chiamata di Spinelli: pronto a scommettere sul calciatore più noto in Giappone: da un sondaggio risultava che Kazu era conosciuto dal 98% dei nipponici, secondo per popolarità nel 1994 solo all’imperatore, in un Paese tutt’altro che calciofilo. Ma tra Scoglio che detesta il suo traduttore più che Kazu (“Io parlo e spiego per due minuti, questo che traduce gli parla per 10 secondi: ma cosa può imparare Miura così?”), Franco Baresi che involontariamente in un contrasto gli rompe il setto nasale e gli provoca una commozione cerebrale e partite non proprio eccellenti, questa volta l’attaccante deve alzare bandiera bianca. Tornerà in Giappone, portando la nazionale fino ai Mondiali del 1998, tagliato fuori incredibilmente dall’allenatore al momento di scegliere la rosa che andrà in Francia. Tenterà ancora l’avventura in Europa alla Dinamo Zagabria ma ancora senza successo, fino all’incredibile serie di “eterni ritorni” con lo Yokohama Fc, dove gioca ancora, a 53 anni suonati, facendo segnare record su record. No, quel gol nel derby di 26 anni fa non è il minuto di celebrità di una meteora: Kazuyoshi Miura ha un’altra storia, Kazu è un’altra storia.

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90° Minuto compie 50 anni – Ferruccio Gard ricorda i magnifici 7: “Suscitavamo simpatia e interesse anche dei non appassionati”

L’idea di Novantesimo Minuto venne a tre giornalisti Rai: Paolo Valenti, il volto con cui si tende giustamente a identificare la trasmissione, Maurizio Barendson e Remo Pascucci. La coppia Valenti-Barendson condusse le prime sei stagioni, poi Valenti guidò il programma – marchiato ormai 90º minuto – in solitaria fino alla scomparsa del conduttore nel 1990. La prima puntata della trasmissione, che faceva vedere i gol del campionato già nel tardo pomeriggio della domenica, andò in onda il 27 settembre 1970. Cinquant’anni fa, in quasi totale assenza di pubblicità ad anticipare l’evento. Il successo arrivò comunque. Nella seconda metà dei Settanta e poi soprattutto negli Ottanta. I corrispondenti dai vari campi entrarono nelle case degli italiani, regalando non solo professionalità ma anche quella verve televisiva che nel mondo del calcio non era abituale. Tantissimi i giornalisti, anche noti, che hanno almeno una presenza a Novantesimo. Ma i magnifici 7 sono Tonino Carino da Ascoli, Marcello Giannini da Firenze, Giorgio Bubba da Genova, Gianni Vasino da Milano, Cesare Castellotti da Torino, Luigi Necco da Napoli e Ferruccio Gard da Verona.

Gard oggi vive al Lido di Venezia. In pensione, si dedica alla sua produzione artistica (fa parte della corrente OP art) ed è impegnato nella scrittura di un thriller ambientato nella città lagunare. Classe 1940, ha origini francoprovenzali, è nato a Vestignè in Piemonte, ma gli appassionati della trasmissione pensano sia veronese “per merito della squadra di Bagnoli”.

Quando hai iniziato la collaborazione con Novantesimo?
Sono entrato in Rai nel 1962, nel gennaio del 1973 sono passato alla redazione di Venezia. Ho esordito con la trasmissione nel 1974. A Valenti, un grande giornalista e un gentiluomo, sono piaciuto subito moltissimo e così mi ha chiesto di diventare un collaboratore fisso. Per un periodo sono stato l’unico inviato. Mi mandava a Udine, Torino, Verona, Milano, Bologna e Roma. Poi nel 1978 la riforma Rai ha introdotto la terza rete, privilegiando la territorialità.

E sei diventato il volto prima del Real Vicenza e quindi del Verona di Bagnoli.
Il Verona è la squadra a cui sono più legato, ho simpatie anche per il Chievo, che però ho fatto solo più recentemente per Quelli che il calcio…

E’ arrivata la notorietà
Sì, con l’arrivo dei i magnifici 7, soprattutto dagli anni ’80. In qualsiasi città andassi, mi fermavano. A volte mi commuovo quando ancora adesso mi riconoscono come il “mitico Ferruccio Gard”, chissà poi perché mitico… e mi ringraziano per i bei momenti che ho fatto trascorrere alla domenica.

