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Perché serve una voce comune ecologista: ne parliamo sabato a Firenze

Una voce comune per un mare pulito ecologista che non uccida le diverse voci del mondo ambientalista italiano ma anzi le valorizzi nella loro biodiversità dentro un’ampia foce comune.

Dopo la delusione per l’esito della COP26 dove era inevitabile che prevalessero i miopi ed odiosi corporativismi di sempre a malapena celati dietro la rivoltante retorica delle “buone intenzioni” (di buone intenzioni, si dice, sia lastricata la via dell’inferno!) l’obiettivo di porre urgentemente al centro dell’agenda politica i temi della “crisi ambientale globale” rappresenta la vera priorità per continuare a rendere credibile la stessa nozione di futuro.

Per farlo fornendo anche una fondata speranza per le giovanissime generazioni occorre andare oltre e fuori dalle politiche tradizionali tutte più o meno legate a schemi del passato per di più scritti dentro approcci demagogici volti ad inseguire e a strumentalizzare le paure e le “percezioni” del momento per cavalcarle cinicamente a fini elettoralistici.

Significa puntare dritti verso un soggetto politico-elettorale ecologista rigenerato ed aperto, fluido nei rapporti con la società civile e i movimenti ma saldo nei valori e nella strategia di porre al centro la questione ambientale. Inoltre il lavoro ha la stessa priorità dentro un percorso di conversione ecologica dell’economia nella circolarità dei processi produttivi e di nuovi stili di vita, sobri e solidali.

Bisogna andare oltre i gruppi dell’ambientalismo politico, più organizzati, fortemente segnati da storie precedenti che ne hanno offuscato la capacità di attrazione, lavorando con tenacia, generosità e concretezza per promuovere un percorso costituente che includa (escludere dev’essere vietato!).

Tutti i fiumi, rivoli e ruscelli che dai territori fino ai Parlamenti – dal Parlamento europeo a quello italiano – devono affluirvi. Essi hanno quale destino comune quello di fronteggiare con capacità di governance le sfide imposte dai sistemi naturali trattati dal “modello lineare” (prendi, consuma e butta) alla stregua di un grande supermercato.

Occorre dirlo: questo percorso è tutt’altro che scontato. Oltre che dalle lobby dell’industria sporca questo percorso sarà minato da malcelate e spesso miserabili ambizioni personali, da calcoli di potere e da un variegato campionario di opportunismi sempre pronti a scompaginare dall’interno il risultato di battaglie vinte nel segno dell’interesse generale.

Rifiuti Zero, che forse rappresenta nell’ambito dell’ambientalismo italiano una delle poche realtà in crescita costante nel segno di vittorie e di numeri concreti (330 comuni seguono il percorso RZ: oltre 7 milioni di italiani), vuole mettersi a disposizione di questa strada senza chiedere, ovviamente, né primazie né niente in cambio se non l’assunzione da parte della costituente dell’obiettivo Zero Waste.

Sarà forse per questa “genetica apertura” che oltre ai relatori presenti nel programma della mattina, Eleonora Evi, europarlamentare di Europa Verde-Green/EFA, Elena Grandi, assessora del Comune di Milano, Angelo Bonelli, portavoce di Europa Verde, Enzo Favoino, coordinatore scientifico di Zero Waste Europe, Alberto Bencistà, presidente di Toscana Bio, si sono aggiunte importanti partecipazioni quali Claudio Tedeschi, rappresentante di Dismeco (azienda di riciclo dei dispositivi elettrici ed elettronici), Luca Panzeri dell’azienda Qwarzo (in grado potenzialmente di sostituire tutte le plastiche), Danilo Boni che, per conto di ZWI, ha censito oltre 120 centri di riparazione e riuso nati in Italia, Raffaele Del Giudice, ex vicesindaco di Napoli e oggi vicesindaco di Giugliano e Salvatore Micillo, ex sottosegretario all’ambiente del primo governo Conte.

L’invito è stato rivolto al gruppo parlamentare Fare Eco e a liste civiche e territoriali ambientaliste (citiamo in particolare Ecolò che ha avuto di recente un buon successo nelle elezioni di Sesto Fiorentino). Ma se l’operazione come lottiamo per farlo dovesse iniziare il viaggio essa mai rappresenterà un “percorso a priori contro”. Al contrario sarà attento a valorizzare l’impegno di chi anche in altre forze politiche sta facendo un buon lavoro per la difesa dell’ambiente. Benvenuti saranno anche i rappresentanti delle associazioni ambientaliste nazionali con le quali spesso abbiamo intrecciato i percorsi.

Allora, a Firenze sabato 27 novembre, presso il circolo Vie Nuove Viale Donato Giannotti 13, dalle ore 9 alle 16:30! È possibile seguire la diretta Facebook sul mio profilo.

