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Prodi: “Pace in Ucraina? Bisogna far presto, il rischio è che Europa e Stati Uniti si dividano ancora di più”

Usa e Cina sono decisivi per la pace in Ucraina. L’Europa, così divisa, non può fare molto, può fare da incoraggiamento”. A dirlo, ospite del Festival dell’economia di Trento, è stato l’ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, intervistato dall’Ansa. Il professore ha posto l’attenzione su un aspetto: “Bisogna fare presto, perché il rischio è che gli interessi dell’Europa e degli Stati Uniti si dividano ancora di più”.

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Il diritto alle informazioni sullo stato ambientale è una legge europea. Ma molti se ne dimenticano

Le informazioni sullo stato dell’ambiente in cui viviamo non possono essere tenute segrete ma, di regola, devono subito essere fornite a chiunque ne faccia richiesta senza trincerarsi dietro giustificazioni burocratiche e “segreti interni”.

Questo semplice principio di civiltà è valido in tutta l’Unione europea sin dal 2003 (direttiva n. 4) il cui articolo 3 dispone che “gli Stati membri provvedono affinché le autorità pubbliche siano tenute, ai sensi delle disposizioni della presente direttiva, a rendere disponibile l’informazione ambientale detenuta da essi o per loro conto a chiunque ne faccia richiesta, senza che il richiedente debba dichiarare il proprio interesse”.

Eppure ancora oggi, nonostante la legge sia chiarissima, molte pubbliche amministrazioni se ne dimenticano rifiutandosi, spesso, anche di rispondere ai cittadini che chiedono informazioni. E non solo in Italia. Tanto è vero che più volte la questione è stata portata dinanzi alla Corte europea di giustizia la quale, ovviamente, ha sempre ribadito che la legge va applicata senza inventarsi scuse.

L’ultimo caso riguarda la Germania per il diniego di accesso a taluni documenti del Ministero di Stato del Land Baden-Württemberg relativi all’abbattimento di alberi nel parco del castello di Stoccarda, per la realizzazione del progetto di costruzione di infrastrutture e sviluppo urbano “Stuttgart 21”.

In questa occasione, la Corte europea, con una sentenza appena pubblicata (Corte di Giustizia, prima Sezione, 20 gennaio 2021 causa C‑619/19) ha ribadito alcuni principi importanti che vale la pena di sottolineare:

1) Il diritto alle informazioni significa che la divulgazione delle informazioni dovrebbe essere la regola generale e che le autorità pubbliche dovrebbero essere autorizzate ad opporre un rifiuto ad una richiesta di informazioni ambientali solo in taluni casi specifici chiaramente definiti. “Le eccezioni al diritto di accesso dovrebbero essere dunque interpretate restrittivamente in modo da ponderare l’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione con l’interesse tutelato dal rifiuto di divulgare”.

2) La direttiva 2003/4 mira a garantire che ogni richiedente, abbia un diritto di accesso alle informazioni ambientali detenute dalle autorità pubbliche o per conto di queste ultime senza che sia obbligato a far valere un interesse. E quindi l’autorità investita di una domanda di accesso non può esigere che tale richiedente le esponga un interesse particolare che giustifichi la divulgazione dell’informazione ambientale richiesta.

3) Tra i motivi che possono deporre a favore della divulgazione e di cui un’autorità deve comunque tener conto nella ponderazione degli interessi in gioco, figurano una maggior sensibilizzazione alle questioni ambientali, il libero scambio di opinioni, una più efficace partecipazione del pubblico al processo decisionale in materia ambientale e il miglioramento dell’ambiente.

4) Il rispetto di tutti gli obblighi che incombono alle autorità pubbliche in sede di esame di una domanda di accesso alle informazioni ambientali, tra cui, in particolare, la ponderazione degli interessi in gioco, deve essere verificabile per l’interessato e poter essere oggetto di un controllo nell’ambito dei procedimenti di ricorso amministrativo e giurisdizionale previsti a livello nazionale. Pertanto l’autorità pubblica che adotta una decisione di diniego di accesso a informazioni ambientali deve esporre le ragioni per cui ritiene che la divulgazione di siffatte informazioni potrebbe recare concretamente ed effettivamente pregiudizio all’interesse tutelato dalle eccezioni invocate, tenendo ben presente che “il rischio di un siffatto pregiudizio dev’essere ragionevolmente prevedibile e non puramente ipotetico”.

5) L’obbligo di fornire le informazioni riguarda anche le comunicazioni interne nell’ambito di una amministrazione, per le quali il segreto è ammissibile solo nel periodo in cui la tutela è giustificata con riguardo al contenuto di una siffatta comunicazione al fine di consentire uno spazio protetto per proseguire un lavoro di riflessione e condurre dibattiti interni. E, in ogni caso, trattasi di eccezione da valutare in senso restrittivo, per cui può esservi anche una immediata divulgazione parziale.

In questo quadro chiarissimo, vale solo la pena di aggiungere che sin dal 2016 il nostro Consiglio di Stato ha precisato che la generale disciplina in tema di accesso alle informazioni ambientali riguarda tutti gli atti di una procedura amministrativa e non solo le determinazioni conclusive; e, infine, che, ovviamente, resta tuttavia valida la eccezione che riguarda le informazioni e risultanze acquisite nell’ambito di un procedimento penale che sono coperte dal segreto istruttorio. E, tuttavia, va anche ricordato che, non appena viene meno questo segreto, viene meno anche questa eccezione.

