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Julian Assange, altri 17 capi di accusa contro il fondatore di WikiLeaks. Rischia fino a 170 anni di carcere

Julian Assange è stato incriminato negli Stati Uniti. Nei confronti del fondatore di Wikileaks sono stati presentati 17 capi d’accusa sulla base dell’Espionage Act per avere cospirato per ottenere e pubblicato informazioni classificate: se ritenuto colpevole rischia 10 anni per ogni capo d’accusa mosso nei suoi confronti. Secondo quanto scrive il New York Times, è la prima volta nella storia degli Stati Uniti che l’Espionage Act viene applicato a un reporter.

Le accuse
Il Dipartimento di Giustizia ha affermato che “le azioni di Assange hanno messo seriamente a rischio la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e portato benefici ai nostri avversari”. “Assange, Wikileaks e Manning hanno condiviso l’obiettivo comune di sovvertire le restrizioni di legge sulle informazioni riservate”, si legge nei documenti d’accusa depositati. La decisione di Assange di pubblicare i nomi di cittadini afgani e iracheni, giornalisti e leader religiosi che fornivano informazioni alle forze americane ha esposto queste persone “a gravi e imminenti rischi”, aggiunge il Dipartimento di Giustizia. Secondo i documenti diffusi oggi inoltre, “Chelsea Manning ha risposto alla sollecitazione di Assange e ha rubato documenti agli Stati Uniti”. Come scrive il Guardian, secondo l’accusa Assange “sapeva, aveva capito e aveva pienamente previsto” che Chelsea Manning gli stava illegalmente fornendo documenti riservati “contenenti informazioni sulla Difesa nazionale degli Stati Uniti”. Il fondatore di WikiLeaks – continua il Dipartimento di Giustizia – “ha reso noti i nomi di fonti e creato un grave e imminente rischio per vite umane” pur “sapendo che la diffusione dei nomi delle singole fonti avrebbe messo in pericolo quegli individui”.

La situazione giudiziaria del fondatore di WikiLeaks
I 17 nuovi capi d’accusa potrebbero aprire il dibattito sul Primo Emendamento, quello che garantisce la libertà di stampa e di parola. Come racconta Repubblica, l’Espionage Act non consente alcuna difesa ai giornalisti e ai giornali non riconoscendo alcun pubblico interesse alla divulgazione della notizia. Il New York Times ha inoltre fatto notare che è la prima volta nella storia degli Stati Uniti che viene applicato a un reporter. Assange sta scontando a Londra 50 settimane di detenzione con l’accusa di aver violato i termini di custodia nel 2012: è stato riconosciuto colpevole di non essersi presentato allora dal giudice ed essersi invece rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador.

Negli Stati Uniti un grand jury ha già incriminato Assange per l’interazione avvenuta nel 2010 con Chelsea Manning, l’ex analista dell’esercito che ha condiviso con WikiLeaks migliaia di documenti classificati. Il procedimento prevede una pena massima di 5 anni di carcere. Le nuove accuse, però, cambierebbero totalmente il quadro in caso di estradizione di Assange negli Stati Uniti.

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Giappone, “si dice Abe Shinzo”. Tokyo chiede all’occidente di rispettare l’ordine cognome-nome

Il Giappone lancia una richiesta a tutti i media internazionali: correggere al più presto l’erronea trasposizione in alfabeto latino del nome del premier nipponico, tutt’oggi conosciuto ai più come Shinzo Abe. L’annuncio, diramato martedì in conferenza stampa dal ministro degli Esteri Taro Kono, fa esplicitamente riferimento alla volontà che il primo ministro nipponico riceva lo stesso trattamento di altri leader asiatici. Letteralmente: “Si scrive Abe Shinzo, proprio come il presidente cinese Xi Jinping e il presidente sudcoreano Moon Jae-in“.