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Commissione Ue: “Aziende dimostrino che i loro prodotti non alimentano deforestazione”. Ma chiude un occhio su allevamenti intensivi

Dà un colpo al cerchio e uno alla botte la Commissione europea che ha pubblicato la proposta di regolamento con cui, per la prima volta, si chiede alle aziende che immettono specifici prodotti e materie prime sul mercato comunitario di tracciarne l’origine e dimostrare che non sono collegati alla distruzione o al degrado delle foreste. Perché se oggi ricorda come la deforestazione sia causata dall’espansione agricola legata alle materie prime “soia, carne di manzo, olio di palma, legno, cacao e caffè e prodotti derivati come cuoio, cioccolato e mobili”, la stessa Commissione non ha fatto abbastanza per cambiare le sorti della Pac (Politica agricola comune) che a giorni verrà approvata in via definitiva e che non contrasta affatto il proliferare degli allevamenti intensivi che un ruolo importante hanno avuto e continuano ad avere nella deforestazione. Un’azione in linea, tra l’altro, con la spesa, tra il 2016 e il 2019, del 32% dell’intero budget del programma di promozione dei prodotti agricoli europei per spingere carne e latticini: 252 milioni di euro in 5 anni, su un totale di 776,7 milioni di euro, a fronte del 19% per promuovere frutta e verdura, stando al rapporto Marketing Meat di Greenpeace. E di fatto “la lista di prodotti e materie prime stilata dalla Commissione non include carne di maiale, carne di pollo, gomma e mais, la cui produzione è legata alla distruzione di foreste ed ecosistemi”, commenta Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia.

LA PROPOSTA DELLA COMMISSIONE UE – Le nuove regole proposte dalla Commissione Ue garantirebbero “che i prodotti che i cittadini dell’Ue acquistano, usano e consumano sul mercato dell’Ue non contribuiscano alla crescita globale della deforestazione e al degrado forestale”, spiega la Commissione sottolineando che “dal 1990 al 2020 il mondo ha perso 420 milioni di ettari di foresta, un’area più ampia dell’Unione europea”. Attraverso il consumo di prodotti che provengono da terreni bonificati e devastati e grazie al finanziamento di aziende che ne traggono profitto, l’Europa contribuisce alla distruzione delle foreste (ma anche di altri ecosistemi, all’interno e all’esterno dei suoi confini). Secondo Greenpeace, l’Ue è responsabile del 17% della deforestazione tropicale legata a materie prime scambiate a livello internazionale. Il Regolamento stabilisce norme obbligatorie di due diligence per le imprese che intendono collocare le materie prime sul mercato dell’Ue, con l’obiettivo di garantire che solo prodotti legali e dietro i quali non vi siano interventi di deforestazione siano ammessi sul mercato dell’Ue. “La Commissione – si spiega in una nota – utilizzerà un sistema di benchmarking per valutare i Paesi e il loro livello di rischio di deforestazione e degrado forestale”, determinato proprio dalle materie prime nell’ambito di applicazione del regolamento e “intensificherà il dialogo con altri grandi Paesi consumatori”.

I DIRITTI UMANI E LE ALTRE LACUNE – Ma le lacune sono anche altre: “Nella lotta alla deforestazione è fondamentale tenere conto non solo della conservazione della natura, ma anche del rispetto dei diritti umani, in particolare dei diritti delle popolazioni indigene e delle comunità locali” sottolinea l’eurodeputata Eleonora Evi, co-portavoce di Europa Verde, secondo cui la proposta prevede troppe scappatoie. “Per preservare la biodiversità del nostro pianeta – aggiunge – non basta puntare solo sulle foreste, ma vanno tutelati anche altri ecosistemi, come savane, zone umide e torbiere e in questo senso la proposta della Commissione non si è dimostrata all’altezza”. I negoziati al Parlamento europeo e tra i ministri nazionali dovrebbero iniziare nella prima metà del 2022.

LE CONTRADDIZIONI DELLA COMMISSIONE UE – Proprio in questi giorni la Commissione Ue ha incassato il favore positivo dei ministri dell’Agricoltura europei sulla nuova strategia per le foreste per il 2030, pubblicata il 14 luglio scorso. Sulla carta, in linea con l’adozione del Green Deal europeo (gennaio 2020) e della Biodiversity Strategy e Farm to Fork Strategy (maggio 2020). Eppure, la Commissione Ue guidata da Ursula Von der Leyen, proprio alla luce del cambio di agenda su questi temi, non ha ritenuto necessario a suo tempo presentare una proposta nuova sulla Pac, rispetto a quella presentata a giugno 2018 e già aspramente criticata (e bocciata dalla Corte dei Conti). Così il negoziato è andato avanti e ha visto bloccare i tentativi di tagliare i finanziamenti agli allevamenti intensivi e di limitare densità e numero di animali ammassati nelle aziende (che pure ricevono queste risorse).

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Cop26, l’eurodeputata dei Verdi Evi: “Bozza sul tavolo non all’altezza, non chiede lo stop alle fonti fossili”

“Credo che la conferenza sul clima a Glasgow non stia andando bene, non stia andando nella direzione giusta e, soprattutto, con il necessario coraggio da parte dei leader del mondo che dovremmo vedere. Penso a Cina e Usa che non firmano per abbandonare il carbone o al Brasile che firma un accordo non vincolante per fermare la deforestazione entro il 2030. È ridicolo: la deforestazione va fermata ora”. Sono le parole dell’eurodeputata dei Verdi, Eleonora Evi, che ha commentato i risultati (parziali, al momento) del vertice sul clima di Glasgow. “Siamo in attesa dei documenti finali della Cop26, ma credo che la bozza sul tavolo non sia all’altezza perché non chiede in modo chiaro di abbandonare i nuovi investimenti e i sussidi alle fonti fossili che sono il grande problema e creano la crisi climatica, di inquinamento e di biodiversità”.