Quale è stato il segreto del successo?
Tutti spiccavano perché avevano la loro personalità. Necco aveva battute formidabili in un inconfondibile accento napoletano, Giannini qualche volta si intortava sulla frase, Carino aveva una faccia da pulcino spaurito e pronunciava male i nomi degli stranieri, ma ne sapeva di calcio…

Vi frequentavate anche fuori dalla trasmissione?
Andavo spesso a Milano per la Domenica Sportiva, per cui conoscevo già Vasino, Bubba e Castellotti. A partire dagli 80 Valenti iniziò a convocarci a Viareggio durante il torneo dei ragazzi, per una riunione collettiva e forse anche con l’intenzione di fare spogliatoio.

Il termine “teatrino” accostato al nome della trasmissione ti piace?
Sì, può andare bene. La trasmissione sarebbe stata vista comunque, alle 18 si fermava l’Italia intera. Il nostro teatrino però ha aumentato gli ascolti, anche del pubblico femminile. Suscitavamo simpatia e interesse anche di chi non era appassionato di calcio. Piuttosto ho un rammarico…

Quale?
Non mi mai è stato riconosciuto il merito di aver introdotto per primo nel calcio la satira, con Beppe Viola come predecessore. Il mio umorismo era composta da sfottò e a volte da satira, lo facevo con lo scopo di smitizzare e sminuire il sacro gioco del calcio. Mi piaceva finire ogni collegamento con una battuta o un gioco di parole. La Gialappa si è ispirata a me per Mai dire gol… Poi ci sono i cappelli…

Quelli che indossava nei collegamenti?
Ho esordito con il cappello da Sherlock Holmes. Più tardi sono arrivati quelli di Necco e Galeazzi da cowboy. Era diventata quasi una competizione tra di noi.

Un’opera Op art dedicata a Novantesimo sarebbe possibile?
Non ci ho pensato, ma sarebbe possibile. Dovrei uscire dalla linea cinetica, e fare qualcosa di astratto, si potrebbe giocare sui colori, il pallone e le maglie delle squadre.

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Riaprono gli stadi in Serie A: limite a mille persone dopo il summit Governo-Regioni. Spadafora: “Vogliamo allargare a tutti”

La Serie A riapre gli stadi a mille persone da domenica. Il campionato 2020/21 riparte (quasi) da subito con una piccola percentuale di spettatori. Lo hanno deciso Governo e Regioni durante il summit convocato dal ministro per gli Affari Regionali, Francesco Boccia, dopo che in giornata anche il Veneto, seguendo il governatore emiliano Stefano Bonaccini che ha deciso di riaprire gli stadi a mille tifosi, ha aperto le porte ai tifosi locali. Lo si leggeva in un’ordinanza del governatore Luca Zaia valida fino al 3 ottobre, con cui ha deciso di aprire a mille spettatori gli stadi della propria regione e a 700 gli impianti al chiuso, come i palazzetti dello sport. Il ministro Spadafora esulta e annuncia che l’obiettivo è quello di allargare il provvedimento a tutte le categorie e a tutti gli sport. Mentre il presidente della Figc Gravina si dice perplesso proprio per la scelta di riaprire solo nella massima serie calcistica. E il presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli, dice che “è auspicabile un atteggiamento prudenziale e una omogeneità di approccio su tutto il territorio nazionale”.

“Il mio obiettivo è quello di consentire la partecipazione del pubblico per tutti gli sport e per tutte le categorie, arrivando a definire un protocollo unico che preveda una percentuale di spettatori in base alla capienza reale degli impianti – ha commentato il ministro Spadafora – L’impegno che ci siamo presi durante l’incontro è quello di metterci subito al lavoro su questo. Occorre mantenere cautela, rigore e attenzione per riaprire bene, gradualmente, e non essere costretti a chiudere di nuovo. Il quadro epidemiologico a livello europeo non è incoraggiante, noi dobbiamo stare attenti ed evitare precipitose fughe in avanti”.

Perplesso, invece, il presidente della Figc, Gabriele Gravina: “L’apertura degli stadi al pubblico è una bella notizia, ma il fatto che il via libera sia arrivato solo per la Serie A e non per gli altri campionati professionistici mi lascia perplesso. L’applicazione dei protocolli di sicurezza sono i medesimi in tutte e tre le serie professionistiche, così come lo devono essere le regole per il distanziamento, quindi anche su questo tema ci deve essere lo stesso trattamento. Nei mesi difficili del Covid, il calcio tutto ha dimostrato grande responsabilità. Sono convinto che verrà preso il medesimo provvedimento prima dell’avvio ufficiale dell’attività della B e della C, previsto per il prossimo fine settimana”.

