È stata la mano del Gattopardo: il calcio italiano riparte da Malagò, l’eterno ras della politica sportiva

Giunti al dodicesimo giorno dei Mondiali americani, il giorno peraltro della seconda apparizione di Messi e Mbappé, il fallimentare sistema del calcio italiano sceglie di perpetuare se stesso con l’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della Figc, al posto del dimissionario Gabriele Gravina. In realtà, l’esito gattopardesco era scontato. Bisognava aspettare oggi per capire quale volto incarnasse la continuità del potere, tra il sessantasettenne Malagò e il suo sfidante quasi settantaseienne Giancarlo Abete, altro dinosauro del football italico e a capo dei dilettanti.

Del resto Malagò era il candidato di Gravina e già in partenza era nota la grottesca linea autoassolutoria del presidente uscente che ha mancato due mondiali, quelli del 2022 e del 2026, mentre il primo fallimento, quello del 2018, fu in carico a Tavecchio buonanima. Gravina, infatti, fino all’ultimo, con una intervistona al Corriere dello Sport, ha scaricato tutte le colpe della sua lunga e disastrosa gestione, la peggiore nella storia del calcio italiano, sulla politica, come la politica avesse scelto, per fare un esempio, il mediocre Rino Gattuso (con annessi Buffon & Bonucci) alla guida di una Nazionale che ha perso la qualificazione ai Mondiali contro la Bosnia-Erzegovina, battuta giovedì scorso dalla Svizzera per quattro a uno. A proposito di politica: l’elezione di Malagò è una sconfitta anche per il ministro dello Sport Andrea Abodi, lasciato da solo nel suo progetto di cambiamento con un altro nome (Adriano Galliani, probabilmente).

Si riparte dunque dal romano Malagò, esponente del piacionismo trasversale buono per tutte le stagioni e che ha radici ormai lontane, quando lui e Luca Cordero di Montezemolo, due giovanetti, scortavano Gianni Agnelli nelle scorribande notturne nei locali della Capitale. In virtù dei suoi meriti olimpici da presidente del Coni, Malagò è stato eletto a uomo della provvidenza, dopo i suoi successi olimpici al Coni, dalla maggioranza del sistema calcio, compreso quell’Aurelio De Laurentiis, il presidente del Napoli, che ieri sulla Gazzetta dello Sport ha detto chiaro e tondo che gli stadi nuovi si devono fare coi soldi pubblici e che per farli bisogna avere un commissario che neutralizzi la burocrazia in toto, senza più permessi e vincoli. Altro che sviluppo manageriale come promesso dallo stesso Malagò, qui si chiede uno statalismo senza se e senza me a beneficio dei privati che gestiscono il calcio.

Ovviamente c’è poi la questione numero uno del fallimento calcistico dell’Italia, cioè la parte tecnica. E l’elezione del piacione numero uno di Roma e dintorni conferma che nel nostro Paese è impossibile fare “la rivoluzione perché ci conosciamo tutti”, come già sentenziato da Ennio Flaiano. Malagò, infatti, è uomo di relazioni e conosce tutti. Lo ha dimostrato nel suo intervento di ieri quando ha dato ragione a tutti quelli che lo avevano preceduto. Ma per fare le riforme bisogna essere antipatici, secondo l’unico uomo vincente dello sport italiano, Andrea Binaghi, presidente della federazione del tennis. L’Italia avrebbe avuto bisogno, nel calcio, di una rivoluzione radicale e sanguinosa, magari con una generazione di quarantenni e cinquantenni, e riscoprendo la sua vocazione atavica che non è quella dell’ossessione tattica, ma quella di coltivare talenti. Al contrario, è facile prevedere che l’amichettismo di Malagò accontenterà tutti e al massimo partorirà un Mancini bis per la Nazionale, tentando infine di mantenere lo status quo del sistema. Ma da appassionati di calcio sarebbe bello essere smentiti, in questo dodicesimo giorno, appunto, in cui da italiani bisognerà accontentarsi delle partite altrui. Sembra il mondo del sottosopra di Stranger Things. Loro Messi e Mbappé, noi Malagò. Senza dimenticare che oggi sono quarant’anni dal destino più grande del calcio che si realizzò all’Azteca di Città del Messico: prima la Mano de D10S e poi il gol più bello di sempre.

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