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Cop26, o ci si ribella dal basso o vinceranno gli interessi dei soliti noti

Cosa aspettarci dal Cop26 che si sta tenendo in Scozia? Semplice: o saranno le società civili dell’intero pianeta a coalizzarsi dal basso o i buoni propositi rimarranno intrappolati nelle sabbie mobili di interessi geopolitici, di corporativismi criminali magari propagati attraverso “pubbliche relazioni” sempre più scaltre nell’uso della “peste del linguaggio” di calviniana memoria.

Per questo a Glasgow il cerino ce l’hanno in mano non Stati e potenti che sappiamo che faranno finta di ascoltare salvo, ognuno, difendere i propri interessi più o meno sporchi. La sfida è nel nostro campo, in quello ecologista: sapremo dar vita ad una Alleanza Globale Planetaria dei movimenti, degli attivisti, delle società civili che non deleghi le “scelte giuste” a coloro che continuano a ballare mentre il Titanic sta affondando? Ora più che mai un comune manifesto per la Rivoluzione Ecologica è irrinunciabile. Esso deve dare la rotta alla transizione ecologica acquistando sempre più rilevanza politica, culturale, scientifica.

Se continueremo a protestare delegando a coloro che coerentemente continuano a perorare il “come è sempre andato” anche i movimenti dal basso saranno indirettamente responsabili dell’inazione e del bla bla bla! Non basta “esser contro”, tirarsi fuori a parole, se non si costruisce una nuova governance centrata sulla difesa della natura (nemmeno dell’ambiente; termine che rischia di apparire, oggi, ambiguo) a partire dai livelli locali ma che aspiri a divenire Alleanza Planetaria: il rischio sarà quello di concepire movimenti “consolatori” e impotenti.

La base di questo Manifesto parte dalla constatazione senza se e senza ma che le società umane organizzate intorno al modello economico di appropriazione della natura definito lineare (estrazione, manifattura, consumo, smaltimento per poi ripartire dall’estrazioni in un vortice irriducibile e masochisticamente aggressivo verso i cicli naturali) costituiscono un problema grave per il pianeta. Hegelianamente parlando, la contraddizione principale che viviamo in questa fase storica non è tra le classi sociali (anche se i conflitti per la giustizia sociale continuano ad acuirsi) ma è tra uomo e natura. L’abbiamo visto al tempo del lockdown: quando gli esseri umani sono fuori gioco la natura riprende a respirare.

I numeri delle valutazioni ambientali ce lo hanno detto in modo, forse sgradevole, ma chiaro e forte. Tra modello lineare di produzione, tra stili di vita che scambiano il benessere con lo spreco e l’usa e getta gli oceani stanno divenendo una discarica, le risorse sempre più scarse, l’atmosfera sempre più inquinata e “infuocata”, ma si continua a far finta di essere consapevoli di tutto ciò. Mentre in Italia per esempio gran parte del dibattito è assorbito da green pass vs no green pass e dove le classi dirigenti (che hanno in mano interamente, dopo la “normalizzazione” del Movimento 5 stelle, un coro mediatico sempre più improntato da un “pensiero unico”) sono protese a tentare di accaparrarsi il banchetto dei fondi Ue del Pnrr non per difendere l’ambiente ma per autostrade, impianti di industria sporca e grandi opere in genere anche in contraddizione con gli stessi criteri fissati dall’Europa.

Se qualcuno ritenesse esagerata questa descrizione dovrebbe chiedersi perché al Ministero della Transizione Ecologica non ci sia una figura ambientalista o almeno uno scienziato, ma un signore che vuole il ritorno al nucleare!

Eppure non tutto è perduto, anzi! I recenti dati Nomisma affermano che l’Italia è il primo Paese in Europa per il ricorso all’Economia Circolare battendo addirittura la Germania, mentre dal “basso” sono ormai oltre sette milioni e mezzo i cittadini coinvolti dai circa 330 comuni che hanno scelto il percorso Rifiuti Zero. Occorre far leva su questi successi, occorre puntare su una nuova “stagione illuminista” dal basso – la cosiddetta “Citizen Science” – per rendere sempre più evidente che il cambiamento climatico si può fermare solo cambiando in meglio la nostra società. Attivisti di tutti i Paesi unitevi!

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L’impegno di Biden, i tempi lunghi di India, Cina e Russia, la realpolitik di Draghi: alla Cop26 si allarga il divario tra i Paesi sull’obiettivo delle emissioni zero

L’Accordo di Parigi non va più solo rispettato, ma superato. Su tutti i fronti, dai finanziamenti ai Paesi poveri, per i quali il fallimento della Cop 26 sarebbe una condanna a morte, alla soglia massima per il riscaldamento globale, fino alla chiusura delle centrali a carbone, il combustibile fossile più inquinante. Ma le prime due giornate della Cop 26 non bastano a rendere più chiara la situazione. Di certo l’Accordo di Parigi non potrà essere superato da 197 Paesi, ossia tutte le parti che hanno firmato la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), ma almeno dovrebbe farlo chi ha le risorse per poter invertire rotta oggi. Al World Leaders Summit, cerimonia di apertura della seconda giornata della Cop 26, il primo ministro britannico Boris Johnson ricorda la sua presenza a Parigi “quando convenimmo sulle emissioni zero”, spiegando che le promesse di allora rischiano di essere un ‘bla bla bla’: “La collera del mondo sarebbe incontenibile”. Al summit si parla dei principali temi su cui andare oltre, “anche oltre il G20” aggiunge il premier italiano, Mario Draghi, secondo cui “i soldi non sono un problema, vanno spesi bene e velocemente”. E così puntare a restare sotto 1,5° C di riscaldamento ma, precisa il premier francese Emmanuel Macron, rendendo “questo obiettivo credibile”.