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Recovery fund, difficile che Ungheria e Polonia si oppongano fino in fondo

di Luigi Manfra*

Dopo numerosi tentativi negoziali, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno finalmente trovato un accordo sul prossimo bilancio pluriennale da 1.074 miliardi, e sul pacchetto per la ripresa da 750 miliardi di euro concordato a luglio dai leader europei. Ursula Von der Leyen aveva proposto di aumentare la capacità di bilancio Ue, che è stato incrementato di 16 miliardi, per poi usarlo come garanzia per raccogliere fondi sul mercato, attraverso bond comuni. L’alternativa, cioè aumentare i contributi degli Stati, sarebbe stata respinta sia dai paesi del nord, ma anche dai paesi del sud in difficoltà già prima del Covid-19.

L’accordo raggiunto sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 era indispensabile per consentire al Consiglio di approvare la decisione sull’utilizzo delle risorse proprie, e superare l’opposizione di alcuni Stati. Nell’accordo, però, è stata inserita anche una nota che prevede il rispetto dello stato di diritto, su cui non si è ancora trovata un’intesa con i paesi dell’est europeo.

Il Recovery fund, com’è noto, prevede una quota di prestiti garantiti dall’Unione europea per 360 miliardi di euro, e una seconda quota di 390 miliardi di erogazioni a titolo gratuito. Per quanto riguarda i prestiti, è noto che non verranno richiesti da molti paesi. Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Francia, Lussemburgo, Olanda, Austria, Finlandia hanno, infatti, rendimenti negativi sui bond che emettono. Inoltre la politica monetaria espansiva della Bce ha portato ad una riduzione generalizzata dei tassi, e forse anche la Spagna ed altri paesi non utilizzeranno i prestiti almeno nell’immediato.

Ad esempio, a fronte del tasso sul bond decennale tedesco che attualmente propone agli investitori un rendimento negativo dello 0,54%, anche quello dei paesi mediterranei si è ridotto. Il bond spagnolo paga lo 0,12%, quello italiano lo 0,64%. Quindi la Spagna ed altri Paesi mediterranei, mentre richiederanno subito i trasferimenti, sono propensi a richiedere i prestiti soltanto se le condizioni monetarie peggioreranno. Di conseguenza, dei 360 miliardi di prestiti previsti dal piano europeo, ne verranno richiesti dagli Stati soltanto 176, oppure 239 se anche la Spagna dovesse richiederli.

I grants, pari a 390 miliardi, saranno, invece, richiesti da tutti gli Stati beneficiari perché l’onere del debito sarà coperto da fondi europei, anche se quest’ultimo aspetto non è ancora stato definito nei dettagli. La restituzione dovrebbe essere coperta con l’introduzione di nuove tasse emesse dall’Europa, ispirate a criteri di protezione ambientale sulla plastica non riciclata, sulle emissioni del trasporto aereo e marittimo, e di equità finanziaria sulle imprese digitali. Com’è noto, la ripartizione dei contributi e dei prestiti non è stata fatta in base alle quote dei singoli stati sul Pil della Ue, ma sugli effetti economici provocati dalla pandemia, seguendo fondamentalmente tre criteri: popolazione, reddito pro-capite, tasso medio di disoccupazione negli ultimi 5 anni.

In base a questi criteri all’Italia sono stati attribuiti 209 miliardi di euro, molti di più del suo peso demografico. Il resto della somma si deve dunque agli altri due criteri, ed è stato attribuito perché l’Italia presenta valori inferiori alla media europea, soprattutto nel Mezzogiorno che con un reddito pro-capite medio di 19 mila euro rispetto ai 36mila del Centro-Nord, e un tasso di disoccupazione del 17% rispetto al 7,6% del resto del paese, si trova in una crisi economica sempre più grave. Equità vorrebbe che la maggior parte di questi fondi fossero investiti in questa parte del paese. Ci sarà tempo fino al 31 dicembre 2058 per il rimborso dei prestiti. Stessa scadenza anche per la parte delle risorse a fondo perduto.

Come tutti, anche l’Italia dovrà presentare un piano coerente con le raccomandazioni specifiche che la Commissione dà a ogni singolo Paese. Tra gli elementi che incidono sulla valutazione positiva ci sono la crescita economica, la creazione di posti di lavoro, la transizione verde e digitale, condizione basilare quest’ultima per ottenere l’approvazione dell’Europa. Dopo aver vinto le resistenze dei cosiddetti paesi “frugali”, soprattutto alla mutualizzazione del debito, l’opposizione più forte arriva ora dal blocco dell’Est, già in conflitto con Bruxelles per violazioni allo stato di diritto.

L’Ungheria ha minacciato di mettere il veto sull’intero pacchetto del Recovery fund. Stessa posizione ha assunto la Polonia, minacciando un voto contrario all’accordo da parte del parlamento di Varsavia. Dalle minacce ai fatti: gli ambasciatori dei due paesi, secondo notizie recenti, hanno posto il veto sull’approvazione del Bilancio Ue. Ma Ungheria e Polonia sono fra i paesi che più beneficiano dei fondi Ue.

Nel 2019 Budapest ha ricevuto 6,2 miliardi di euro a fronte di appena 1,2 miliardi di euro versati, mentre per la Polonia le cifre sono rispettivamente di 16,3 e 5 miliardi. Con questi numeri, e ancor di più con le risorse che arriveranno dal Recovery fund, è presumibile che i due paesi non avranno nessun interesse a portare la loro opposizione fino alle estreme conseguenze, soprattutto in una situazione come quella che attualmente affronta l’Europa.