Del resto, proprio come in cinese e in coreano, la corretta pronuncia dei nomi giapponesi prevede che il cognome preceda il nome proprio. Ma a partire dall’era Meiji – quando la struttura politica, sociale ed economica del Sol Levante fu modificata sulla base del modello occidentale – e per oltre un secolo e mezzo, i nomi giapponesi sono stati scritti in inglese al contrario nel tentativo di internazionalizzare il paese, con unica eccezione delle figure storiche. Tanto che, secondo l’autorevole Chicago Manual of Style, “se [un nome giapponese] è occidentalizzato, come spesso accade per gli autori che scrivono in inglese, il cognome viene per ultimo”.

Come fa notare la Cnn, nella sezione Talk di Wikipedia alla voce “Shinzo Abe”, da alcuni giorni il dibattito infuria sulla ragionevolezza della richiesta di Tokyo. “Se cambiamo il nome di Abe-san [“san” è il titolo di rispetto usato nel paese asiatico fra persone di tutte le età] allora dovremmo cambiare tutti gli altri articoli sui giapponesi. Questo è possibile, ma bisogna discuterne altrove e non solo rispetto a una singola pagina biografica,” osserva un utente.

La tenzone non è nuova. Nel 2000 era stato il National Language Council – supervisionato dal ministero dell’Educazione – a proporre di ribaltare l’ordine di nome e cognome, sebbene con scarso successo. Allora, mentre furono apportate le dovute correzioni ai libri di testo per le classi di lingua inglese delle scuole medie, la stampa ha continuato a privilegiare la versione “occidentale”. Ora con l’abdicazione dell’imperatore Akihito e l’inizio della nuova era Reiwa, il governo nipponico vuole risolvere la questione una volta per tutte. Kono ha aggiunto che “a breve manderà una richiesta formale ai media internazionali, confidando che i giornalisti giapponesi che scrivono in lingua inglese possano essere d’esempio”.

Secondo il ministro la questione è resa più pressante dall’imminente visita di stato di Donald Trump (con tanto di incontro con il nuovo erede al trono del Crisantemo), a cui farà seguito il vertice del G20 il prossimo mese a Osaka. Le Olimpiadi estive del prossimo anno, ospitate da Tokyo, costituiranno un altro importante banco di prova. Il governo auspica che gli atleti giapponesi ricevano lo stesso trattamento dei colleghi di Cina, Taiwan, Hong Kong e Coree.

La richiesta del ministro degli Esteri giunge in un momento in cui la consolidata rinascita nazionalista dell’amministrazione Abe deve fare i conti con il calo demografico e la necessità di attirare forza lavoro da oltreconfine. Come spiega al South China Morning Post Stephen Matthews, professore di linguistica presso l’Università di Hong Kong, “la decisione con cui nel 19esimo secolo il Giappone invertì [il cognome con il nome] rappresentò una concessione all’Europa occidentale”. Oggi che l’Asia è balzata al centro delle dinamiche economiche e geopolitiche mondiali, la stessa identità asiatica rappresenta ormai un elemento di orgoglio. Mentre ognuno dice la sua, al momento manca ancora di sentire l’opinione più autorevole: quella di Abe.

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Missouri, tornado colpisce la capitale. Le autorità: “Fenomeno vasto e distruttivo, almeno tre morti”. Le immagini

Ha fatto almeno tre vittime il devastante tornado abbattutosi in nottata sullo Stato americano del Missouri. Il dipartimento di Pubblica sicurezza ha fatto sapere su Twitter che tre persone sono morte a Golden City e diversi feriti si registrano a Carl Junction. Lo stesso dipartimento ha definito il fenomeno “vasto e distruttivo”. Il tornado si è formato intorno alle 23.45 di ieri (ora locale) e ha colpito la città con 40mila abitanti. Diverse persone sono rimaste intrappolate nelle loro case.