RESTANO GLI OSTACOLI – Non sarà per nulla facile, visto che non è stato neppure raggiunto l’accordo tra i Paesi del G20 sulle zero emissioni nette al 2050 e se alla Cop 26, Narendra Modi, primo ministro di un Paese strategico come l’India, alla fine dichiara di puntare a quel target per il 2070 (ma anche che entro il 2030, il Paese otterrà metà della sua energia da fonti rinnovabili). Come sottolineato da Draghi “si parla di Paesi in una differente fase della loro storia economica”. Nel discorso scritto inviato in Scozia, invece, il presidente cinese Xi Jinping, assente al vertice, non prende nuovi impegni di rilievo: Pechino resta al 2060, come Indonesia, Russia e Arabia Saudita, ma invita tutti gli Stati a “mantenere le loro promesse, formulare visioni e obiettivi realistici e fare del loro meglio per promuovere l’attuazione di misure contro il cambiamento climatico in linea con quelle che sono le condizioni di ciascuna nazione”. Messaggio chiaro. “Indubbiamente ci sono comportanti poco coerenti e questo indebolisce la posizione dei Paesi virtuosi” commenta Draghi, raccontando che l’India, però, “al G20 ha molto aiutato”. E dice: “Non credo si ottenga molto indicando Paesi colpevoli e innocenti. Gli innocenti sono pochissimi e i colpevoli tantissimi”. Ha infine aggiunto che la “diplomazia dello scontro non serve”.

L’IMPEGNO DEI 100 MILIARDI NON BASTA – Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres sottolinea che “l’impegno di 100 miliardi di dollari all’anno di finanziamento del clima a sostegno dei paesi in via di sviluppo deve diventare una realtà”. Finora non è stato così, i Paesi del G20 si sono appena impegnati per l’obiettivo già mancato nel 2020. Ma oggi questo non basta: “I paesi in via di sviluppo hanno bisogno di risorse molto maggiori per combattere il Covid-19, costruire resilienza e perseguire uno sviluppo sostenibile”. È anche una questione di fiducia verso le economie forti, finora inadempienti. Draghi ricorda che l’Italia triplicherà il suo contributo, arrivando a 7 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, per aiutare i paesi vulnerabili, attivando i Diritti speciali di prelievo (SDRs) attraverso il Fondo monetario internazionale per contribuire alla promessa dei 100 miliardi. E anticipa l’imminente annuncio da parte del ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani (alla Cop con lui) di “un’iniziativa ambiziosa da parte dell’Italia”.

LA CONDANNA A MORTE – Quello dei finanziamenti ai Paesi più poveri è davvero un punto cruciale. “Il cambiamento climatico – sottolinea Draghi – ha gravi ripercussioni sulla pace e la sicurezza globali. Può esaurire le risorse naturali e aggravare le tensioni sociali, portare a nuovi flussi migratori e contribuire al terrorismo e alla criminalità organizzata. Il cambiamento climatico può dividerci”. E Guterres ricorda, a riguardo, che “il riscaldamento globale sta raggiungendo velocemente il punto di non ritorno. I piccoli stati insulari in via di sviluppo, e altri vulnerabili, lo stanno vivendo. Per loro, il fallimento (della Cop 26, ndr) non è una possibilità. Il fallimento è una condanna a morte”. Riguardo a questi investimenti, anche se il G20 “ha perso l’opportunità di rinvigorire l’obiettivo dei 100 miliardi di dollari all’anno che si sarebbe dovuto raggiungere già dallo scorso anno”, per l’Oxfam è positivo l’impegno dell’Italia. “Ma purché si tratti di risorse realmente aggiuntive e che non vadano a discapito di altri finanziamenti a sostegno dei paesi più vulnerabili”. Per Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam Italia sui dossier di giustizia fiscale “è necessario avviare il processo di creazione di un’organizzazione internazionale autonoma incaricata di supervisionare la ristrutturazione del debito”. Non è un caso che i più preoccupati per le sorti della Cop 26 e per come verrà gestito il nodo della fatidica soglia di 1,5°C di riscaldamento globale (che la scienza impone di non superare) siano proprio i Paesi più vulnerabili. Come dichiarato al Guardian da Gaston Browne, primo ministro di Antigua e Barbuda e presidente dell’Alleanza dei piccoli Stati insulari, che rappresenta 39 Paesi. “Per chi ha occhi per vedere, per chi ha orecchie per ascoltare, per chi ha cuore per sentire, abbiamo bisogno di 1,5°C. Due gradi sono una condanna a morte per il popolo di Barbuda, di Antigua, delle Maldive, della Dominica, del Kenya e del Mozambico, e per il popolo di Samoa e delle Barbados” spiega Mia Mottley, il primo ministro delle Barbados che, nel suo discorso alla Cop 26, facendo notare l’assenza al vertice di “alcune delle figure necessarie”.