Dopo il passo in avanti di Zaia, Dal Pino aveva chiesto maggiore comunicazione con l’esecutivo, in particolare col ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora: “A luglio abbiamo fatto con i migliori consulenti in circolazione uno studio di 300 pagine su come riaprire gli stadi in totale sicurezza, nessuno ci ha mai chiamato nemmeno per affrontare questo discorso – prosegue – Il comitato tecnico scientifico fa enormi sforzi per occuparsi del Paese, siamo grati a loro per quello che stanno facendo. Ma rispetto al nostro ministero dello Sport il dialogo non è quello che dovrebbe essere. Il calcio rappresenta una delle più grandi industrie italiane, con un grande gettito tributario e previdenziale, dà lavoro a 300mila persone fra diretto e indiretto e rappresenta un fenomeno sociale importante. Mi spiace dirlo, ma devo dirlo a voce alta, c’ è bisogno di rispetto. Da parte nostra c’è un movimento che ha poco ascolto”, ha detto spiegando che anche per quanto riguarda la riforma dello Sport in discussione non c’è stato uno scambio di idee con il ministero.

Concludendo la sua invettiva, il capo della Lega di A sottolinea che all’industria calcio non è stato riservato lo stesso trattamento degli altri settori produttivi, scolastici e del trasporto pubblico. “Il Paese sta cercando di ripartire, le scuole sono aperte, nei viaggi si muove qualcosa, le aziende lavorano normalmente. L’ho detto anche all’ultima assemblea, perché in metro si fa la coda per entrare, e così a scuola, negli autobus, nelle aziende e perché invece allo stadio non ci può essere una persona seduta con cinque posti vuoti intorno? Perché? Qual è il problema in uno stadio di 40, 50, 70mila persone? Bisogna solo sedersi e pianificare. Speriamo che il Cts abbia attenzione a questo tema, perché questa è un’industria che se non ha attenzione da parte del ministero che dovrebbe governarla, rischia di andare in grandissima difficoltà e mettere in pericolo molti posti di lavoro”.

Pronta la replica del ministro Spadafora che si è detto “sorpreso” dalle dichiarazioni di Dal Pino: “Ho letto con stupore le dichiarazioni di Dal Pino sulla mancanza di dialogo tra il governo e il mondo del calcio – ha dichiarato – L’attenzione è stata costante, le soluzioni trovate per portare a termine lo scorso campionato e iniziare nei tempi quello che comincia oggi sono state condivise. Abbiamo assicurato una attività continua e giornaliera di supporto. Solo per citare alcune delle cose, l’audizione di lunedì scorso al Comitato tecnico scientifico, richiesta da me a seguito della bocciatura del protocollo per la riapertura degli stadi, che non è affatto stato ignorato come sostiene Dal Pino, ha avuto come oggetto anche i protocolli per l’alleggerimento della frequenza dei tamponi, su cui ha discusso nuovamente il Cts ieri e su cui stiamo attendendo le decisioni. Pochi giorni fa il presidente della Figc è stato ricevuto dal presidente del Consiglio e a seguito dell’incontro a Palazzo Chigi si è confermata la volontà comune di riaprire gradualmente gli stadi a partire da ottobre, in attesa dell’analisi delle curve dopo la riapertura delle scuole”.

E ha poi fatto chiarezza sulle decisioni prese dai governatori di Emilia-Romagna e Veneto: “Il dpcm in vigore dai primi di agosto e rinnovato a settembre consente dei margini di intervento ai presidenti delle Regioni ed alcuni hanno deciso di aprire gli stadi nei loro territori, seguendo le norme previste – ha spiegato – Riceverò con piacere il presidente Dal Pino nei prossimi giorni, la ripresa del campionato è una buona notizia per tutti gli appassionati e gli sportivi, tra cui il sottoscritto. Spero in una stagione di sport entusiasmante e faccio il mio in bocca al lupo a tutte le squadre coinvolte”.