Video Facebook

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Brexit, Theresa May sotto assedio: pressing per le dimissioni. E i britannici iniziano a votare per le elezioni europee

La premier sotto sfratto alla vigilia del voto. Si consumano le ultime ore di Theresa May a Downing Street mentre una Gran Bretagna dilaniata dallo stallo parlamentare sulla Brexit apre giovedì 23 maggio la tornata delle elezioni Europee del 2019: appuntamento al quale, in tempi di sfide fra sovranisti e non, il Regno non avrebbe neppure dovuto partecipare a ben tre anni dal referendum che sulla carta nel giugno 2016 ne aveva suggellato l’addio all’Ue. La corsa per la scelta dei 73 eurodeputati isolani a Strasburgo – tutti sub iudice e destinati a uscire di scena nel momento in cui il divorzio fosse finalmente formalizzato – non appassiona in effetti quasi nessuno oltremanica, dove del resto l’affluenza per questo tipo di consultazione è sempre stata marginale: sotto il 40%. Non solo perché i risultati si sapranno domenica 26, quando voterà il grosso degli altri Paesi. Ma soprattutto per i venti di crisi politica scatenatisi a Londra, e accompagnati per colmo di disgrazia anche dal crac di British Steel, industria dell’acciaio con 5000 lavoratori a rischio.

L’estremo tentativo di compromesso della May per provare a riproporre a Westminster entro il 7 giugno la partita della ratifica della Brexit dopo le bocciature a ripetizione e gli inestricabili veti incrociati dei mesi scorsi sembra aver prodotto un plateale effetto boomerang. Il testo della legge di attuazione del recesso dal club europeo (Withdrawal Agreement Bill) concepito come uno sforzo di compromesso con le opposizioni ha finito con lo scontentare tutti o quasi. I “10 punti di novità” illustrati ieri dalla premier Tory in pubblico e presentati nella Camera dei Comuni sono stati accolti da un clima a metà fra l’ostilità e il disinteresse in un aula che si è andata in parte svuotando mentre May ancora parlava. Concessioni eccessive per una larga porzione di conservatori e non solo tra i falchi brexiteer ribelli, furiosi in particolare per le aperture della premier sulla disponibilità a far votare un nuovo emendamento sull’ipotesi di un referendum bis (seppure con parere contrario del governo).

Concessioni cosmetiche per le opposizioni: con il ‘no’ immediato del leader laburista Jeremy Corbyn motivato tanto da ragioni di merito, quanto dalla convinzione d’aver a che fare con un’interlocutrice ormai bruciata, incapace di garantire la sopravvivenza di “qualunque intesa di compromesso” sullo sfondo della “sfida alla sua leadership” in casa Tory. Una premier “senza più autorità” che, nel giudizio di Corbyn, dovrebbe passare la mano a elezioni politiche anticipate e che tuttavia per ora, e almeno fino a venerdì, non si dimette. Nemmeno di fronte alle congiure di palazzo intrecciatesi nel pomeriggio in seno al suo partito e al suo stesso gabinetto. Rinchiusa a Downing Street, dopo l’intervento a Westmister, May ha resistito per ore, rifiutando di riceverli, all’assedio del viavai annunciato di vari ministri – dal titolare degli Esteri Jeremy Hunt a quello dell’Interno Sajid Javid, a quello della Scozia David Mundell – che avrebbero voluto intimarle la resa o almeno discutere un percorso verso il congedo. Congedo che il voto parlamentare di giugno renderebbe al più tardi obbligato, ma la cui pratica la parrocchia Tory vuole sbrigare prima.

A spingere in questa direzione sono diversi deputati, riunitisi nel Comitato 1922, organo chiave per l’elezione dei leader conservatori. Ma soprattutto gli aspiranti successori annidati nella compagine governativa. In primis la ministra euroscettica dei Rapporti con il Parlamento (Leader of the House), Andrea Leadsom: dimessasi stasera e pronta alla sfida come alternativa d’apparato (se non come traghettatrice) all’ipotesi d’una competizione allargata dinanzi alla base degli iscritti in cui il netto favorito sarebbe Boris Johnson. Tanto più sullo sfondo d’un ultimo sondaggio pre voto europeo segnato nel Regno dall’ennesimo record del nuovo Brexit Party di Nigel Farage, indicato ora sino al 37% dei consensi; col Labour in pesante calo al 13, scavalcato al 19 degli europeisti irriducibili in maggiore ascesa, i LibDen, e insidiato al 12 pure dai Verdi. E con i Conservatori schiantati senza più guida addirittura alla miseria d’un potenziale 7%.