CHI MANCA E COSA MANCA – Chiaro il riferimento al premier russo Vladimir Putin, a presidente brasiliano Jair Bolsonaro (accusato dagli attivisti che hanno esortato i delegati della Cop 26 a non fidarsi delle sue promesse, ndr) e al presidente cinese Xi Jinping. “I nostri popoli ci stanno guardando, dobbiamo davvero lasciare la Scozia senza i risultati che servono? Davvero alcuni leader presenti credono di poter sopravvivere da soli? Non hanno imparato nulla dalla pandemia?” chiede Mia Mottley, ricordando che le banche centrali dei Paesi più ricchi hanno speso 25 bilioni di dollari per il ‘Quantitative Easing’ negli ultimi 13 anni. “Serve un aumento annuo dei diritti speciali di prelievo di 500 miliardi di dollari all’anno per 20 anni, messi in un trust, per finanziare la transizione: questo è il vero gap che va colmato, non i 50 mld proposti per l’adattamento climatico. E se 500 miliardi vi sembrano tanti, indovinate un po’, è solo il 2% di quanto speso per il Quantitative Easing”. Da Pechino, nel frattempo, arriva una risposta piccata rispetto alla delusione espressa dal presidente Usa, Joe Biden, per la mancanza di ambizione della Cina. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ricorda che negli ultimi 200 anni di industrializzazione i Paesi sviluppati hanno avuto “una responsabilità ineludibile sulle emissioni di gas serra”, che “storicamente gli Stati Uniti si sono rifiutati di ratificare il Protocollo di Kyoto e si sono ritirati dall’Accordo di Parigi, minando gravemente la fiducia e l’efficacia della cooperazione globale nell’affrontare il cambiamento climatico” e che “le emissioni cumulative pro capite storiche Usa sono otto volte quelle della Cina”.

SU COSA E COME INVESTIRE – Di fatto, nel suo intervento, il presidente Joe Biden chiede scusa per la decisione del suo predecessore, Donald Trump, di uscire dall’Accordo di Parigi: “Gli Usa non sono solo tornati al tavolo, ma guidano con l’esempio. Dobbiamo investire nell’energia pulita ed è quello che faremo, riducendo le emissioni entro il 2030”. Il primo ministro Boris Johnson aggiunge: “Abbiamo le tecnologie, le idee” e anche i finanziamenti ci sono “decine di trilioni, per disinnescare la bomba”. Si può, per esempio, dire basta alle centrali a carbone: “Entro il 2030 per i paesi ricchi, entro il 2040 per gli altri. Se aspettiamo sarà più costoso”. Per ora il G20 si è impegnato a interrompere entro la fine di quest’anno il finanziamento di nuove centrali a carbone all’estero, decisione che per diversi Paesi (Cina compresa) era già stata annunciata. In queste ore diverse organizzazioni hanno espresso comunque delusione per la mancanza di un analogo impegno sul versante interno e per l’eliminazione graduale di altri combustibili fossili. “Ciò significa – sottolinea l’Oxfam – che dannose centrali a carbone possono essere costruite per altri dieci anni”. Draghi spiega che è necessario puntare sulle rinnovabili “in particolare sviluppando nuove batterie e andando oltre l’attuale tecnologia al litio” ma ne sottolinea “i limiti” che potrebbero non fare raggiungere i target al 2030 e al 2050. Quindi “dobbiamo iniziare a sviluppare alternative praticabili” e, nel frattempo, “dobbiamo investire in tecnologie innovative per la cattura del carbonio”. Globalmente “il denaro può non essere più un vincolo se portiamo dalla nostra parte il settore privato – dice – vorrei davvero invitare tutte le banche multilaterali di sviluppo e la Banca Mondiale, che oggi fa molto poco sul clima, ad impegnarsi seriamente nella condivisione dei rischi con il settore privato”.

UNA CORSA CONTRO IL TEMPO – Ma pur trovando il denaro, ciò che manca è il tempo. Inger Andersen, direttore esecutivo dell’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per il cambiamento climatico, ha spiegato che “per avere una possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, il mondo ha otto anni per ridurre le emissioni annuali di ulteriori 28 gigatonnellate di CO2 equivalente, oltre a quanto promesso negli Ndc aggiornati e in altri impegni per il 2030. Significa quasi dimezzare le emissioni di gas serra. Cosa ne pensano i ricercatori? Secondo un sondaggio condotto dalla rivista Nature fra 233 ricercatori che fanno parte del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), solo il 4% di loro crede che sia possibile restare sotto 1,5° C, mentre il 20% si aspetta che i Paesi della Cop 26 riescano a limitare a 2 gradi o meno l’aumento della temperatura. Ma, come ribadito, è una condanna a morte.

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Greta di lotta o di governo, il dilemma dei Fridays for Future

L’abbiamo vista ballare “Bella Ciao” con gli occhi che le ridevano. L’abbiamo vista salire sul palco di Milano, dove con forza e convinzione ha detto che il potere non è lì dentro, nelle conferenze sul clima, ma in piazza. Perché “noi siamo il potere, le persone sono il potere”. Greta Thunberg, a Milano nei giorni passati, è senz’altro più a suo agio nelle strade, circondata da quei coetanei che così tanto la stimano e da quei cartelli che ormai attraversano le nostre città. Il suo volto cambia, i suoi occhi mutano espressione quando invece si trova ad ascoltare le parole dei potenti, oppure a parlare, come ha fatto sempre alla pre-Cop di Milano:dura e tagliente, le sue accuse sul “blablabla” dei politici che nulla farebbero sono diventate una specie di slogan.