* Responsabile progetti economico-ambientali per Centro studi Unimed, già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma

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Bielorussia, il Parlamento Ue vota contro Lukashenko e la Lega si astiene. Dov’è la notizia?

Sondaggio: è notizia che il Parlamento europeo chieda sanzioni Ue contro il presidente bielorusso Alexander Lukashenko e condanni le violente repressioni delle proteste popolari che vanno avanti da oltre un mese? O è notizia che la Lega si sia astenuta, mentre M5s, Pd, Fi, Fdi e tutti quanti erano a favore?

A parer mio, non fa notizia né l’una cosa né l’altra: il Parlamento europeo non poteva non dire la sua su quanto sta avvenendo in un Paese ai confini dell’Unione, dove si combatte una battaglia per la democrazia; e la Lega non poteva schierarsi contro il presidente russo Vladimir Putin, stella polare – e magari pure ufficiale pagatore – della sua politica estera (e lo ‘zio Vladi’ è il nume protettore del despota bielorusso).

L’enfasi sul voto del Parlamento e lo scandalo sull’astensione della Lega sono, dunque, esagerati ed antefatti, a mio avviso. La risoluzione, adottata con 574 sì, 37 no e 82 astensioni, lascia il tempo che trova, perché le decisioni di politica estera dell’Unione europea devono essere adottate dal Consiglio dei Ministri degli Esteri dei 27.

L’Assemblea ha respinto i risultati ufficiali delle presidenziali bielorusse del 9 agosto, elezioni che si sono svolte “in flagrante violazione di tutti gli standard riconosciuti a livello internazionale “. Quando il mandato di Lukashenko – “leader autoritario” – scadrà, il 5 novembre, il Parlamento non lo riconoscerà più come presidente del Paese.

L’occasione per tradurre gli auspici del Parlamento in decisione dei 27 potrebbe esserci dopo che il “ministro degli Esteri” Ue Josep Borrell e i ministri degli Esteri dei Paesi dell’Unione avranno visto, lunedì, a Bruxelles, Svetlana Tikhanovskaya, leader dell’opposizione bielorussa, che sarà ricevuta anche dal presidente dell’Assemblea David Sassoli.

Illusorio ipotizzare che Lukashenko faccia passi indietro, dopo avere avuto a Soci l’avallo esplicito di Putin. Il ministero degli Esteri bielorusso valuta “esplicitamente aggressiva” e “non costruttiva” la risoluzione del Parlamento di Strasburgo. “Siamo delusi – dice in una nota – che gli eurodeputati non siano riusciti a trovare la volontà politica di guardare al di là del proprio naso e di superare l’unilateralità e non diventare ostaggio dei luoghi comuni”. Faccia tosta diplomatica? Minsk ha l’appoggio di Mosca e non avverte pressioni da Washington, poco attenta alle vicende bielorusse.

Noi Occidentali – ammesso che abbia ancora un senso parlare di “Noi Occidentali” – abbiamo smesso di volere esportare la democrazia sulle punte delle baionette: dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l’avevamo, anzi l’avevano – loro, gli Alleati – difesa da nazismi e fascismi, non c’è stato nessun tentativo del genere andato a buon fine, da Cuba al Vietnam, dall’Afghanistan all’Iraq.

Ora, abbiamo la tentazioni di provarci con le sanzioni, cominciando sempre da Cuba al Venezuela, dall’Iran alla Russia. Ma non è che funzioni molto meglio. C’è il rischio che la Bielorussia si riveli un altro buco nell’acqua. L’esempio, che in fondo giocò un ruolo nella caduta del comunismo, potrebbe funzionare meglio, specie al tempo della globalizzazione e della comunicazione istantanea, alias “villaggio globale”.

Ma qui casca l’asino, anzi il leader: Lukashenko e Putin e pure il cinese Xi Jinping e molti altri satrapi autoritari saranno pessimi, dal punto di vista della democrazia, ma se l’Occidente offre modelli cospirazionisti alla Trump o negazionisti alla Bolsonaro c’è poco da sperare nell’esempio; anzi, c’è da sperare che i nostri “eroi” non siano contagiosi, politicamente parlando.

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Recovery Fund, Conte: “In pochi ci avrebbero scommesso, gli aiuti arrivino presto”. Zingaretti: “Da Ue finalmente politiche espansive”

Il governo canta vittoria il giorno dopo la pubblicazione della proposta della Commissione europea per un Recovery Fund, ribattezzato ‘Next Generation Eu’, da 750 miliardi di euro, di cui 500 a fondo perduto e 250 sotto forma di prestiti. “Ci abbiamo creduto quando in pochi ci avrebbero scommesso – ha dichiarato a La Stampa il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte – In molti, anche sul piano interno, mi invitavano ad essere cauto e a non espormi dicendo che avrei sicuramente rimediato una cocente sconfitta politica. Ma sono stato sempre consapevole che una reazione europea forte e unitaria era assolutamente necessaria non solo per l’Italia ma anche per il futuro stesso dell’Europa”. Soddisfazione anche dal Pd, con il segretario Nicola Zingaretti felice per la posizione presa dall’Unione europea: “Dall’Europa finalmente politiche espansive“, ha detto a Repubblica. Mentre il vicesegretario, Andrea Orlando, a Omnibus La7 parla di “successo politico del governo che non può avere come presupposto la debolezza”.