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Parlamento Ue, “indagine per irregolarità finanziarie contro Nigel Farage. Non dichiarò regali del magnate Arron Banks”

Il Parlamento europeo ha avviato un’indagine per irregolarità finanziarie nei confronti dell’europarlamentare britannico del Brexit PartyNigel Farage. L’inchiesta, secondo quanto sostengono fonti a Bruxelles vicine al dossier, è partita in seguito alle rivelazioni di alcuni media del Regno Unito che parlavano di doni non dichiarati ricevuti da Farage da parte di Arron Banks, un controverso miliardario che ha finanziato la campagna dei Leave sulla Brexit e il cui nome è uscito anche nelle inchieste sui Panama Papers, per almeno 450mila sterline. Doni successivi all’anno del referendum sulla Brexit del 2016.

Secondo il codice di condotta del Parlamento Ue, i deputati sono tenuti a dichiarare se ricevono fondi per le spese di viaggio, alloggio o soggiorno da fonti esterne per partecipare a eventi. La dichiarazione dovrebbe rivelare il nome e l’indirizzo del finanziatore, i dettagli sulle spese e il tipo di evento. Ma questo non è avvenuto, secondo le fonti, nel caso dei regali di Banks a Farage.

Il miliardario è stato uno dei finanziatori della campagna per il Leave ed è attualmente indagato per illeciti, secondo quanto dichiarato dall’europarlamentare britannica dell’Alde, Catherine Bearder, nella sua richiesta di aprire un’indagine su Farage avanzata ai servizi dell’Eurocamera. Nella lettera, Bearder scrive di essere venuta a conoscenza dell’inchiesta di Channel 4 News che svelava dei doni non dichiarati e chiedeva con urgenza di fare luce sulle “apparenti violazioni” di Farage delle regole dell’Europarlamento.

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Austria, cade governo Kurz: si dimettono tutti i ministri dell’ultradestra di Fpö

Tutti i ministri della Fpö si sono dimessi. Senza l’ultradestra, cade ufficialmente il governo Kurz, a due giorni dal video-scandalo che ha travolto l’ultradestra austriaca e portato alle dimissioni del vicecancelliere Heinz-Christian Strache. Oggi Sebastian Kurz in conferenza stampa a Vienna ha annunciato che avrebbe proposto al presidente della Repubblica, Alexander Van der Bellen,  “l’allontanamento del ministro dell’Interno Herbert Kickl” che dopo lo scoppio della crisi di governo aveva provato a nominare Peter Goldgruber come direttore generale della sicurezza pubblica, nomina peraltro bloccato dal presidente Van der Bellen. In seguito a queste dichiarazioni, la Fpö ha deciso di lasciare l’esecutivo. Le elezioni politiche in Austria si terranno probabilmente nel prossimo settembre.

L’opposizione socialdemocratica vuole le dimissioni del cancelliere austriaco Kurz e di tutto il suo governo, chiedendo che sia sostituito da un governo ad interim di esperti fino alle elezioni anticipate. Questa sarebbe “l’unica soluzione buona e sostenibile”, ha detto la leader del partito socialdemocratico Pamela Rendi-Wagner, respingendo il piano di Kurz per sostituire con dei tecnici i ministri del partito populista.

“Proporrò che le funzioni degli Interni siano assunte da alti funzionari e da esperti in modo che il governo mantenga la capacità di agire“, ha detto  Kurz (leader dei conservatori della Övp) in conferenza stampa. Il cancelliere austriaco ha espresso la convinzione che il partito di estrema destra, suo ormai ex partner di coalizione, “non abbia avuto la corretta percezione e consapevolezza” della gravità della situazione e delle condanne che sono state espresse. Questa convinzione lo ha portato alla “decisione di sciogliere la collaborazione“, ha proseguito Sebastian Kurz. Poi ha ribadito di essere convinto “al 100 per 100%” dei risultati del suo governo ma ha fatto presente di essersi “convinto anche che alcune persone non sono adatte a ruoli di governo” e quindi era “necessario”, ha ribadito più volte, andare a nuove elezioni.