Sia Draghi che Cingolani hanno voluto in qualche modo controbattere alle accuse di “blablabla”. Draghi le ha spiegato, e dal suo punto di vista si tratta di un’obiezione in parte comprensibile, che il “blablabla” serve a convincere le persone e che mettere insieme centinaia di paesi sulla stessa linea è realmente duro. Ma Greta è in qualche modo costretta a rivestire un ruolo intransigente, per due ragioni: la prima, è che realmente le emissioni stanno aumentando, e con loro i pericoli per la nostra sicurezza. Dunque, dal punto di vista scientifico, che è il suo, non c’è compromesso possibile, bisogna dire la dura verità. Secondo, è che mostrandosi troppo accondiscendente con i politici rischia di sembrare collusa, o di cedere rispetto alle richieste sue e del movimento.

In effetti, in questi giorni della pre-Cop e della Cop dei giovani, molti tra gli ambientalisti si sono chiesti se non fosse meglio che Greta smetta di partecipare a questi summit climatici. Facendo così, infatti, sembrerebbe legittimare in qualche modo i potenti di turno, che non aspettano altro che potere essere immortalati con lei, in una perfetta operazione di greenwashing, e tanto più se in campagna elettorale, come nel caso di Giuseppe Sala. Insomma, c’è chi pensa che sia meglio stare sempre fuori dai convegni, assediandoli, ma senza entrarci, per non essere in qualche modo la foglia di fico dei potenti. È l’eterno dilemma dell’essere di lotta e di governo che movimenti con obiettivi ben diversi hanno già sperimentato in passato.

Ovviamente, si tratta di un rischio reale. Ma d’altronde Greta lo sa benissimo, tanto che spesso ricorda che i potenti vogliono unicamente farsi un selfie con lei. Per questo non sorride mai con loro. Tuttavia, questo rischio, al momento, va ancora corso. E lei se la sta cavando benissimo, brava realmente nel suo doppio ruolo di giudicatrice severa del (non) operato dei potenti e leader carismatica in piazza. Guardando la diretta della pre-Cop milanese, con centinaia di attivisti, alla presenza delle nostre istituzioni, da Mattarella a Draghi fino a Cingolani, che moderava l’incontro, non ho avuto onestamente l’impressione che si trattasse di una messa in scena. Tutti i partecipanti mi sono parsi realmente coinvolti. I “potenti” hanno dovuto in qualche modo prendere atto delle richieste dei giovani, ma soprattutto mi sembra li abbiano ascoltati. Penso sia stato un incontro importante.

Di più: penso sia realmente pericoloso, questa linea esiste nei movimenti ambientalisti specie i più naif, dipingere sembra gli attivisti come i buoni e la politica come cattiva. Questa opposizione radicale non serve a molto, non è costruttiva. Oltretutto, nella storia non esiste il Male contro il Bene. Nello spazio del possibile, cioè dell’azione e della politica fatta in molti modi, bene e male sono sempre intrecciati. E non c’è dubbio che se i giovani dei Fridays sono realmente innocenti rispetto al disastro climatico, mentre i politici sono certamente colpevoli di non agire, una cooperazione tra movimenti e politica credo possa dare i suoi frutti. Anche perché i movimenti stanno realmente acquisendo sempre più potere e visibilità.

Ovviamente, bisogna stare attentissimi a non essere strumentalizzati. Ma ancora una volta, Greta lo sa benissimo e non a caso ha creato una Fondazione indipendente per gestire donazioni in maniera totalmente trasparente. Conosce benissimo, tra l’altro, i meccanismi della comunicazione ed è attentissima a non commettere errori. Penso quindi che saprà bene capire se arriverà il momento in cui bisognerà dire “Grazie ma non vengo. Noi restiamo fuori”. Sicuramente sarà decisiva la Cop26 di Glasgow, perché se dovesse rivelarsi un tragico fallimento, speriamo con tutte le forze di no, potrebbe spingere gli attivisti a cambiare strategia.

Per ora, tuttavia, restare sia di lotta che di governo, appunto, è la risposta giusta, soprattutto perché, ripeto, sui due piani Greta, così come i Fridays for Future – ormai coinvolti da istituzioni come dai giornali – si muove con intelligenza. D’altronde Max Weber sosteneva che l’etica della convinzione, cioè dei principi assoluti, e l’etica della responsabilità, cioè dell’azione concreta, per così dire, sono opposte e tuttavia entrambe necessarie. E sta a chi agisce o fa politica – come Greta e i Fridays – usare entrambe con accortezza, dosarle per avere efficacia ed incidere nella realtà.

Sia Greta che i Fridays hanno poi, purtroppo, un formidabile aiuto. Perché l’emergenza climatica aumenterà e con essa le crisi. Le siccità, gli alluvioni, i morti per cambiamenti climatici, le migrazioni “giocano” a favore di un movimento che non ha, ahimè, nessun rischio di estinguersi o di uscire di scena. Perché appunto le istanze che difende sono destinate a crescere enormemente di importanza, tanto che presto sarà realmente impossibile ignorarle.

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Il cambiamento climatico inizia a infastidirci, ma l’umanità si comporta come la rana che bolle

Il “principio della rana bollita” è la metafora che Noam Chomsky (Media e potere, Lecce: Bepress, 2014) usa per descrivere le società e i popoli che accettano passivamente la propria deriva. Sono quelli che affrontano bellamente degrado e soprusi, adattandosi di buon grado alla scomparsa dei valori e dell’etica. Come la rana che cuoce a fuoco lento senza reagire, questo tipo di individui e società si adeguano in modo apatico alle situazioni spiacevoli senza mantenere la capacità né lasciarsi la possibilità di un colpo d’ala, prima che sia troppo tardi.

