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Hong Kong, vietata veglia per il massacro di piazza Tienanmen: è la prima volta in 30 anni

Niente veglia per ricordare il massacro di piazza Tienanmen. La polizia di Hong Kong, per la prima volta in trent’anni, ha opposto “una lettera di obiezione” all’annuale celebrazione con le tradizionali candele del 4 giugno in ricordo delle proteste di massa del 1989, anticamera della caduta dell’ex Unione sovietica e dove la repressione cinese fece un numero tuttora imprecisato di vittime. Il diniego, riportato dall’Oriental Daily in base a una nota ricevuta dagli organizzatori, è motivato dalle regole adottate (come stop ad assembramenti e manifestazioni) contro la diffusione del Covid-19 che scadono proprio il 4 giugno e giunge a pochi giorni dall’imposizione della legge sulla sicurezza nazionale da parte di Pechino sull’ex colonia britannica, da mesi scossa dalle proteste anti Pechino e pro democrazia.

L’appuntamento si tiene dal 1990 e spesso vede la partecipazione di più di 100mila persone. A Hong Kong, con 1.082 casi di Covid-19 e quattro i decessi dall’inizio dell’emergenza sanitaria, è in vigore fino a tutto il 4 giugno il divieto a raduni con più di otto persone. Già nei giorni scorsi erano circolati per questo appelli in cui si chiedeva agli abitanti di organizzare veglie private con gruppi di massimo otto persone per ‘non dimenticare’ rispettando però la normativa.

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Twitter torna all’attacco contro Trump: segnalato un post del presidente sul caso Floyd. “Esalta violenza, viola gli standard”

Twitter non si fa intimidire e segnala un altro post del presidente americano Donald Trump, in cui minaccia di inviare la Guardia Nazionale a Minneapolis, città teatro di scontri e violenze dopo dopo la morte del 46enne afroamericano George Floyd soffocato da alcuni agenti di polizia durante un controllo se il sindaco della “sinistra radicale”, Jacob Frey, non farà qualcosa per placare le proteste. Secondo la piattaforma, però, il post del tycoon “viola gli standard sull’esaltazione della violenza“, per questo è stato segnalato, anche se è ancora visibile agli utenti.

Continua così il botta e risposta tra il social preferito da Trump e il presidente americano stesso che solo poche ore fa ha firmato un ordine esecutivo per ridurre l’immunità di cui godono i social per i contenuti dei loro siti che li protegge da eventuali cause. Il tycoon, infatti, non ha apprezzato che la piattaforma dell’uccellino ha bollato come “potenzialmente fuorvianti” alcuni suoi tweet su possibili brogli dovuti al voto per posta negli Usa, ma l’intervento del presidente degli Stati Uniti non ha intimidito Twitter che, anzi, continua a verificare i contenuti diffuse sulla propria piattaforma, tra cui anche quelli del tycoon.

L’ultimo post incriminato è stato postato circa tre ore fa e fa riferimento agli scontri degli ultimi giorno a Minneapolis. “Non posso stare indietro e guardare quanto accade in una grande città americana – ha scritto sul suo profilo Twitter il presidente americano – Una totale mancanza di leadership. O il debole sindaco della sinistra radicale, Jacob Frey, si mette in azione e mette sotto controllo la città, oppure invierò la Guardia Nazionale e farò il lavoro giusto”. Trump ha anche definito “teppisti che disonorano il ricordo di George Floyd” le persone che negli ultimi giorni hanno protestato, saccheggiando supermercati e dando fuoco a macchine e palazzi, tra cui anche la centrale della polizia degli agenti licenziati e accusati dell’omicidio del 46enne afroamericano. “Non lascerò che ciò accada – ha aggiunto il presidente americano – Ho appena parlato con il governatore Tim Walz e gli ho detto che i militari sono con lui fino in fondo”. Insieme, infatti, ha sottolineato Trump sono pronti ad intervenire e ad assumere il controllo, perché “quando inizia il saccheggio, inizia la sparatoria“.

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Libia, la strategia Usa cambierà coi Democratici alla Casa Bianca?