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Inter grande sul mercato e piccola in campo. Ora l’ultimo passo deve farlo Conte

L’Inter è una grande squadra. Più fuori che dentro il campo. Ultimamente quasi solo fuori dal campo: compra top player mondiali, ha l’allenatore più pagato d’Italia e invece soffre, balbetta, vince ma non convince a Parma come una Inter di Spalletti qualsiasi, più vicina al quarto posto dell’Atalanta che al primo della Juventus.

Il 2-1 in extremis, la pessima prestazione del Tardini fa il paio con quella scriteriata contro il Sassuolo: due partite diverse, una dominata e pareggiata per le clamorose occasioni sprecate, l’altra completamente toppata e vinta per un paio di episodi nel finale. Due facce della stessa medaglia: quella di una squadra che ha sbagliato tutte le gare decisive, sempre nel corso dell’anno, sempre alla stessa maniera, e poi ha smarrito il bandolo della matassa negli ultimi mesi, già prima dell’emergenza coronavirus, finendo per perdere il treno della lotta scudetto, e ritrovarsi nel guado di una stagione senza più grandi motivazioni. La qualificazione in Champions non pare in discussione – niente follie e brividi di fine stagione come con Spalletti – ma il primo anno di Conte se finisse così sarebbe comunque un po’ deludente.

Eppure in settimana non si è parlato d’altro che di Inter, con entusiasmo. L’acquisto di Achraf Hakimi è già il colpo dell’estate 2020: il laterale destro più richiesto al mondo, stella del Borussia Dortmund (che grazie ai suoi gol ha eliminato in Champions proprio i nerazzurri), in prestito dal Real Madrid, uno di quei talenti che avrebbe potuto andare in qualsiasi squadra del mondo, ha scelto i nerazzurri per il presente e il futuro della sua carriera. Non è nemmeno una novità. Il primo è stato Lukaku, acquistato a suon di milioni per inaugurare l’era Conte e far dimenticare Icardi (c’è già riuscito). A gennaio è stata la volta di Eriksen, ancora oggetto misterioso in Italia, ma comunque uno dei centrocampisti più forti d’Europa, che sarebbe titolare in qualsiasi big del continente. Hakimi è il terzo top player, e diventerebbe addirittura il quarto se anche Lautaro Martinez dovesse rimanere (lo vuole il Barcellona di Messi).

Insomma, l’Inter ormai è una grande squadra che compra campioni internazionali e fa incetta dei migliori giovani nazionali (il prossimo potrebbe essere Tonali), e in questo è davvero sempre più vicina alla Juventus. Il problema è che sul campo è ancora troppo lontana, nelle ingenuità, nella mancanza di personalità, nelle troppe partite importanti sbagliate o buttate via, come in passato.

I dubbi aumentano, le critiche pure e mettono nel mirino l’antipatico Conte: vale 10 milioni di euro a stagione? Con questa squadra davvero Spalletti non avrebbe fatto di meglio, o comunque non di peggio? Per i processi è presto. Dando per scontata la qualificazione in Champions, c’è ancora l’Europa League agostana che darebbe un altro senso alla stagione. E comunque l’Inter non vince nulla da un decennio, non da un anno, ci vuole tempo per cambiare la mentalità, la storia di un club. Klopp ci ha messo quattro anni a fare del Liverpool la squadra più forte del mondo. L’Inter, però, il suo salto di qualità l’ha fatto: è di nuovo un grande club, temuto e credibile, Zhang e Marotta hanno mantenuto tutte le promesse. Ora tocca a Conte. Altrimenti per una volta il fallimento sarà tutto suo, e non dell’Inter.

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Coronavirus, il pallone è tornato e ci era mancato. Ma riusciremo ancora a emozionarci per questo calcio?

Tre mesi, 13 settimane, 95 giorni, 2.280 ore, 136.740 minuti. Tanto è passato dall’ultima volta in cui si era giocata una partita. Da allora c’è chi ha contato pure i secondi, chi si è semplicemente disintossicato, chi addirittura si è augurato che il calcio non ricominciasse più. Adesso il pallone è tornato e, diciamo la verità, ci era mancato, più o meno a tutti. Lo dicono i numeri: le due semifinali di Coppa Italia, Juventus-Milan e Napoli-Inter, gran galà della sospirata ripresa, sono state seguite da 7-8 milioni di spettatori, con punte del 34% di share.