Al Gore, il candidato democratico sconfitto da Bush nel 2000, usò questa metafora sotto una diversa luce, presentando il film An Inconvenient Truth nel 2006 sul New York Times. E la rana bollita è anche l’archetipo con cui una mia giovane collega introduce agli studenti la questione climatica. Aiuta a comprendere la strategia che l’umanità ha finora adottato nell’affrontare il riscaldamento globale e il rapido cambiamento dei climi che ne deriva.

Una attitudine che, nel concreto, non è cambiata – aggiungo – nonostante le buone intenzioni di ogni consesso internazionale. Con l’età, mi sto convincendo che l’umanità, forse, non può fare altro. Non può che comportarsi come il simpatico animale immortalato dal filosofo americano, dal presidente mancato e da molti altri, prima e dopo di loro.

Ecco una breve sintesi della storiella, zoologicamente controversa, con la premessa che non mangio le rane. Per cuocere una rana, viva, bisogna evitare di gettarla in una pentola d’acqua molto calda, diciamo a 60 gradi o più. In questo caso, l’animale salta rapidamente fuori e scappa via. Se, invece, la mettete in un pentolone d’acqua fredda e aumentate molto lentamente la temperatura cosa succede? Se di buona indole, la rana rimane tranquilla, il suo corpo si adatta al tepore della nuova temperatura mano a mano che questa aumenta. Allorché la bestiola scopre che sta bollendo, è troppo tardi, ahimè, poiché ha impiegato tutte le sue forze per regolare la propria temperatura corporea, equilibrando quella del mezzo in cui è immersa. È talmente debole che non ce la fa più a saltare via.

La rana crepa perché l’acqua bolle? Certamente sì. Ma muore anche per la sua incapacità di capire che la temperatura si sta alzando.

I primi effetti climatici del riscaldamento globale che stiamo sperimentando oggi sono il prodotto di attività umane vecchie di un secolo. In un libro pubblicato quasi 30 anni fa, scrivevo che “facendo capo alla fine degli anni Ottanta, il mondo è già stato condannato a un ulteriore surriscaldamento di 0,3-1,9 gradi Celsius, anche senza ulteriori variazioni della composizione atmosferica”. Non era stato necessario ricorrere all’aiuto di Cassandra per avventurarsi in questa profezia, che si è in gran parte già avverata.

Alla fine degli anni Ottanta, il consenso scientifico su questo tema era già consistente, pubblicato sulle migliori riviste scientifiche. Rispetto ad allora, le emissioni sono raddoppiate (vedi Figura 1) alla faccia di ogni fioretto, devotamente enunciato al mondo nella serata conclusiva di ogni consesso internazionale. E accantonato in silenzio la mattina dopo.

I cambiamenti del clima iniziano sì a infastidirci, ma l’umanità continua a comportarsi come la rana. E varrebbe finalmente la pena di capire perché rispondiamo alla sfida come una rana in pentola a fuoco lento.

Molte sono le ragioni dalla parte della rana. Prima di tutto, siamo sensibili agli eventi estremi – l’aspetto che più colpisce la gente – in modo diverso da estremo a estremo, da paese a paese, da cultura a cultura. Realizzare, accorgersi, convincersi del clima che cambia non è così semplice come sembra a prima vista.

La capacità di capire gli effetti del cambiamento climatico sugli incendi e i cicloni extra-tropicali è tutto sommato molto bassa, così come la fiducia nell’attribuire questi eventi agli effetti del cambiamento climatico di origine antropica. Solo per le ondate di freddo e caldo, capacità e fiducia crescono molto e crescono assieme (vedi Figura 2).

Come la rana, cerchiamo di adattarci, al freddo e al caldo, alle alluvioni e alle frane. L’adattamento attivo è indispensabile, ma non basta. Purtroppo.

Non c’è soltanto la difficoltà a realizzare la portata della sfida, però. L’umanità si comporta come la rana anche per altre ragioni. Per esempio, economia e finanza, così come sono declinate ai nostri giorni, sono compatibili con la mitigazione? Durante la pandemia, le ragioni dell’economia non sono state certo messe in secondo piano. Come può convivere la società dei consumi con modelli frugali che, per limitare le emissioni, potrebbero diminuire i consumi stessi?

Inoltre, la geografia dei cambiamenti è variegata. Il cambiamento del clima non è né sarà lo stesso ovunque: ci sono regioni del pianeta che possono avere grandi benefici da un pianeta più caldo, prima di tutto sotto il profilo strategico.

E ancora, le decisioni di oggi, qualunque esse siano, avranno pochissimo peso su quanto sta accadendo oggi o domani, ma sono proiettate su un orizzonte di molti lustri. Chi oggi ha facoltà di decidere non vedrà mai gli effetti di queste decisioni. Né otterrà un convinto consenso popolare se queste decisioni hanno un impatto economico negativo o promettono di ridurre, oggi e domani, il benessere della gente.

L’umanità non è certo una rana, né un branco di rane. Non scomparirà a causa del clima che cambia. Sono molto più pericolosi i giochi di guerra, se scattasse il grilletto nucleare. Ma la nostra specie può subire un impatto simile a quello che la gente europea subì dalla peste del Trecento o a quello che soffersero i nativi americani per via della colonizzazione europea.