Come potrebbe mutare la strategia americana nel Mediterraneo in caso di vittoria dei Democratici alla Casa Bianca? Se l’amministrazione Trump si è caratterizzata per un sostanziale allentamento delle attenzioni sulla Libia, con posizioni spesso contraddittorie, preferendo altri quadranti come il Medio Oriente e la Cina, quale sarà invece l’indirizzo di Joe Biden in politica estera?

Punto di partenza: il risiko in stile siriano che sta andando in scena, con protagonisti Putin ed Erdogan, su cui i Democratici potrebbero decidere di inserirsi potenziando l’asse atlantico composto da Usa, Inghilterra e Nato in appoggio al governo di Tripoli.

In occasione del discorso pronunciato al Graduate Center al Cuny di New York, Joe Biden ha presentato le sue idee anche in politica estera “per riparare il danno provocato dal presidente Trump e tracciare una rotta sostanzialmente diversa per la politica estera americana per il mondo”.

Ha già detto che l’ambasciata americana in Israele rimarrebbe a Gerusalemme definendo la decisione trumpiana di spostare la base diplomatica da Tel Aviv “miope e frivola”. Pur non essendo stata apertamente menzionata la macro-area mediterranea, è di tutta evidenza come la annunciata discontinuità con l’amministrazione Trump dovrebbe riverberarsi anche su un versante complesso come la Libia (sempre ammesso che la situazione a elezioni finite non sia nuovamente e irrimediabilmente mutata).

Più recentemente Biden ha detto pubblicamente di non essere d’accordo con alcune delle politiche interventiste di Obama, in particolare in Libia, chiedendo al contempo di allentare le sanzioni iraniane, di tornare all’accordo nucleare iraniano e di ristabilire le relazioni con Cuba. Pochi giorni fa il presidente Trump ha chiamato Erdogan per chiedere una rapida de-escalation, dal momento che gli Stati Uniti vogliono evitare che la Libia diventi un’altra Siria.

Ma al di là dell’oggi, il ragionamento tarato sui Democratici va visto in prospettiva sul domani. Se l’imperativo di Biden è compiere un’inversione a U rispetto alle strategie trumpiane, allora è lecito attendersi un nuovo impegno Usa in Libia. L’asse atlantico composto da Usa, Inghilterra e Nato che appoggia il governo di Tripoli di Al-Serraj allora potrebbe vedersi rafforzato da un “uso” diverso della Turchia, che di fatto ha sostituito l’Italia nell’interlocuzione libica.

Al lavoro sul dossier esteri di Biden ci sono una serie di figure tecniche, come Antony Blinken, vicino a Biden da quasi 20 anni, sia quando il candidato dem era nel Comitato per le relazioni estere al Senato sia durante il primo mandato di Obama, quando fu anche vicesegretario di stato. La sua squadra comprende Brian McKeon, i cui legami con il candidato risalgono agli anni ’80, e analisti della sicurezza nazionale che hanno prestato servizio sotto Obama, come Julianne Smith, Colin Kahl, Ely Ratner e Jeffrey Prescott.

L’amministrazione Trump sin dal suo insediamento ha mostrato apertamente uno spiccato disinteresse per il caso libico, in virtù di anni di cosiddetto isolazionismo muscolare caratterizzato esclusivamente dalla lotta al terrorismo in altri versanti del Medio Oriente, accanto alla contrapposizione commerciale e geopolitica con la Cina. Si disse, commentando i primi passi del neoeletto Trump, che in sostanza gli Usa avrebbero proceduto ad una de-responsabilizzazione nel quadrante mediterraneo, per concentrarsi su altri obiettivi considerati prioritari.

Ma verso la fine dello scorso anno, la Casa Bianca è sembrata voler invertire quantomeno quel trend vista la complessità della situazione in Libia. Va ricordato l’incontro dello scorso 24 novembre di una delegazione Usa con il generale Khalifa Haftar, ribadendo il sostegno di Washington alla sovranità e integrità della Libia ma al contempo esprimendo le preoccupazioni a stelle e strisce per lo sfruttamento del conflitto da parte russa (ovvero milizie, risorse petrolifere, Noc, Tripoli).