C’è un misto di sollievo, felicità, indifferenza, delusione il giorno dopo la ripresa. Ognuno l’ha vissuta a suo modo, questione di sensibilità, emozioni personali. Tutto estremamente soggettivo. Quello che è oggettivo è lo spettacolo a cui abbiamo assistito: mediocre, inconsistente. Juventus-Milan è stata una partita tipo amichevole d’agosto, ritmi bassi, zero tiri in porta, risolta in quei 30 secondi di caos, fra il rigore generoso concesso dal Var e sbagliato da Ronaldo e la follia di Rebic punita con l’espulsione. Appena meglio Napoli-Inter, brutta copia della brutta partita dell’andata, con i nerazzurri di Conte superiori e spreconi, la squadra di Gattuso asserragliata in difesa, cinica al punto di guadagnarsi la finale con due tiri in porta in due gare.

Mercoledì all’Olimpico per l’ultimo atto speriamo di vedere qualcosa di più, un brivido, un sentimento. Il dubbio, però, è se questo calcio sia ancora in grado di offrircelo. Probabilmente è prematuro chiederselo, in fondo era solo la prima partita dopo tre mesi di stop, con quello che c’è stato di mezzo, anche la Serie A ha tutte le attenuanti del caso. Il problema di questi primi 180 minuti, però, non è stato Cristiano Ronaldo giù di tono o Lautaro Martinez con la testa al mercato, nemmeno i soliti limiti dell’Inter di Conte o il gioco balbuziente della Juve di Sarri. È tutto il calcio post Covid a non essere stato la stessa cosa: un calcio senza emozione e per questo poco emozionante.

Quell’atmosfera ovattata, il rimbombo del pallone o delle voci dei calciatori negli stadi deserti, è straniante: la Uefa è già partita alla carica per consentire l’accesso almeno ad una quota ridotta di spettatori, broadcaster e società studiano effetti sonori speciali e cori personalizzati (ma sarebbe una presa in giro, come le risate nelle sit-com). In attesa di sviluppi, farci l’abitudine non sarà facile. Ne risente il tifoso sul divano, ma anche i giocatori in campo: abbiamo visto due partite a eliminazione diretta, il cui finale in una situazione normale sarebbe stato palpitante, invece neanche un sussulto. Sarà forse perché questa stagione sportivamente è finita tre mesi fa: la si può anche concludere perché i presidenti devono incassare i soldi dei diritti tv e il pallone è una grande industria che come qualsiasi altra attività economica ha bisogno di ripartire, ma non la si può riattivare a comando. Ci vorrà del tempo per tornare ad esultare per un gol o disperarsi per un rigore sbagliato. O forse non è neanche una questione di tempo, è solo che dopo gli ultimi tre mesi abbiamo imparato a dare una gerarchia diversa alle priorità della vita.

Tornare a vedere, commentare, vivere una partita non è stato banale. Era una parte della nostra vita che ci era stata tolta all’improvviso, insieme a tante altre cose, anche molto più importanti. Adesso che ci viene restituita, siamo felici di riavere il nostro amato pallone. Ma riusciremo ancora a emozionarci per questo calcio?

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Italia ’90, 30 anni dopo – Così il Paese arrivava all’evento: omicidi, scioperi, sommosse e tensione. La nazionale di Vicini doveva unire

Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Repubblica Ceca. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli che fischia l’Argentina, Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Azeglio Vicini ha una voce di pietra e un’espressione incredula stampata sul volto. Parla lentamente, senza neanche sforzarsi di nascondere il suo disappunto. Perché ha provato davvero a rintracciare una briciola di logica in quello che sta succedendo fuori dal ritiro degli Azzurri a Coverciano, ma si è dovuto arrendere quasi subito. “Capirei questa contestazione se giocassimo male – dice ai giornalisti – ma vorrei sapere cosa c’entrano certe cose con la Nazionale. Rischiamo di vincere già il Mondiale dell’imbecillità“. Perché sono due giorni che i tifosi si accalcano davanti al centro federale. E sono due giorni che scandiscono i loro cori contro i bianconeri.

Baggio senti che puzza, senti che puzza”, urlano. “Ritira la firma, Baggio ritira la firma”, gridano. Mancano più di due settimane all’inizio del Mondiale italiano, ma Azeglio Vicini è già stanco. Così il 21 maggio chiede alla sicurezza di mettere a tacere quelle grida. Tutte. Anche quelle di incitamento. Solo che ormai è troppo tardi. La voce si è già trasformata in notizia. Il conte Pontello ha ha venduto Roberto Baggio. E l’ha ceduto alla Juventus. A meno di dieci chilometri di distanza Firenze brucia di rabbia. Un amore tradito che puzza di gas lacrimogeni e di cassonetti incendiati. Fino alle tre di notte la città è in subbuglio. Scendono in strada in mille. Abbattono semafori, distruggono auto, rovesciano bidoni dell’immondizia. Sputano frasi agghiaccianti come “Uccidere Pontello non è reato”, come “Pontello devi morire”.