Conte esulta, ma adesso c’è da superare lo scoglio del Consiglio Ue
Il capo del governo porta a casa l’appoggio delle istituzioni europee, ma la trattativa con i Paesi rigoristi, Austria e Paesi Bassi in testa, deve ancora cominciare e, come fanno sapere da Vienna e L’Aia, sarà tutt’altro che semplice. Per poter arrivare a un accordo definitivo serve l’unanimità di tutti i 28 Paesi membri dell’Ue che siedono nel Consiglio europeo. “Con i leader europei più contrari o perplessi – continua Conte – mi sono confrontato più volte, anche in modo molto franco, invitandoli a considerare che senza una risposta adeguata avremmo distrutto il mercato unico e compromesso irrimediabilmente tutte le catene di valore. Una risposta buona ma tardiva sarebbe stata inutile”. E riconosce che “ora c’è ancora molto da lavorare. Ci aspetta un Consiglio europeo molto impegnativo e dobbiamo cercare di rendere tempestiva l’attivazione di questi nuovi strumenti”.

Sulla stessa linea il commissario Ue agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, che in un’intervista a Radio Anch’io su RadioRai dice che la proposta “è per l’Italia una grande responsabilità, anche perché non credo avrà tante opportunità come questa”. Per il Paese si parla infatti di una disponibilità complessiva di “170-180 miliardi, anche se l’Italia è un contributore netto per 4 miliardi l’anno è tanta roba, come si dice a Roma. Il problema è come spendere queste risorse”.

E su questo è proprio il commissario che, in linea con quanto auspicato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, cerca di tracciare la linea: “La direzione giusta è affrontare le emergenze, puntare sulla transizione verde e digitale, affrontare le inefficienze burocratiche e la lentezza della giustizia civile“. Certo, ammette, “in prospettiva il tema del debito deve essere tenuto sotto controllo, non possiamo dimenticare che siamo troppo indebitati. Ora dobbiamo spendere ma in futuro questo debito dobbiamo metterlo su un percorso più gestibile o fra qualche anno ci troveremo in difficoltà”. E sulla possibilità di un accordo favorevole con Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia dice che è arrivata “una reazione iniziale non di porta in faccia ma di inizio di un negoziato, una reazione che rende possibile un accordo. Non sarà facile ma ci si arriverà”.

Zingaretti: “Finalmente politiche espansive dall’Ue”. Orlando: “Successo del governo”
Soddisfazione anche in casa Pd. Il segretario Zingaretti ha dichiarato che “finalmente abbiamo politiche espansive. Il Recovery Fund apre una stagione di potenti investimenti e dimostra quanto le nostre ragioni fossero più credibili di quelle dei nazional-populisti. L’Europa sta ritrovando la sua visione accanto ai bisogni delle persone. Queste risorse non vanno distribuite a caso ma con una strategia chiara“. E a proposito di questo, anche lui, come Gentiloni, sostiene che ci si debba concentrare su “cinque punti. Sfida digitale, scelte energetiche, centralità dell’università e della ricerca, riforma dello Stato e lotta alla burocrazia. Oltre al protagonismo dell’Europa“.

Adesso, conclude, è necessario che il governo convochi “presto tutte le aziende a controllo pubblico, i colossi mondiali come Eni, Enel, Finmeccanica, Ferrovie. Occorre dare una missione-Paese a questi grandi attori che gestiscono centinaia di miliardi di euro di investimenti. Sia chiaro, io rispetto l’autonomia di queste aziende. Ma la competizione è inutile senza una visione d’insieme”.

Parla di “successo politico” Andrea Orlando, complimentandosi con l’esecutivo che “si è mosso bene e anche i ministri Gualtieri e Amendola si sono mossi bene. Questa operazione non è frutto del caso o del fatto che la cancelliera Merkel si sia ravveduta strada facendo. Il fatto è che in Europa si sono modificati i rapporti di forza, proprio grazie alle iniziative del governo e della maggioranza. Con il precedente governo questo non sarebbe stato possibile”.

Monti: “Svolta nell’Ue, occasione da sfruttare”. Letta: “Serve pianificazione”
Anche i due ex presidenti del Consiglio, Mario Monti ed Enrico Letta, parlano di un risultato “molto positivo”. “In ogni paese si calcolano soldi veri e l’Italia questa volta è la più beneficiata – ha detto il senatore a vita a Circo Massimo su Radio Capital – È una svolta nella costruzione dell’Europa. L’Ue si appresta ad avere un bilancio e si appresta ad usarlo”. Questi soldi, sottolinea Monti, “sono un’occasione per realizzare tanti miglioramenti nell’economia e nell’amministrazione che avremmo sempre voluto fare. Bisogna usarli bene e in tempo”. E poi lancia un messaggio ai cosiddetti sovranisti: “Vedranno questa svolta, saranno costretti a trovare altri difetti all’Europa che verrà incontro alle esigenze dei cittadini e delle nuove generazioni”.

Positivo anche Letta, che ha parlato ad Agorà su Rai3, anche se più cauto nel giudizio: “Si potranno fare diverse operazioni, come ad esempio ridurre le tasse e in particolare tagliare il costo del lavoro. Credo che sia assolutamente possibile, almeno è quello che farei io. Vorrei sottolineare che stanno arrivando dall’Europa così tanti soldi che l’Italia non ha mai avuto prima. Ora l’importante è pianificare l’utilizzo di tutte queste risorse per i prossimi dieci anni, in modo tale che non si trasformino nel ‘regno delle marchette’, ossia che a ognuno che chiede qualcosa questa cosa poi gli viene data”.