Il video-scandalo: “Comprate il giornale, noi vi diamo gli appalti”
Appalti pubblici promessi in cambio dell’acquisto del più popolare giornale austriaco, il Kronen-Zeitung, per influenzare la campagna elettorale del 2017. È questa la parte più compromettente del video diffuso dai giornali tedeschi Süddeutsche Zeitung e Der Spiegel, in cui l’ex vicecancelliere Strache e l’ex capogruppo Johann Gudenus sono ripresi mentre si intrattengono con una sedicente nipote di un oligarca russo in una villa di Ibiza tre mesi prima delle elezioni 2017. Dopo la pubblicazione del video, i due si erano dimessi ma il cancelliere Kurz aveva comunque annunciato la volontà di andare a elezioni anticipate.

“Se lei prende davvero in mano il giornale prima, due o tre settimane prima delle elezioni, facciamo il 34 per cento”, dice Strache nel video. “Vogliamo costruire un sistema mediatico simile a quello di Orbán“, aggiunge il leader del Partito della libertà che poi annuncia cose potrebbe offrire in cambio: “Dovrebbe fondare un’azienda come la Strabag. Poi riceve tutti gli appalti del governo che Strabag ora ottiene”. Non solo media e appalti, perché l’ex vicecancelliere offre alla presunta ricca russa la possibilità di fare delle donazioni al partito. Come? Tramite un sistema che raggira il controllo della Corte dei conti austriaca utilizzando quella che Strache definisce “un’associazione caritatevole“.

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Svizzera, referendum sulle armi: vince il sì (63,7%) alla legge che inasprisce le norme

Gli svizzeri hanno approvato una modifica di legge che inasprisce le norme sul possesso d’armi. Al referendum il ha vinto con il 63,7 % di voti a favore, solo il cantone del Ticino ha respinto la revisione. Il testo, approvato dal parlamento e contestato da una consultazione popolare, riprende la direttiva dell’Unione europea in materia e si iscrive nelle misure di lotta al terrorismo. La Svizzera, pur non essendo membro dell’Ue, è associata agli accordi europei di Schengen e Dublino: prima del voto il governo aveva avvertito gli elettori che un ‘no’ alla nuova legislazione avrebbe potuto portare a un’esclusione. Approvata anche la riforma fiscale per adeguare la tassazione delle imprese agli standard internazionali.

Il testo che stringe le maglie sul possesso di armi è stato fortemente criticato negli ambienti del tiro sportivo, molto diffuso nel Paese. “Peccato che la popolazione abbia seguito l’argomentazione della paura di uscire da Schengen. È un po’ triste ma accettiamo il risultato”, ha commentato Olivia de Weck, vicepresidente di ProTell, la lobby pro armi che si era fortemente mobilitata contro la nuova legge.

Le armi sono molto diffuse in Svizzera, anche se in assenza di un registro federale è difficile sapere quante ce ne siano effettivamente in circolazione. Stando al centro di ricerca di Ginevra Small Arms Survey, nel 2017 oltre 2,3 milioni di armi erano nelle mani di civili in Svizzera, cioè circa tre ogni 10 abitanti, il che mette la Svizzera al 16esimo posto al mondo per numero di armi per abitanti. La nuova legge non prevede un registro centrale, ma introduce il divieto per le armi semi-automatiche dotate di un caricatore di grande capacità. Collezionisti e tiratori sportivi potranno ancora acquistarle, ma richiedendo una “autorizzazione eccezionale“: dopo cinque anni, e poi 10, dovranno dimostrare che continuano a praticare regolarmente l’attività.