Dieci giorni prima si era svolto lo Us-Libya Security Dialogue a Washington alla presenza di soggetti aderenti al Government of National Accord, in cui era stata avanzata alla Libyan National Army (Lna) la richiesta di bloccare l’offensiva su Tripoli. Tutti passaggi che non cancellarono le contraddittorie prese di posizione dell’amministrazione Trump sulla Libia.

Si tratta di pillole di rinnovato attivismo, che si legano anche alla contingenza Covid-19, in occasione della quale gli Usa forniranno 6 milioni di dollari di ulteriore assistenza umanitaria alla Libia in risposta alla pandemia. Sono denari che, nelle intenzioni, aiuteranno i funzionari sanitari a prevenire la diffusione della malattia e a rispondere ai bisognosi che hanno contratto la malattia.

Non va sottaciuto però un elemento legato alla oggettiva contingenza, più che alla effettiva strategia soggettiva: chiunque vincerà le elezioni di novembre si troverà ad affrontare una probabile recessione, con un elettorato preso da altri problemi e disinteressato a interventi militari a lungo termine. Una premessa utile a capire quale tipo di politica estera verrà costruita.

@ReteLibia

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Yemen, mobilitazione internazionale per i quattro giornalisti condannati a morte

Oltre 150 associazioni per i diritti umani e per la libertà di stampa hanno lanciato un appello alle Nazioni Unite affinché intervengano per salvare la vita di quattro giornalisti condannati alla pena capitale nello Yemen.

Abdel-Khaleq Amran, Akram al-Walidi, Hareth Hamid e Tawfiq al-Mansouri sono stati giudicati colpevoli di spionaggio, l’11 aprile, da un tribunale speciale istituito dal gruppo armato huthi nella capitale Sana’a.

I quattro giornalisti erano stati arrestati il 9 giugno 2015 all’interno dell’hotel Qasr al-Alham di Sana’a, uno dei pochi luoghi della capitale con una connessione Internet ancora funzionante.

Per loro, così come per altri sei giornalisti arrestati lo stesso giorno, era scattata l’accusa di “collaborazione col nemico” e “diffusione di dicerie e notizie false” a vantaggio della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati arabi uniti, che da oltre cinque anni bombarda lo Yemen.

I sei sono stati successivamente assolti e autorizzati al rilascio ma solo uno di loro è tornato effettivamente in libertà. Un primo risultato della mobilitazione globale pare averlo ottenuto.

Martin Griffiths, inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, ha menzionato la situazione dei quattro giornalisti nel suo report di maggio al Consiglio di sicurezza, sollecitando la loro scarcerazione. Lo Yemen è al 167esimo posto nella classifica di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa.

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Coronavirus, Johnson: “Lockdown prosegue. Quarantena per chi viaggia, tranne i francesi”

“Questo semplicemente non è il momento di mettere fine al lockdown”. Il premier britannico Boris Johnson allontana le riaperture nel Regno Unito, concedendo solo alcune possibilità di spostamento per lo più per lavoro e in famiglia. I negozi e le scuole, invece, non apriranno prima di giugno. Poi il primo ministro inglese ha annunciato che, “grazie ai vostri sacrifici siamo adesso in condizioni di iniziare a muoverci verso il livello 3″ di allerta dal livello 4 per l’emergenza coronavirus. Johnson ha quindi sottolineato che “tutti avranno un ruolo da giocare nel tenere il fattore R (l’indice di contagio) basso, restando attenti e seguendo le regole”.

“Dobbiamo rimanere allerta, controllare il virus e salvare vite”, ha aggiunto. Quindi, lui che a inizio emergenza aveva accarezzato l’ipotesi dell’immunità di gregge, ha detto: “È un dato di fatto che adottando le misure di contenimento abbiamo impedito a questo Paese di essere inghiottito da quella che avrebbe potuto essere una catastrofe in cui lo scenario ragionevole peggiore sarebbe stato mezzo milione di morti”.