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Coronavirus, Mattarella: “È l’ora di rafforzare la solidarietà politica in Ue, senza tutti più in difficoltà. In gioco il futuro dei nostri popoli”

“È ora la volta, ineludibile, del rafforzamento della solidarietà politica dell’Unione”. Nel Giorno dell’Europa, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, spende la sua voce per ricordare, ancora una volta dall’inizio della pandemia di coronavirus, come la reazione alla crisi debba essere collettiva. “Non è in gioco soltanto la risposta alla crisi epidemica, ma si tratta di un banco di prova fondamentale per il futuro dei nostri popoli e per la stessa stabilità del continente”, avverte il capo dello Stato richiamandosi alla “lungimiranza” dei padri dell’Unione.

L’emergenza legata al Covid-19 “non fa che confermare l’urgenza di rispondere alle istanze di cambiamento espressi dai cittadini europei” per “sviluppare ancora di più il fermento di una comunità più profonda”, scrive il presidente della Repubblica nel suo messaggio ricordando che “tessere le fila del nostro destino comune è un dovere al quale non possiamo sottrarci”.

“Il progetto europeo ha saputo dimostrare l’elasticità e la resilienza necessarie a propiziare fondamentali e positivi cambiamenti. È ora la volta, ineludibile, del rafforzamento della solidarietà politica dell’Unione”, sottolinea. E in questa occasione “solo più Europa – assicura Mattarella – permetterà di affrontare in modo più efficace la pandemia”, sia sul piano “della ricerca e della assunzione di misure per la difesa della salute” che sul “piano della ripresa economica e sociale”.

“Saremmo tutti più in difficoltà se non potessimo disporre di quella necessaria rete di condivisione che lega i nostri popoli attraverso le istituzioni comuni”, aggiunge il capo dello Stato. Per questo, “avvertiamo tutti la responsabilità di unirci nel sostegno alle vigorose misure di risposta alla crisi e alle sue conseguenze”, sia “alle misure già decise e a quelle ancora da assumere”.

“Il 9 maggio 1950, Robert Schumann, uno dei padri dell’Europa – ricorda, come fatto venerdì anche dalla presidente della Bce Christine Lagarde – in una dichiarazione divenuta celebre, immaginava un continente unito sul piano economico e – in prospettiva – sul piano politico, per superare la pesante eredità della guerra e come punto di partenza di un ambizioso processo di integrazione fra Paesi”.

Per Mattarella, quindi, “la visione di una generazione di intellettuali e uomini politici che per il bene comune della famiglia europea seppe superare divisioni antiche ci deve sostenere anche nelle attuali difficili circostanze”. Perché tutti i Paesi si trovano di fronte “a una sfida che non ha precedenti per ampiezza e profondità, e dobbiamo saper dare risposte all’altezza di quella lungimiranza che, ancor oggi, rappresenta il patrimonio più prezioso che i Padri fondatori ci hanno lasciato in eredità”.

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Coronavirus, ministro Finanze olandese: “No a coronabond. Mes? In passato ottimi risultati”. Sanchez: “Salva-Stati solo in fase iniziale. Poi serve solidarietà”. Bce: “Eurobond una tantum sono una possibilità”

Mentre dalla Banca centrale europea continuano ad arrivare segnali di apertura alle richieste dei Paesi del centro e sud Europa, tra cui l’Italia, rinnovando la disponibilità a fare tutto il necessario per sostenere gli Stati membri durante la crisi dovuta al coronavirus e mantenendo aperta la possibilità dei coronabond “una tantum”, è di nuovo il ministro delle Finanze olandese, Wopke Hoekstra, a mettersi alla guida del gruppo dei rigoristi. Dopo le dure critiche raccolte in seguito alla richiesta di un’indagine della Commissione Ue sulla gestione dei bilanci da parte di Paesi come l’Italia e la Spagna, il capo del Tesoro di Amsterdam è tornato a chiudere la porta agli eurobond e a sponsorizzare il Mes: “In passato ha dato ottimi risultati“.

Hoekstra: “La Bce sta facendo abbastanza, no ai coronabond”
In un’intervista a Repubblica, il ministro delle Finanze del governo guidato dal liberale Mark Rutte ha dichiarato che “nella strategia di lungo termine dobbiamo assicurarci che l’Unione Europa sviluppi resilienza e prosperità capaci di durare nel futuro. Concordo sul fatto che gli strumenti per riuscirci debbano essere comuni, ma ci sono differenti punti di vista. A nostro avviso la Bce sta facendo abbastanza e gli eurobond non rappresentano una soluzione“.

Quando gli viene chiesto quali siano i piani di Amsterdam e dei paesi del Nord che, insieme alla Germania, compongono il blocco dell’austerity, il ministro olandese risponde: “Per noi l’obiettivo è duplice. Rispondere alle esigenze immediate e assicurarci che a lungo termine gli stati membri e la zona euro siano resilienti. In passato il Fondo Salva-Stati o Mes ha dato ottimi risultati. Comunque è difficile dire come proseguirà la discussione, ne stiamo parlando con i partner Ue”.

All’appello dei Paesi del Sud, tra i quali anche quello del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che in varie interviste a quotidiani olandesi e tedeschi ha chiesto maggiore unità, solidarietà e collaborazione da parte di tutti i Paesi membri, ricordando che una crisi del Sud Europa metterebbe in difficoltà le economie di tutti gli altri Stati, Hoekstra risponde dicendo di credere “fermamente nella collaborazione europea. Concordo sul fatto che dobbiamo agire insieme visto che i nostri Paesi sono totalmente interconnessi dal punto di vista economico e dei valori. Dobbiamo creare più stabilità, non più instabilità. La grande domanda è come. E su questo abbiamo opinioni diverse, ma i Paesi Bassi lavorano per creare ponti, non per dividere”.

