Perché la vittoria di De La Espriella in Colombia, se confermata, sarebbe al tempo stesso storica e fragile
È ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive perché al momento disponiamo soltanto dei dati del preconteggio elettorale, che non hanno valore giuridicamente vincolante. Tuttavia, alcuni elementi meritano già di essere messi sul tavolo. Con il 99,96% delle sezioni scrutinate nel preconteggio della notte elettorale, l’ultraconservatore Abelardo de la Espriella si sarebbe imposto per un margine estremamente ridotto sul candidato progressista Iván Cepeda: quasi 13 milioni di voti (49,66%) contro i 12,7 milioni (48,7%). Una differenza inferiore all’1%, la più stretta nella storia dei ballottaggi presidenziali colombiani.
Cepeda prende atto, però ha rifiutato di considerare il preconteggio come un esito definitivo, ricordando che si tratta di un dato preliminare e non vincolante, e ha annunciato l’impugnazione di circa 33.000 seggi elettorali. Nella sede della coalizione progressista, migliaia di sostenitori hanno accolto la notizia al grido di “Sí se puede” e “Cepeda amigo, el pueblo está contigo”, segnale di una base elettorale che non considera ancora conclusa la partita.
Al di là dell’esito finale, queste elezioni offrono già alcune chiavi di lettura che vanno oltre i confini colombiani.
La prima riguarda il peso che le crisi di Venezuela, Nicaragua e Cuba continuano ad avere sull’immaginario politico latinoamericano. Ancora una volta, la destra e soprattutto l’estrema destra hanno trovato un argomento elettoralmente efficace nella formula “se volete finire come il Venezuela, votate la sinistra”. Una semplificazione brutale, ma capace di attecchire in ampi settori della società, indipendentemente dalle differenze storiche, economiche e politiche tra i diversi Paesi.
La seconda riguarda il consolidamento del paradigma securitario. L’idea, tanto diffusa quanto errata, secondo cui i diritti umani sarebbero incompatibili con la sicurezza pubblica ha trovato in Nayib Bukele il proprio nuovo profeta. Il modello salvadoregno è diventato negli ultimi anni un riferimento politico trasversale per molte campagne elettorali della regione. La promessa di ordine immediato e di lotta senza quartiere, sospendendo lo Stato di diritto, alla criminalità continua a raccogliere consensi.
In Colombia questo fattore si è intrecciato con l’eredità difficile lasciata dal governo di Gustavo Petro. Il primo presidente di sinistra della storia contemporanea del Paese ha governato in un contesto estremamente complesso, ma la sua amministrazione è stata percepita da una parte significativa della popolazione come moralmente altezzosa e incapace di riconoscere i propri errori. A ciò si sono aggiunte polemiche legate a pratiche clientelari, accuse di razzismo e misoginia all’interno dell’esecutivo e il rilancio di un progetto costituente che ha riattivato paure profonde in ampi settori dell’elettorato.
Anche il progetto di “Pace Totale”, uno dei pilastri della presidenza Petro, ha finito per produrre effetti politici ambivalenti. Per una parte della popolazione, e soprattutto per chi ha costruito la propria campagna elettorale da destra, il processo è apparso più vicino all’impunità che alla riconciliazione, più come una concessione alle organizzazioni armate che come una strategia di costruzione della pace.
Su questo terreno è cresciuta la candidatura di Abelardo de la Espriella. Inizialmente considerato un outsider rispetto ai tradizionali equilibri del conservatorismo colombiano, l’avvocato penalista è riuscito a presentarsi come il volto di una nuova destra post-uribista. Una figura che, pur avendo difeso in tribunale personaggi controversi come Alex Saab, ha costruito il proprio successo attorno a un messaggio semplice e martellante: sicurezza totale. Una narrativa che richiama inevitabilmente il primo Álvaro Uribe, quello degli anni successivi all’inizio del secolo, quando la risposta militare al conflitto armato divenne la principale promessa politica. Una stagione che lasciò anche pagine oscure, come l’Operazione Orión nella Comuna 13 di Medellín, il cui bilancio umano continua ancora oggi a dividere il Paese.
Dall’altra parte, Cepeda non ha voluto o non ha saputo prendere sufficientemente le distanze da una sinistra percepita da molti come autoreferenziale. La sua reputazione di uomo integro, difensore dei diritti umani e raffinato intellettuale, non è bastata a rompere quell’associazione. Mentre giornali e opinion maker insistevano nel sottolineare il sostegno di gran parte del mondo accademico e culturale al candidato progressista, tra ampi settori popolari circolavano messaggi molto più semplici, ma politicamente efficaci: “Bisogna smetterla di dire che lavarsi, avere una famiglia normale e lavorare siano cose di estrema destra”.
Paradossalmente, se il risultato dovesse essere confermato, la vittoria di De la Espriella sarebbe allo stesso tempo storica e fragile. Storica perché segnerebbe l’arrivo al potere della destra radicale colombiana in una forma nuova, diversa sia dal tradizionale Partito Conservatore sia dall’uribismo classico. Fragile perché più della metà degli elettori che si sono recati alle urne non avrebbe scelto il candidato vincitore: sommando i voti ottenuti da Cepeda, le schede bianche e i voti nulli si supera infatti il totale raccolto dall’ultraconservatore.
Nel frattempo, da Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha rapidamente felicitato De la Espriella affermando che “i giorni migliori della Colombia devono ancora arrivare”. Una dichiarazione che riflette non soltanto una chiara affinità ideologica, ma anche la volontà di alcuni settori dell’establishment statunitense di accompagnare un nuovo ciclo conservatore in America Latina. E forse è proprio qui che si trova una delle principali analisi di questo ballottaggio: la sinistra latinoamericana sembra incapace di comprendere fino in fondo le paure, le aspirazioni e le priorità quotidiane di milioni di cittadini e ciò che accade oggi a Bogotá potrebbe anticipare dinamiche che potrebbero riproporsi in Brasile a fine anno.
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