Nei prossimi due mesi, poi, le decisioni del governo britannico saranno guidate “dalla scienza, dai dati e dalla salute pubblica, non dalla speranza o dalla necessità economica“. Dalla politica però si, visti i distinguo annunciati a stretto giro per i viaggiatori francesi che non saranno sottoposti alle restrizioni previste per gli altri. Quanto all’immediato, i piccoli alleggerimenti delle restrizioni, anche per lo svago, nel Regno Unito inizieranno da mercoledì. Le limitazioni cadono per l’esercizio fisico individuale all’aperto, si potrà prendere il sole nei parchi, guidare la macchina verso altre destinazioni cittadine, fare sport di gruppo ma solo con membri della stessa famiglia. Sempre “nel rispetto del distanziamento” e con controlli e multe più pesanti “per i pochi che violano le regole”.

Cambiano già da lunedì invece le indicazioni sul lavoro, in particolare nell’edilizia e nell’industria manifatturiera. Johnson ha precisato che la raccomandazione non sarà più di andare al lavoro solo se si deve e “lavorare da casa se si può”. Coloro che non possono lavorare da casa sono invece ora “incoraggiati” ad andare al lavoro, seppure evitando il trasporto pubblico, cercando di andare in bici o a piedi e con linee guida per le aziende su sicurezza e distanziamento.

Quanto alle tappe successive della road map verso la Fase 2, il premier britannico ha detto che saranno condizionate alla verifica scientifica della continuazione di un decremento di contagi da coronavirus e al ritorno del tasso d’infezione al livello 1 (ora nel Regno è fra 0,5 e 0,9, ha detto). Con una possibile “riapertura graduale dei negozi” e delle scuole, a partire dalle elementari, non prima di giugno. E, non prima di luglio, un’eventuale “riapertura di alcune strutture dell’industria dell’ospitalità, a patto che siano sicure e garantiscano il distanziamento sociale”.

L’inquilino di Downing Street ha anche annunciato l’intenzione di introdurre presto una quarantena obbligatoria per qausi tutti coloro che viaggeranno nel Regno Unito: la quarantena, che secondo le anticipazioni sarà di 14 giorni e riguarderà tutti i viaggiatori, con o senza sintomi, servirà a rafforzare la sicurezza ai confini man mano che si alleggerirà il lockdown sul fronte interno. Johnson non ha ancora precisato però una data d’entrata in vigore. L’unica certezza è che la misura non riguarderà i viaggiatori francesi nel Regno Unito e i britannici in Francia come ha annunciato Johnson in una nota congiunta con il presidente francese Emmanuel Macron in cui si precisa che “qualsiasi misura su entrambi i lati” della Manica sarà “presa in forma coordinata e reciproca”.

La novità che ha scatenato reazioni politiche più forti riguarda comunque la scelta di accantonare lo slogan “Resta a casa” con “Stai allerta”. Un cambiamento di cui Johnson e i suoi ministri minimizzano la portata (“stare allerta significa stare a casa per quanto più tempo possibile”, ha spiegato un portavoce di Downing Street); ma che non convince né l’opposizione laburista che parla di “scarsa chiarezza”, né i governi di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Da Edimburgo, Cardiff e Belfast, i responsabili locali, forti su questa materia dei poteri della devolution, hanno fatto sapere che nei rispettivi territori, dove il lockdown era già stato prorogato almeno fino al 28 maggio, rimarrà in vigore la raccomandazione di “stare in casa”. “Lo slogan stay alert è vago e impreciso”, taglia corto la first minister scozzese Nicola Sturgeon, leader degli indipendentisti dell’Snp.

Ad ammonire il governo centrale dai pericoli di una fuga in avanti, ci sono del resto i suoi consulenti scientifici, riuniti nel Sage (Scientific Advisory Group for Emergencies), sulla base di studi come quello della London School of Tropical Hygiene e dell’Imperial Collegesecondo il quale altre 100.000 persone potrebbero morire di Covid-19 nel Regno Unito prima di fine 2020 se il lockdown fosse alleggerito troppo in fretta. Lo sa bene la regina Elisabetta, 94 anni, confinata col quasi 99enne consorte Filippo nel castello di Windsor da marzo, intende dare il buon esempio e non riprendere gli impegni pubblici per mesi: in autunno al più presto. Il periodo d’assenza più lungo dei suoi 68 anni di regno.