La riforma fiscale approvata oggi dal 66,4% dei votanti e l’insieme dei 26 cantoni elvetici comprende invece un pacchetto di misure elaborato dal parlamento e che associa la riforma della tassazione delle imprese a nuove misure per il finanziamento del principale pilastro del sistema pensionistico, l’Assicurazione vecchiaia e superstiti (Avs). L’obiettivo è sopprimere i privilegi concessi a certe imprese, rispettando così le norme dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) che impongono l’abolizione dei regimi fiscali privilegiati accordati alle società straniere.

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Egitto, esplosione colpisce bus turistico vicino alle piramidi di Giza: 17 feriti lievi

Attacco a un bus di turisti in Egitto vicino alle piramidi di Giza. Un ordigno è esplosa al passaggio dei visitatori sudafricani nelle vicinanze del cantiere del Grande museo egizio, alla periferia del Cairo, provocando 17 feriti, tutti sudafricani ed egiziani. A essere investiti dallo scoppio, infatti, sono stati tanto il bus, su cui viaggiavano 25 turisti, quanto un’auto, a bordo della quale si trovavano quattro residenti. Si tratta di feriti lievi, perlopiù perché colpiti da schegge di vetro dei finestrini, andati in frantumi per l’esplosione. Il nuovo museo egizio dovrebbe aprire i battenti nel 2020, dopo diversi ritardi.

L’ordigno era stato piazzato sul ciglio della strada, hanno sostenuto fonti della sicurezza egiziane, “nei pressi di piazza Elremaya” che dista poco più di un chilometro in linea d’aria dalla piramide di Cheope (situata a sud) e una distanza analoga dal Grande museo egizio (a nord-ovest) nel quartiere occidentale cairota di Haram. Una squadra di artificieri si è portata sul posto per esaminare l’ordigno. Un cordone di sicurezza è stato creato attorno al sito dell’incidente.

Sei mesi fa tre turisti vietnamiti ed una guida turistica locale erano rimasti uccisi dall’esplosione di un ordigno scoppiato al passaggio del loro bus, sempre nella zona delle piramidi di Giza. Anche in quel caso l’esplosione aveva investito il bus sul quale viaggiavano nei pressi delle piramidi di Giza. Quest’ultimo attacco giunge a poco più di un mese dall’inizio della Coppa d’Africa, che si terrà in Egitto dal 21 giugno al 20 luglio. L’industria del turismo, cruciale per l’economia egiziana, è stata fortemente colpita dall’instabilità politica e dagli attentati seguiti alla rivoluzione del 2011 che portò alla caduta del presidente Hosni Mubarak dopo 30 anni al potere. Da 14,7 milioni nel 2010, il numero di visitatori è crollato a 8,3 milioni nel 2017. Gli attacchi hanno preso di mira le forze di sicurezza e la minoranza cristiana dei copti. Le ong a difesa dei diritti umani accusano inoltre regolarmente il regime di Al-Sisi di fare ricorso alla tortura e di non assicurare processi equi alle persone perseguite.

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Spagna, arrestato Josu Ternera, ex capo politico dell’Eta. Era ideatore della strage nelle caserme di Saragozza del 1987

L’ex capo politico dell’ormai disciolta organizzazione separatista basca EtaJose Antonio Urrutikoetxea Bengoetxea, meglio conosciuto come Josu Ternera, è stato arrestato  stamattina in Francia. L’operazione, il cui esito è stato annunciato dal ministro dell’Interno spagnolo, è avvenuta “nelle prime ore del mattino di oggi a Sallanches, nelle Alpi francesi” e ha messo fine a una latitanza che andava avanti dal 2002.

L’operazione, ribattezzata “infanzia rubata”, in riferimento all’attentato del 1987 ideato da Ternera nelle caserme di Saragozza nel quale morirono undici persone, tra cui sei minori. Era stato proprio lui, oggi gravemente malato, a registrare la dichiarazione finale con cui l’organizzazione aveva annunciato la fine dell’organizzazione.