E sul futuro delle imprese disegna un quadro cupo: “In Parlamento mi è stato chiesto se posso garantire che nessuna azienda fallisca. La mia risposta è che come governi e come Unione saremo capaci di uscire da questo momento, ma in tutta onestà devo anche dire che in Olanda e in Europa alcune imprese finiranno nei guai“.

Sanchez: “Mes? Utile solo in una prima fase”
Al ministro Hoekstra, sempre dalle colonne di Repubblica, risponde il capo del governo spagnolo, Pedro Sanchez. Il Mes “può tornare utile in una prima fase per iniettare liquidità nelle economie europee tramite una linea di credito, qualora questa sia universale e senza condizionalità, ma non sarà sufficiente a medio termine – ha detto – È il momento di agire in modo solidale, creando un nuovo meccanismo di mutualizzazione del debito, agendo in blocco per l’acquisto di prodotti sanitari di prima necessità, stabilendo delle strategie coordinate sulla cybersicurezza e preparando un grande piano di intervento affinché la ripresa del continente sia veloce e solida”.

Non è certamente d’accordo sul fatto che in passato il Fondo Salva-Stati abbia portato a ottimi risultati, riferendosi implicitamente al caso greco: “Gli Stati Uniti hanno risposto alla recessione del 2008 con degli incentivi, mentre l’Europa rispondeva con l’austerità. I risultati sono noti a tutti. Oggi, in un momento in cui si presenta una crisi economica globale più profonda di quella, gli Stati Uniti hanno applicato la più grande mobilitazione di risorse pubbliche della loro storia. E l’Europa? È disposta a rimanere indietro? Questo è il momento di rompere i vecchi dogmi nazionali“.

In una situazione così eccezionale, aggiunge il premier di Madrid, “o siamo all’altezza delle circostanze o falliremo come Unione. Abbiamo bisogno di una solidarietà decisa. Senza solidarietà non ci sarà coesione, senza coesione ci sarà disaffezione e quindi la credibilità del progetto europeo verrà gravemente danneggiata”.

Schnabel (Bce): “Faremo tutto il necessario. Ok a coronabond una tantum”
La Bce, intanto, rinnova la propria apertura a ogni tipo di soluzione condivisa. Il membro tedesco del comitato esecutivo della Bce, Isabel Schnabel, in un’intervista al giornale greco To Vima, ha detto che il piano da 750 miliardi (Pepp) con il quale la Banca centrale europea comprerà titoli pubblici e privati rappresenta “la nostra risposta a questo shock economico straordinario causato dalla pandemia”. Si tratta di un piano “temporaneo, significativo per dimensioni ed elastico”, ha aggiunto precisando che “durerà fino a quando la crisi sarà finita, ma comunque almeno fino alla fine dell’anno”.

Ma non chiude alla possibilità di ricorrere ai coronabond: “L’emissione una tantum dei coronabond potrebbe essere una possibilità”, continua aggiungendo che “ci sono altri strumenti che potrebbero essere utilizzati, come un Fondo di salvataggio dell’Ue oppure misure che coinvolgono il Mes o la Banca Europea per gli Investimenti“.

E lancia un messaggio alle banche: “La crisi avrà certamente effetti negativi sulle banche, ma questa volta gli istituti di credito non sono la causa della crisi, ma piuttosto devono essere parte della soluzione visto che si trovano in una posizione migliore, con più capitale e liquidità”.

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Coronabond, perché la Germania non li vuole

Capire o inveire? Pare essere dovere patriottico insultare i tedeschi, perché si oppongono ai coronabond. Questa in effetti è un’espressione priva di significato preciso. Comunque nella sostanza si tratterebbe di obbligazioni (bond) emesse dall’Unione europea (Ue) o altro soggetto, per raccogliere soldi per i costi, sicuramente esorbitanti, dovuti al coronavirus. I coronabond o eurobond sarebbero titoli garantiti in solido da tutti gli Stati dell’Ue, come si dice in termini giuridici. Cioè, se qualcuno non rimborsa la sua quota, tocca agli altri pagare il rimborso del prestito per lui.

E questo è il problema. Lo scenario paventato dai tedeschi è il seguente: i coronabond vengono emessi, i soldi raccolti distribuiti fra gli Stati dell’Ue, poi l’Italia, la Grecia ecc. non li restituiscono e così soprattutto la Germania, ma anche i Paesi Bassi ecc. dovranno accollarsi il rimborso anche delle loro quote oltre che delle proprie.

Giuridicamente varrebbe pure l’ipotesi opposta, ossia la Germania insolvente e l’Italia che va in suo soccorso. Ma nessuno la prende seriamente in considerazione. Come mai? Anche solo perché l’Italia è già ora indebitata fino al 135% del proprio Prodotto interno lordo (Pil) e la Germania poco sopra il 60%.

Per di più mediamente i tedeschi conoscono l’Italia molto più che viceversa. Per citare un aspetto piacevole, i tedeschi che soggiornano volentieri nella loro seconda o terza casa in Italia sono enormemente più dei pochissimi italiani che fanno le ferie nella propria casa in Germania. Conoscendo l’Italia, i tedeschi sono convinti che essa sia alquanto corrotta, che per anni i suoi politici abbiano saccheggiato il bilancio pubblico per l’arricchimento personale e per coltivare le proprie clientele. Sono convinzioni così strampalate?