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Duisburg, nessuna condanna per il massacro alla Love Parade: tra i 21 morti anche l’italiana Giulia Minola

Nessuna condanna per gli ultimi tre imputati, accusati di omicidio e lesioni colpose. Si chiude con l’archiviazione del tribunale di Duisburg il processo sul massacro alla Love Parade del 24 luglio 2010, che finì con 21 morti, fra cui l’italiana Giulia Minola e il ferimento di 650 persone. La tragedia avvenne quando la folla si assiepò in un tunnel, che era l’unico accesso all’evento. Nel 2014 i procuratori incriminarono dieci persone – quattro dipendenti degli organizzatori dell’evento e sei dipendenti comunali – ma già a febbraio 2019 il tribunale aveva deciso l’archiviazione di sette di loro.

La manifestazione techno avrebbe dovuto essere limitata a 250mila persone, secondo il tipo di autorizzazioni concesse dalle autorità agli organizzatori, ma l’evento si è poi trasformato in un megaraduno con circa 1,4 milioni di partecipanti. Il sindaco di Duisburg, a ottobre 2009, era già stato avvertito che il luogo individuato per la Love Parade era troppo piccolo per un evento del genere.

L’archiviazione – Agli ultimi tre imputati rimasti, di 40, 60 e 67 anni, venivano contestati inoltre gravi errori nella programmazione del Love Parade. Per altri sei dipendenti del Comune di Duisburg e per un altro dipendente dell’evento il processo era stato archiviato oltre un anno fa.

Agli inizi di aprile il Tribunale di Duisburg ha chiesto alla procura l’archiviazione anche per gli ultimi tre imputati, motivando la decisione, fra l’altro, con la circostanza che a causa delle restrizioni per il coronavirus, non si sarebbe riusciti a chiudere il processo entro i termini della prescrizione che sarebbe scattata a fine luglio. La procura e gli imputati si sono detti d’accordo. Forte la delusione dei parenti delle vittime, che hanno protestato contro l’archiviazione del processo come parti civili.

La Love Parade era una grande festa popolare nata a Berlino nel 1989: richiamava giovani di tutto il mondo a ballare per strada, e si era tenuto anche in altre città, non solo in Germania. Dopo il disastro di Duisburg, il 24 luglio 2010, non c’è stata nessun’altra edizione. Tra le vittime c’erano anche persone arrivate da Spagna, Australia, Bosnia, Cina e Olanda.

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Giornata mondiale per la libertà di stampa, ma non in Iran

Arriva puntuale come ogni anno la Giornata mondiale per la libertà di stampa il prossimo 3 maggio dopo essere stata proclamata per la prima volta nel 1993 dall’Assemblea generale dell’Onu. Una giornata che rappresenta l’occasione per informare i cittadini, che ancora oggi ci sono paesi in cui la libertà di stampa non è garantita, in cui i giornalisti subiscono pressioni, accuse, condanne e frequenti arresti.

È il caso dell’Iran che nel rapporto annuale di Reporter Senza Frontiere del 2020, viene classificato nella posizione 173 in una lista di 180 paesi. Soprattutto negli ultimi mesi si sono riscontrati numerosi casi di soppressione dell’informazione, a volte di mera disinformazione.

Dall’inizio dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19, infatti, la gestione della veicolazione delle notizie è stata particolarmente complessa, se non del tutto manipolata. L’Iran è stato uno dei primi paesi ad essere contagiato dalla pandemia che si è diffusa a partire dal 19 febbraio 2020 nella città di Qom dove si è registrato il primo focolaio per poi diffondersi in tutto il Paese.

Sui dati relativi al numero esatto delle persone contagiate e decedute a causa del Coronavirus c’è ancora molta confusione. Secondo il Ministero della Salute iraniano sarebbero oltre 80mila i contagi e meno di seimila i decessi. Dati totalmente falsi, secondo altre fonti, che sospettano l’Iran stia nascondendo volutamente, il numero esatto delle vittime.