Qualcuno ha in mano una spranga, altri si arrangiano come possono. E quando la polizia prova a caricarli, ecco che dai balconi piovono giù vasi contro le teste degli agenti. Alla fine in cinquanta finiscono su un’ambulanza, quindici su una volante della polizia. Notti drammatiche che precedono le Notti Magiche. Perché nel maggio del 1990 l’Italia è attraversata da una scarica elettrica continua. Da nord a sud. Un giorno dietro l’altro. Una cicatrice dietro l’altra. È il 9 maggio quando nell’abitazione palermitana del ministro della Pubblica Istruzione Sergio Mattarella inizia a squillare il telefono. A rispondere è il figlio. Ha appena venti anni ma ha già conosciuto la ferocia della mafia. Perché dieci anni prima suo zio Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, era stato ucciso in un agguato. Il ragazzo ha giusto il tempo di dire ‘pronto’ prima che il cuore inizi a rimbombargli nel petto. “Lei farà la morte che diremo noi”, sentenzia una voce anonima dall’altro capo della cornetta. Una minaccia che ha il suono sinistro di una promessa.

Poco prima, alle 8,30, un uomo compra un quotidiano in via Alessio Di Giovanni. Si chiama Giovanni Bonsignore ed è un funzionario dell’assessorato alla Cooperazione che con la sua inflessibilità si è fatto più di un nemico a Palermo. Soprattutto a causa delle sue obiezioni al finanziamento del mercato agroalimentare di Catania. Bonsignore sta andando a prendere la macchina in garage quando viene centrato da cinque proiettili. Sangue che bagna un marciapiede, bossoli che trasformano un uomo in un simbolo. Ma c’è un’altra lotta che unisce tutto lo Stivale. Ed è quella per il lavoro. La lista delle categorie pronte a scioperare è sterminata. E tutte si dicono disposte a farlo durante il Mondiale. Impiegati di banca, assicuratori, tabaccai, guardie mediche, medici di famiglia e ambulatoriali, autoferrotranvieri minacciano di incrociare le braccia e di scendere il piazza.

Addirittura, a Milano, metalmeccanici e operai chimici hanno annunciato di voler sfilare in corteo fin sotto ai cancelli del Meazza prima della gara inaugurale fra Argentina e Camerun. La situazione più pesante è quella dei trasporti. I Cobas dei capistazione, dei capigestione, del personale viaggiante e dei manovratori hanno indetto una decina di scioperi fra l’8 e il 25 giugno. E senza treni su cui far viaggiare turisti e tifosi, il Mondiale rischia di trasformarsi in un clamoroso e costoso flop. I macchinisti chiedono due giorni di riposo consecutivi almeno due volte al mese, la bonifica dei locomotori dall’amianto e, per la sicurezza dei passeggeri, la presenza di due operatori alla guida delle motrici. Ma, soprattutto, presentano un dato inquietante. Perché lo stress accumulato in una vita fatta di turni da 14 ore al giorno senza la possibilità di conoscere in anticipo i turni ha fatto crollare la loro speranza di vita a 64 anni.

Il ministro dei Trasporti Bernini, però, non ha nessuna voglia di cedere. Anzi, parte al contrattacco precettando 100mila lavoratori delle FS. E non è ancora finita. Perché mentre a Roma circa 5mila poliziotti assediano il Viminale per protestare contro la mancata applicazione del contratto firmato nel 1989, la Pinacoteca di Brera chiude i cancelli addirittura per qualche giorno. Colpa della mancanza cronica di personale che costringe i custodi a svolgere anche altre mansioni non di loro competenza come staccare i biglietti e custodire il guardaroba. E se prima i dirigenti potevano obbligarli ad obbedire tramite un ordine di servizio quotidiano, ora il Tar ha dato ragione agli impiegati. La tensione si trasforma in violenza alla fine del mese. E per motivi molto diversi.

