Il mobbing non resta chiuso in ufficio: così ‘contagia’ famiglia e socialità
di Alessandro Pedrazzi*
Esiste una convinzione rassicurante secondo cui i problemi di lavoro dovrebbero restare chiusi in ufficio. La realtà, quando si parla di mobbing, racconta una storia diversa. La violenza psicologica sul lavoro non è un fenomeno confinato alle mura aziendali: è una “malattia contagiosa” che si insinua nelle dinamiche domestiche, alterando gli equilibri di coppia e le capacità genitoriali. La famiglia, che in prima istanza rappresenta il principale baluardo di difesa per la vittima, può trasformarsi, se il danno non viene riconosciuto per tempo, in una cassa di risonanza che amplifica il malessere invece di contenerlo.
La letteratura clinica parla di “sindrome da corridoio”: quel percorso simbolico che il lavoratore compie rincasando senza riuscire a lasciarsi il problema alle spalle. Duffy e Sperry hanno dato un nome preciso a questa fenomenologia: isomorfismo. Le difficoltà patite in un ambito tendono a riprodurre la propria forma altrove: l’isolamento sperimentato al lavoro si ritrova, pressoché identico, tra le pareti di casa. A determinare il clima familiare è la risposta neurofisiologica della vittima: Fight, Flight, Freeze — Attacco, Fuga, Congelamento. Nessuna va letta in chiave morale: sono risposte che l’evoluzione ha modellato per fronteggiare minacce alla sopravvivenza. Chi reagisce con il Freeze appare letargico ed emotivamente irraggiungibile. Chi opta per il Flight evita il problema, frustrando i tentativi di ascolto. Chi reagisce con il Fight porta in casa rabbia e irritabilità che finiscono per scaricarsi sul partner o sui figli.
Il rischio più grave è la perdita del supporto familiare. È stato Harald Ege, nel 1997, a coniare il termine “doppio mobbing” per descrivere questa evoluzione. In una prima fase la famiglia si compatta attorno al lavoratore. Ma col tempo, la vittima continua a scaricare in casa ansie e frustrazioni senza che queste trovino risoluzione. Il nucleo familiare esaurisce la propria capacità di smaltire il malessere, che progressivamente diventa malessere collettivo. I familiari iniziano a percepire la vittima stessa come una minaccia alla serenità comune. Si innesca così un meccanismo paradossale: i familiari prendono le distanze, dubitano della versione del lavoratore, possono giungere a colpevolizzarlo. La persona subisce così una squalifica sia sul posto di lavoro che nell’unico rifugio che le restava.
L’impatto si estende anche ai figli. Un genitore vittima di violenza psicologica vede le proprie risorse cognitive ed emotive progressivamente drenate, con capacità ridotta di rispondere ai bisogni dei bambini. I figli sono osservatori acutissimi: i gesti quotidiani pesano più delle parole. Vivendo a contatto con un genitore pervaso da risentimento e sfiducia verso il lavoro, rischiano di assorbire la medesima lettura del mondo — uno scenario in cui i rapporti umani appaiono terreni ostili. L’ingiustizia subita dal genitore si trasforma in una cicatrice nello sviluppo fiduciario del figlio.
Eppure, nonostante i rischi, la famiglia rimane la risorsa principale per arginare la distruzione identitaria operata dal mobbing. Avere alle spalle anche solo una persona che continua a credere in noi è, clinicamente, ciò che fa la differenza tra il perdersi e il ritrovarsi. Il supporto richiede ascolto validante: i familiari devono astenersi da frasi come “Fatti scivolare le cose di dosso” o “Non sarai stato tu a fare qualcosa”, che invalidano il dolore o spostano la colpa. L’atteggiamento corretto si affida a tutt’altro segno: “Raccontami, voglio capire” oppure “Questo peso non lo porti da solo”. L’arma principale del mobber è l’isolamento: l’antidoto primario della famiglia è il reinserimento sociale, incoraggiando uscite.
Fowler e Christakis (2010) dimostrano che il comportamento altruistico si propaga fino a tre gradi di separazione nelle reti sociali: il benessere, come il malessere, è contagioso. Un nucleo familiare che riesce a restare unito non argina solo la caduta della vittima, ma innesca un circolo virtuoso che ne accelera il recupero. Una metafora utile è quella della cellula: il nucleo nero è il problema lavorativo; attorno, lo spazio vitale contiene ciò che davvero conta — il partner, i figli, gli affetti. Il mobbing agisce come petrolio che, per osmosi, invade quello spazio e spegne le fonti di energia. La cura è l’osmosi inversa: aumentare la qualità degli elementi dello spazio vitale fino a superare la pressione dello stress lavorativo. Prendersi cura degli affetti non è un’evasione dal problema: è il meccanismo terapeutico stesso.
*Sportello Disagio Lavorativo e Mobbing, CISL Milano Metropoli
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