Alla metà marzo il direttore delle operazioni di emergenza per il Mediterraneo orientale dell’Organizzazione mondiale della Sanità, il dottor Rick Brennan aveva dichiarato a Reuters che i numeri forniti dal regime, già in quel periodo, avrebbero rappresentato solo un quinto del numero reale dei contagi.

Nel rapporto di RSF si legge che il governo iraniano una volta appreso della gravità del virus avrebbe fatto di tutto per limitare il flusso delle informazioni sulla crisi in atto nel paese. Diversi giornalisti che hanno pubblicato dettagli “non ufficiali” cioè non derivati dalle dichiarazioni delle autorità governative sono stati convocati, interrogati ed accusati di “diffondere voci non vere”.

Un ex presentatore televisivo e radiofonico nazionale Mahmoud Shahariari molto attivo sui social media è stato arrestato da funzionari del ministero dell’intelligence a Teheran il 14 aprile con l’accusa di “pubblicazione di fake news sul coronavirus” dopo aver pubblicato un video, visto da centinaia di migliaia di iraniani, in cui riferiva di un insabbiamento di informazioni sulla diffusione del virus dall’inizio di marzo.

Anche un attivista e invalido dalla guerra del 1980-88 con l’Iraq, Hadi Maharani che gestisce un canale di notizie di Telegram è stato arrestato nella sua casa l’11 aprile con l’accusa di “aver offeso funzionari e credenze religiose” dopo aver pubblicato informazioni sulla diffusione del coronavirus e criticato le informazioni fornite dalla radio e dalla televisione di stato.

A questi due casi si aggiungono quelli dei tanti prigionieri politici che non hanno avuto la possibilità di lasciare il carcere nemmeno nel mezzo della pandemia. Benché l’Iran abbia liberato temporaneamente 85.000 detenuti, a seguito dei disordini che si sono riscontrati all’interno delle carceri, per paura di diffusione del virus, altri prigionieri politici non sono stati rilasciati. Molti di questi detenuti hanno gravi problemi di salute e qualora dovessero venire contagiati potrebbero mettere a rischio le loro vite.

Tra questi l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, Narges Mohammadi e Arash Sadeghi, nonché cittadini con doppia cittadinanza come Morad Tahbaz (cittadino iraniano-britannico-americano), Kamran Ghaderi e Massud Mossaheb (Cittadini iraniano-austriaci) e Ahmadreza Djalali (cittadino iraniano-svedese). Tutti e sette hanno richiesto di essere rilasciati temporaneamente, ma la loro richiesta è stata respinta o in taluni casi non ha ricevuto risposta.

Il portavoce della magistratura iraniana, Gholamhossein Esmaili, ha spiegato che sono stati liberati solo coloro che stavano scontando condanne a meno di cinque anni, mentre i prigionieri politici e quelli accusati di condanne più pesanti, legate alla partecipazione a proteste antigovernative, sono rimasti in prigione. Questi prigionieri afferma lo stesso Esmaili sono “terroristi”, “spie straniere” e per questo considerati “criminali contro la sicurezza dello Stato”.

Nonostante le libertà esposte nella Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran in particolare all’Articolo 23: “È vietato indagare sulle opinioni dei cittadini. Nessun cittadino può essere offeso o censurato a causa delle proprie opinioni” e all’ Articolo 24: “La stampa periodica e quella editoriale godono del diritto di espressione, salvo in caso di violazione delle norme essenziali dell’Islam o dei diritti pubblici”, la realtà ci appare ben diversa.

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Coronavirus, Boris Johnson racconta momenti più duri della malattia: “Sapevo che esisteva un piano B se le cose fossero andate male”

Nemmeno una settimana dopo il suo ritorno alla guida del Governo britannico, il primo ministro Boris Johnson racconta i giorni della malattia in un’intervista al Sun e ripercorre soprattutto le ore passate in terapia intensiva, quando tra i vertici dell’esecutivo si stava già mettendo a punto un piano B nel caso in cui il leader Tory fosse deceduto. “Mi hanno dato una maschera per il viso e ho ricevuto litri e litri di ossigeno. È stato un momento difficile, non lo nego”, ha raccontato Johnson ai giornalisti.