L’Euskadi ta Askatasuna, meglio conosciuta come Eta, aveva annunciato lo scioglimento dell’organizzazione nel maggio 2018, dopo una tregua permanente con il governo di Madrid che durava dal 2011. Così, dopo 60 anni di scontri, attentati e dopo 853 vittime, l’accordo di un anno fa aveva messo fine a una delle pagine più sanguinose della storia contemporanea spagnola. “Abbiamo causato molto dolore e danni irreparabili. Vogliamo mostrare il nostro rispetto per i morti, i feriti e le vittime delle azioni dell’Eta. Siamo sinceramente pentiti“, avevano scritto i vertici dell’organizzazione in una lettera alle famiglie delle vittime. Madrid, però, aveva assicurato che le indagini sui responsabili sarebbero andate avanti nonostante la pace: “Le indagini sui crimini irrisolti continueranno – avevano detto – L’Eta non ha ottenuto nulla con la promessa di fermare gli omicidi e non ottiene nulla annunciando quella che chiama la dissoluzione”. L’arresto di Ternera lo dimostra.

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Christchurch, Stati e colossi del web firmano appello per maggiori controlli contro terrorismo online. Trump si rifiuta

L’amministrazione Trump non aderirà a quello che è stato ribattezzato l’Appello di Christchurch che ha l’obiettivo di bloccare o limitare la diffusione di contenuti violenti o terroristici sui social media, dopo la strage in due moschee del marzo scorso nella città neozelandese che è costata la vita a 51 persone. La Casa Bianca ha motivato la decisione citando il rispetto della libertà di espressione e della libertà di stampa: “Nonostante gli Stati Uniti non siano attualmente nella condizione di unirsi all’endorsement, continuiamo a sostenere gli obiettivi complessivi contenuti”, hanno comunicato.

All’iniziativa, voluta da Francia e Nuova Zelanda, hanno aderito multinazionali come Microsoft, Twitter, Facebook, Google e Amazon che hanno firmato un piano in nove punti. L’impegno è stato preso a Parigi durante un incontro all’Eliseo tra il presidente francese, Emmanuel Macron, la premier neozelandese, Jacinda Ardern, e altri capi di Stato e di governo insieme ai colossi del settore tecnologico.

La proposta nasce in conseguenza della dinamica con cui si è consumata la carneficina nella cittadina neozelandese, con il terrorista e suprematista bianco, Brenton Tarrant, che diffuse le immagini della strage con una diretta Facebook, aumentando così il rischio di un effetto emulazione tra altri radicalizzati collegati alle piattaforme web frequentate dal neonazista. “L’attacco terroristico a Christchurch è stato una tragedia terribile. E quindi è giusto che ci riuniamo, risoluti nel nostro impegno a garantire che stiamo facendo tutto il possibile per combattere l’odio e l’estremismo che portano alla violenza terroristica“, si legge nella dichiarazione congiunta delle cinque compagnie.

Le aziende hi-tech si impegnano a inasprire i termini d’uso contro il terrorismo, a investire in tecnologie in grado di individuare e bloccare la diffusione di contenuti estremisti, anche in diretta, a fornire report periodici ad hoc sulla trasparenza e a dare agli utenti più strumenti per segnalare contenuti inappropriati. Lo sforzo è anche congiunto nel condividere lo sviluppo tecnologico, creare un protocollo di crisi, educare e sensibilizzare contro l’odio e il bigottismo. “Il terrorismo e l’estremismo violento sono problemi sociali complessi che richiedono una risposta da parte di tutta la società – continuano – Da parte nostra, gli impegni che stiamo assumendo oggi rafforzeranno ulteriormente la partnership che governi, società e industria tecnologica devono avere per affrontare questa minaccia”.

“L’Italia sostiene il ChristchurchCall per eliminare i contenuti terroristici ed estremistici violenti online. Restiamo pienamente impegnati a combattere il terrorismo e l’estremismo violento e ad assicurare che Internet sia libero, aperto e sicuro”, si legge in un tweet della Farnesina.

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