Aggiungiamo che essi hanno letto più volte che l’Italia è molto indebitata, ma individualmente gli italiani sono in media più ricchi di loro. Infatti i Btp e in generale i titoli di Stato sono un debito per il Tesoro, ma sono una voce attiva nei patrimoni di molti italiani, direttamente o indirettamente. Cioè in quanto nei fondi comuni o pensione, nelle polizze ecc.

All’estero sconcerta soprattutto la richiesta di emettere coronabond, cioè di dare soldi all’Italia, addirittura in modo incondizionato. Pensano infatti che, in assenza di vincoli stringenti, essi finirebbero nelle tasche di politici e amministratori corrotti, senza neppure essere d’aiuto alle persone bisognose.

Congiunto a innegabili egoismi, ciò spiega alcune posizioni brutali, come quella di un gruppo di economisti e rappresentati degli imprenditori di area conservatrice, che senza mezzi termini ha gridato: “Purché niente soldi per l’Italia”.

È però falso che i tedeschi siano sordi a ogni richiamo di solidarietà europea. Per accorgersene, basta leggersi l’editoriale in tal senso del direttore del settimanale Der Spiegel: “Cosa aspettiamo?” di Enrik Müller.

Inoltre, prima di venire in soccorso dell’Italia, i Paesi più ricchi dell’Ue vorrebbero capire meglio quanti hanno bisogno di aiuto. Non gli sembra opportuno concedere subito aiuti all’Italia, solo perché è stata colpita prima dal coronavirus, senza aspettare almeno qualche settimana per avere un quadro complessivo della situazione.

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Trattato Ue-Mercosur, gli agricoltori tedeschi in piazza: “È in contrasto con le politiche per il clima siglate dalla stessa Europa”

“Ci stiamo muovendo sempre di più verso un’agricoltura industriale che è in contrasto con le politiche di salvataggio del clima che gli Stati europei hanno siglato”. Saskia Richarzt, portavoce di Wir haben es satt!, associazione che protesta contro le politiche agricole del governo tedesco e dell’Europa, riassume così il motivo per cui gli agricoltori tedeschi scendono in piazza a Berlino contro il trattato Ue-Mercosur, ovvero l’accordo commerciale sottoscritto lo scorso 28 giugno dopo 20 anni di negoziati tra Unione europea da un lato e Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay dall’altro. Proprio a questo trattato, come fatto precedentemente con il TTIP e il CETA, che gli agricoltori tedeschi si oppongono perché vedono un rischio per le proprie aziende. Wir haben agrarindustrie satt! è il nome della manifestazione, arrivata al decimo anniversario, degli agricoltori e dei cittadini che cercano un modello alternativo allo sfruttamento intensivo del terreno e all’uso deliberato di pesticidi. E che ora chiedono al governo di Angela Merkel di mettere il veto al trattato.

L’accordo Ue-Mercosur “si basa sulla continuazione dell’agricoltura industriale, che è stata a lungo considerata un fallimento e non è più adatta per il futuro: danneggerà i produttori di entrambi i continenti”, afferma Antonio Andrioli, studioso brasiliano, che spiega così il motivo per cui gli agricoltori tedeschi scendono in piazza. “In pratica – prosegue – si parla di importare carne ed etanolo più economici dall’America Latina, ovvero prodotti associati localmente al degrado ambientale e alle violazioni dei diritti umani”, sostiene Andrioli. A questo si aggiungono le problematiche ambientali e la differenza legislativa sull’utilizzo dei pesticidi come il Glifosato e il Paraquat. “In Germania il limite di Glifosato nelle acque è di 0,5 microgrammi, in Brasile di 500 microgrammi – continua lo studioso – in pratica si esportano in America Latina pesticidi che vengono utilizzati per prodotti che poi verranno reintrodotti in Europa grazie agli accordi commerciali”.

Il Brasile è, insieme agli Stati Uniti, il paese che utilizza il maggior numero di pesticidi al mondo. Più di 150 di questi non sono consentiti dall’attuale normativa comunitaria. Il rischio è quello di ritrovarsi sugli scaffali dei supermercati prodotti che non rispettano gli standard europei di sicurezza alimentare. “In Europa produciamo abbastanza carne per sfamarci, non si tratta di bisogni ma di importare prodotti a basso costo. Inoltre, importiamo etanolo prodotto dalla soia. Si disboscano le foreste per fare la soia”, afferma Saskia Richartz. In pratica è come se i governi da un lato si impegnassero per ridurre le emissioni e poi dall’altro lato delegassero all’America Latina il settore primario, importando cibo per esportare prodotti industriali, creando succursali dell’inquinamento. Un modello che secondo Richartz non solo danneggerebbe il pianeta ma fungerebbe da “dumping nei confronti degli agricoltori sia Europei che dell’area economica del Mercosur”.

Dello stesso parere dei manifestanti è il sottosegretario all’Ambiente del governo italiano, Giuseppe L’Abbate, in visita a Berlino per il forum sull’agricoltura. “Sul Mercosur ci siamo dichiarati contrari perché un trattato di libero scambio com’era impostato avrebbe portato nel nostro Paese carne proveniente da mercati di cui non conosciamo gli interventi sanitari”. Il trattato prevede la rimozione delle tariffe per i prodotti europei nei settori auto, componenti di automobili, macchinari, prodotti chimici, prodotti farmaceutici, abbigliamento, calzature e tessuti. Inoltre, indebolisce i controlli su prodotti, come la carne, provenienti da paesi in cui sono legali centinaia di pesticidi da noi proibiti e dove gli Ogm possono liberamente circolare.