La ricostruzione del premier è quella di chi ha vissuto la fase più acuta della malattia, che lo ha costretto a ricorrere alla respirazione assistita, consapevole del fatto che sotto di lui fossero allo studio anche soluzioni in caso di morte: “Ero consapevole – continua – che c’erano piani di emergenza in atto. I medici avevano tutti i tipi di accordi su cosa fare se le cose fossero andate male”.

La prova della gravità della situazione, però, è arrivata quando la possibilità di essere intubato era diventata concreta: “Era difficile credere che in pochi giorni la mia salute si fosse deteriorata a tal punto – racconta il primo ministro – Ricordo di essermi sentito frustrato. Non riuscivo a capire perché non stavo migliorando. Ma il momento brutto è arrivato quando le probabilità erano 50-50 se mettermi un tubo nella trachea”.

Ora, dice Johnson, “sono guidato da un desiderio travolgente di rimettere in piedi il nostro Paese, di nuovo in salute, e sono molto fiducioso che ci arriveremo”.

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Coronavirus, così il Portogallo ha limitato i danni e si è guadagnato la stima internazionale. Al contrario della Spagna

Quando la mattina del 26 marzo il premier António Costa è intervenuto in un evento nel nord del Portogallo non immaginava di vedere di lì a poco estendersi la propria popolarità oltre i confini nazionali. Il suo “repugnante”, con la erre ben caricata, rivolto all’algido ministro delle Finanze olandese, Wopke Hoeskstra, che aveva proposto a Bruxelles di avviare indagini sul debito spagnolo, gli ha conferito un profilo internazionale.

Con quell’unico aggettivo il premier lusitano non stava difendendo il suo paese da un ingiusto attacco ma un principio più alto: la solidarietà verso la vicina Spagna, e i paesi del sud Europa in generale, bersaglio di antichi pregiudizi di quella parte di Europa che mal digerisce stili di vita diversi dal rigore luterano.

Nelle settimane successive sono seguiti non pochi apprezzamenti su tutta la stampa spagnola, soprattutto quando è apparso chiaro che alla decisa presa di posizione del Primo Ministro lusitano faceva da contraltare il silenzio di Madrid, che, seppure destinataria delle critiche, ha preferito il profilo basso della diplomazia, senza un’anima politica.

Il socialista António Costa è il premier del paese che dava la prima lettera ai P.I.G.S. – i paesi del sud visti con sospetto durante la crisi bancaria di un decennio fa -, oggi in verità molto è cambiato, il Portogallo ha acquisito credibilità, con buoni risultati economici e, fino allo scorso febbraio, una flessione costante del tasso di disoccupazione. Tutto nel solco di una linea progressista, con un chiaro segno europeista. Non è difficile sentire António Costa, nei vertici dei paesi dell’Europa meridionale o in consessi più allargati, affermare la necessità di una Unione stretta, prima di ogni altra cosa, dal vincolo della solidarietà.

Gli riesce facile ripeterlo in inglese, in francese o in castigliano, come buona parte dei portoghesi questo giurista di 59 anni ha dimestichezza con le lingue straniere, una rilevazione Eurostat attesta che tra gli europei meridionali i lusitani sono i più poliglotti (il 29% parla due lingue, il 25% addirittura tre).

Per molti, questo lembo d’occidente avrebbe tratto beneficio dalla sua posizione geografica nella lotta di questi mesi alla diffusione del coronavirus, in verità non è solo fortuna di essere frontiera estrema ma anche frutto di scelte azzeccate della politica.

Il Portogallo ha fatto tesoro, al pari della Grecia, di quanto accadeva attorno, ha fiutato il pericolo imponendo misure di isolamento con tempestività, già il 18 marzo quando i positivi accertati erano poco più di 400 (oggi sono 20mila, 780 i decessi, su una popolazione con oltre il 21% di ultrasessantacinquenni). “Il fattore tempo si è rivelato decisivo istituendo da subito zone pre-filtraggio nei principali nosocomi – spiega Giorgio Pace, biologo romano ricercatore all’Università di Braga. E poi – continua il biologo – altra arma utile è stata la risposta civica del popolo lusitano, tutti ad osservare le indicazioni del governo centrale, senza le tante voci stridule levatesi in altri paesi, Italia in testa”.