Il 28 maggio, a Genova, un tunisino di 31 anni che da tempo dormiva su una vecchia 132 in via San Donato afferra una mannaia e aggredisce 9 persone. La più grave è una bambina di 2 anni e mezzo che viene portata al Gaslini con il cranio aperto. La folla prova a linciare l’aggressore, che qualche mese prima era uscito dal manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, poi si riversa nelle strade. Qualcuno urla “Morte al nero”, altri rispondono con un “Chi non salta marocchino è” e “Arabo infame”. Una delegazione di 15 persone riesce a farsi ricevere dal prefetto Mario Zirilli e, senza troppi giri di parole, spiega che il centro storico sta per esplodere, che la gente è pronta a organizzarsi in squadracce. Altri passano direttamente all’azione. Alcune bande di ragazzi pestano degli immigrati, mentre altri stranieri vengono picchiati addirittura con un pezzo di grondaia. Tutti si dicono esasperati, tutti giurano di non essere razzisti.

Il 30 maggio, invece, Napoli diventa un campo di battaglia. La mattina, quando gli abitanti dei quartieri Barra, Ponticelli e San Giovanni hanno aperto l’acqua hanno visto una melma marrone e maleodorante uscire dal rubinetto. La municipalizzata che gestiste l’acquedotto di Napoli dice che si tratta di un guasto alla conduttura, prontamente riparato. Eppure dopo tre giorni la situazione è sempre la stessa. Così gli abitanti esasperati hanno detto di essere pronti a bloccare il Mondiale. In alcune zone della città il costo di una bottiglia di minerale è raddoppiato. Qualcuno conserva per la sera l’acqua in cui ha cotto la pasta a pranzo. Per le strade inizia una vera e propria guerriglia. E dura giorni interi. Il 1° giugno cinquanta dimostranti entrano un un deposito e sequestrano due autobus. Dopo una ventina di minuti sono sotto il palazzo del Comune. E il primo cittadino Pietro Lezzi decide di ricevere venti rappresentati del commando improvvisato. “Sindaco lo vedi questo pane? – urla una donna – è fatto con l’acqua nera te lo mangi tu e tua moglie”. Il sindaco si infuria e risponde: “Io servo lo Stato!”. Ma la donna continua: “E il pesce puzza dalla testa!”. Tutti gli occhi sono fissi sul primo cittadino che grida: “La testa mia profuma”.

In un Paese così lacerato e contraddittorio, la squadra di Azeglio Vicini finisce per caricarsi sulle spalle un significato che va oltre il calcio. Deve incarnare l’unità nazionale, dimostrare (o almeno diffondere l’idea) che l’Italia è pronta a rilanciarsi, a ritagliarsi un ruolo ancora più di peso nella geopolitica internazionale. Diventa uno spot in maglietta e calzoncini, un manifesto animato capace di conquistare ogni città. Anche perché gli azzurri arrivano al Mondiale casalingo con l’etichetta di favoriti. Solo un paio di settimane prima i club tricolori si erano aggiudicati le tre coppe del Vecchio Continente: la Juventus aveva battuto la Fiorentina nella finale di Coppa UEFA, la Sampdoria aveva conquistato la Coppa delle Coppe (battendo l’Anderlecht grazie a una doppietta di Gianluca Vialli) e il Milan aveva messo in bacheca la Coppa dei Campioni. Un tris che aveva acceso le speranze di una popolazione intera. Forse anche oltre il lecito.

Baggio e Schillaci sono la coppia più bella del Mondo. Vialli e Mancini la coppia più bella d’Italia”, dice il commissario tecnico in un’intervista. Eppure nelle ultime sette partite internazionali prima del Mondiale gli azzurri hanno segnato soltanto due gol (Serena contro l’Algeria e De Agostini contro la Svizzera). Un paradosso che però diventa la cifra di una squadra ricca di contraddizioni, dove Baggio e Schillaci partono dalla panchina per poi diventare protagonisti assoluti, beniamini di una Nazione che insegue un gol. “Dopo ogni partita che abbiamo giocatore nella Capitale – ha raccontato Vicini – lungo tutto il percorso che facevamo in pullman viaggiavamo in mezzo a due ali di folla che ci applaudiva. Una cosa mai vista, considerato che arrivavamo in albergo dopo l’una di notte”. Una squadra troppo amata per essere anche vincente, una Nazionale che è riuscita a trasformare in una favola un Mondiale che doveva far finire sotto al tappeto molti problemi del Paese. Anche senza lieto fine.

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