Protezione del clima, protezione degli animali, combattere la mortalità degli insetti, a cui si aggiungono la fine dell’uso di pesticidi chimici sintetici entro il 2035 e l’aiuto agli agricoltori nella transizione verso un’agricoltura ecologica amica delle api: queste sono le richieste degli agricoltori al governo di Angela Merkel che ha creato una commissione apposita. Ma lo scetticismo tra i manifestanti rimane, proprio nel Paese in cui ha sede la più grande azienda chimica al mondo, la Bayer. “Il governo favorisce i grandi gruppi agrochimici e dell’agricoltura industriale – sostiene Reinhild Benning, dell’associazione GermanWatch – mettendo a rischio l’esistenza stessa degli agricoltori, della trasparenza e dell’alimentazione sana.”

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Noi di Essere Animali abbiamo visto come allevano branzino e orata. E le condizioni sono terribili



Anno dopo anno, l’acquacoltura continua a confermarsi come il settore alimentare con il più alto tasso di crescita. A livello globale, la produzione acquicola ha oramai superato quella proveniente dalla pesca di cattura selvatica e costituisce la fonte di approvvigionamento principale di risorse ittiche destinate al consumo umano diretto.

Tuttavia, negli allevamenti intensivi milioni e milioni di pesci sono privati della loro libertà, esposti a fattori di stress e sottoposti a pratiche crudeli. Si tratta di una realtà ancora largamente ignorata che ha conseguenze negative non solo per gli animali, ma anche per i mari e gli oceani.

Per questa ragione, Essere Animali continua il lavoro investigativo all’interno dell’industria dell’acquacoltura, con l’obiettivo di puntare i riflettori sul lato oscuro della produzione ittica e mostrare la sofferenza dei pesci allevati a scopo alimentare.

Per realizzare la nostra ultima indagine siamo andati in Grecia, da cui proviene più della metà delle importazioni italiane di branzino e orata. Nel 2016, per esempio, l’Italia ha importato circa 64mila tonnellate di queste due specie, di cui quasi 40mila direttamente dalla Grecia. Numeri che hanno trovato conferma anche negli anni successivi: un branzino e un’orata su due in vendita nei supermercati e nei mercati rionali italiani arriva dagli allevamenti ellenici.

I nostri investigatori si sono recati nella zona di Sagiada, a nord della città di Igoumenitsa, dove hanno visitato sotto copertura alcuni stabilimenti di acquacoltura che riforniscono note realtà della grande distribuzione italiana. Questa area è caratterizzata da un’alta concentrazione di allevamenti di branzini e orate. Infatti, in un tratto di costa di poche decine di chilometri si trovano ben 26 allevamenti diversi, ciascuno con numerose gabbie al cui interno sono stipate decine di migliaia di animali.

Le nostre immagini documentano le terribili condizioni in cui questi animali sono costretti a vivere, a partire proprio dalle gabbie sovraffollate. Densità di allevamento elevate provocano stress cronico nei pesci e limitano enormemente l’attività del nuoto. Rinchiusi in strutture di pochi metri quadrati, branzini e orate si muovono in cerchio in preda all’apatia e quando nuotano spesso si scontrano gli uni con altri.

Inoltre, il sovraffollamento causa la diffusione di parassiti e batteri, che possono trasmettersi anche da una gabbia all’altra. La qualità dell’acqua ne risente e in condizioni insalubri i pesci si ammalano con più facilità. Farmaci antibiotici e trattamenti antiparassitari sono somministrati con regolarità sotto forma di mangime medicato. In una gabbia, questo viene dispensato sia agli individui sani che a quelli malati perché le possibilità di contagio sono altissime.

Al momento dell’uccisione, a questi animali è riservato il trattamento più doloroso. Abbiamo documentato scene in cui branzini e orate si dimenano con agitazione e tentano di fuggire alla cattura. Una volta prelevati dall’acqua, rimangono sospesi nell’aria all’interno di reti dove, ammassati gli uni sugli altri, si feriscono e vengono schiacciati dal peso degli altri pesci intrappolati.

Infine, branzini e orate sono gettati ancora vivi all’interno di contenitori di acqua e ghiaccio dove boccheggiano agonizzanti prima di morire di congelamento e asfissia. La perdita di coscienza, infatti, non è immediata e per questi animali ciò comporta soffrire terribilmente per interminabili minuti.

L’Organizzazione mondiale della sanità animale (Oie) considera l’immersione in acqua e ghiaccio senza stordimento preventivo un metodo di uccisione inadeguato e causa di ingiustificata sofferenza per i pesci. Di conseguenza, il suo impiego è una chiara violazione delle norme internazionali dell’Oie in materia di benessere dei pesci d’allevamento destinati al consumo umano.

Tuttavia, è la pratica di abbattimento più comune utilizzata non solo in Grecia, ma anche negli altri stati dell’Unione europea, come emerso da un rapporto della Commissione pubblicato nel 2018. In Italia abbiamo documentato le stesse problematiche nella nostra prima indagine all’interno dei principali allevamenti ittici del nostro Paese e contribuito a svelare, per la prima volta in Europa, il vero volto dell’acquacoltura.

È importante che si riconosca il valore della vita dei milioni di pesci che si trovano negli allevamenti intensivi, perché anche loro sono creature intelligenti, sensibili e senzienti proprio come gli animali terrestri. Per questo motivo, il nostro impegno concreto in loro difesa continua attraverso la campagna #AncheiPesci, con la quale chiediamo alla grande distribuzione organizzata di adottare policy di allevamento che obblighino i fornitori a tutelare il benessere e ridurre la sofferenza di questi animali.

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