Lungimiranza e prevenzione non hanno guidato tutti i paesi: nella vicina Spagna già colpita dal contagio, l’esecutivo di sinistra irrazionalmente spingeva il suo popolo a partecipare alla tradizionale manifestazione femminista dell’8 marzo.

E’ pur vero che il Portogallo ha un sistema più centralizzato della Spagna, e della stessa Italia, non conosce il regionalismo spinto, e spesso pasticcione, né le rivendicazioni separatiste. In Catalogna sono ancora vive le polemiche sugli ostacoli frapposti dal presidente della Generalitat, il separatista Quim Torra, all’installazione di ospedali provvisori, operazione che presenta un peccato originale: le strutture andavano montate dall’esercito e dalla Guardia Civil, quindi dal potere centrale.

E poi ancora i partiti con rappresentanza nel Congresso di Lisbona hanno mostrato responsabilità, con l’opposizione di centro-destra guidata da Rui Rio pronta sin dal primo momento a tendere la mano al governo.

Atteggiamento ben diverso si è registrato nei palazzi di Madrid, qui solo poche ore fa, e dietro la spinta dell’opinione pubblica, il premier progressista Pedro Sánchez ha trovato un’intesa con Pablo Casado, leader dei conservatori, per avviare un dialogo attraverso apposite commissioni parlamentari.

La pax interna consente al premier portoghese di rimarcare certa grettezza del nord Europa, pochi giorni fa ha sparato altre cartucce sull’egoismo, più politico che finanziario, di certe Cancellerie. “Mi riferisco all’Olanda, naturalmente”, ha tenuto a sottolineare, chiedendosi, sprezzante, se il paese dei tulipani abbia ancora qualche interesse a far parte dell’Unione europea.

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Kim Jong-un, Cnn: “Per gli 007 Usa è in pericolo di vita dopo un intervento”. Media Corea del Sud: “Operato, ma sta meglio”

Gli Stati Uniti stanno monitorando alcune informazioni di intelligence secondo cui il leader nordcoreano Kim Jong-un sarebbe in grave pericolo dopo un intervento chirurgico. È quanto riportano i media americani citando alcune fonti dell’amministrazione Usa. Ma da Pyongyang piovono smentite, mentre un sito web sudcoreano vicino ai disertori spiega che è stato sottoposto a un intervento chirurgico, ma le sue condizioni sono migliorate.

I dubbi sulle condizioni di Kim nascono dall’assenza dalle celebrazioni per il compleanno del nonno lo scorso 15 aprile, quando era comparso solo in un messaggio trasmesso dai media di Stato. L’ultima apparizione in pubblico di Kim risalirebbe all’11 aprile, quando è stato ripreso durate un incontro del politburo del Partito dei Lavoratori. Anche nel 2014 il leader della Corea del Nord sparì per più di un mese sollevando dubbi sul suo stato di salute.

La salute di Kim Jong-un sarebbe peggiorata negli ultimi mesi a causa di tabagismo, obesità ed eccesso di lavoro. E, a quanto riporta il Daily Nk, sito web di news basato a Seul e ben informato sulle vicende di Pyongyang essendo gestito in prevalenza da disertori del Nord, avrebbe subito un intervento cardiovascolare il 12 aprile.

Il leader nordcoreano starebbe recuperando i postumi operatori in una villa sul monte Kumgang, resort nella contea orientale di Hyangsan, dopo l’intervento avuto in un ospedale del posto. Il ministero dell’Unificazione di Seul, che gestisce le relazioni con Pyongyang, ha evitato ogni commento sulla vicenda.

“La mia impressione è Kim fosse in difficoltà per i problemi cardiovascolari dallo scorso agosto e che la situazione fosse peggiorata dopo le ripetute visite al monte Paektu”, ha riferito una fonte a Daily Nk, in merito alla montagna simbolo della famiglia Kim e sacra per l’intera nazione, dove il leader si fece ritrarre più volte al galoppo sul suo cavallo bianco nello scenario suggestivo delle prime nevi.

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