Il peggio non lo vedrà Greta, ma la sua prole e la prole della sua prole. L’inerzia del clima è anche maggiore di quanto pensavano i pionieri della climatologia, da Arrhenius a Callender. Sfogliando la storia antica e moderna, ho cercato invano esempi di società che abbiano preso concrete decisioni simili a quelle che dovremmo prendere ora, risoluzioni capaci di penalizzare la contemporaneità a favore del lontano futuro, del benessere di generazioni molto più avanti della nostra. Sarò grato ai lettori che, arrivati tenacemente fin qui, ce lo suggeriranno nei commenti.

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Il pianeta è agli sgoccioli eppure si continua a cianciare di sostenibilità senza capirne niente

Purtroppo abbiamo un ministro per la Transizione ecologica che di transizione ecologica non ha capito niente. Il fatto più grave è che non si tratta di mancanza di informazione ma, più semplicemente, di incapacità a comprendere che una vera transizione comporta il passaggio a una concezione totalmente diversa da quella che sino ad ora ha improntato il nostro sviluppo, e che non si tratta di una scelta ma di una necessità che non consente indugi e, quindi, non è programmabile con tempi valutati con criteri “normali”.

Ecco perché non ha senso dire, come fa Roberto Cingolani, che “la transizione deve essere sostenibile altrimenti non si muore di inquinamento ma di fame” se non si aggiunge che, in ogni caso, una volta superati i limiti imposti dall’ecosistema, non può esserci alcuna transizione ecologica.

Non sono gli ambientalisti radical-chic ma le Nazioni Unite a ricordarci che ormai il pianeta è agli sgoccioli, anzi, probabilmente è già troppo tardi per rimediare ai gravissimi guasti già apportati al nostro habitat. E, del resto, l’impressionante escalation di eventi distruttivi provocati dal cambiamento climatico lascia ben pochi dubbi in proposito. Eppure, si continua a cianciare di “sviluppo sostenibile” inteso nel senso di qualche pennellata di verde “sostenibile” per questa economia, anzi, meglio ancora, diretta a a massimizzare i profitti in nome dell’ecologia, senza mettere minimamente in discussione i valori su cui si basa il nostro “sviluppo”. Come se bastasse passare dalle auto a benzina a quelle elettriche.

Tanto è vero che il termine “sviluppo” viene usato come sinonimo di “crescita” economica (il solito Pil) senza limiti: pericolosa utopia evidenziata invano con chiarezza, mezzo secolo fa, da Aurelio Peccei e dal Club di Roma. Ribadita, peraltro, anche se in modo più sfumato dalle Nazioni Unite che definiscono la Green Economy “un’economia che produce benessere umano ed equità sociale, riducendo al tempo stesso i rischi ambientali e le scarsità ecologiche. Nella sua espressione più semplice, un’economia verde può essere pensata come un’economia a basse emissioni di anidride carbonica, efficiente nell’utilizzo delle risorse e socialmente inclusiva”.

L’ultimo esempio viene dalla “stangata” sulle bollette di gas ed elettricità dovuto, con tutta evidenza, all’aumento del prezzo dei combustibili fossili su cui si fonda la nostra economia; cui si sta tentando di rimediare con una sforbiciata delle tasse senza neppure programmare seriamente un immediato passaggio massiccio dal fossile alle energie rinnovabili.

Insomma, al di là degli slogan e delle chiacchiere, un governo che veramente voglia attuare la transizione ecologica deve programmare e iniziare ad attuare immediatamente un tipo di sviluppo totalmente diverso che non continui a rapinare risorse ormai in via di esaurimento, ma sia modulato sulla rinnovabilità e sia basato sul risparmio, sul riuso, sul recupero del territorio, sul soddisfacimento di bisogni (come la cultura) non solo materiali eccetera.

Come si legge nell’Enciclica “Laudato si’”, “un percorso di sviluppo produttivo più creativo e meglio orientato potrebbe correggere la disparità tra l’eccessivo investimento tecnologico per il consumo e quello scarso per risolvere i problemi urgenti dell’umanità; potrebbe generare forme intelligenti e redditizie di riutilizzo, di recupero funzionale e di riciclo; potrebbe migliorare l’efficienza energetica delle città; e così via. La diversificazione produttiva offre larghissime possibilità all’intelligenza umana per creare e innovare, mentre protegge l’ambiente e crea più opportunità di lavoro”.

Obiettivi che, di certo, non possono neppure essere seriamente ipotizzati se ci si continua ad affidare alla “libera economia” e alla “globalizzazione”. Purtroppo, di questo programma non v’è traccia nella transizione ecologica del ministro Cingolani e di questo governo.

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Terra dei Fuochi, un libro per tenere accesi i riflettori su questo disastro ambientale

“Se la Campania è sparpagliata di Terra dei Fuochi. Nel resto d’Italia ci sono le ‘braci’ tossiche”, parola di pentito. È partito da qui Olindo Preziosi, tra i più grintosi avvocati penalisti, che da anni combatte per tenere i riflettori accesi su uno dei disastri ambientali più infestanti dovuto ai roghi di rifiuti tossici. Ma ancora trascurato e sottovalutato. Ha appena dato alle stampe La terra dei fuochi – Il nesso di casualità tra mito e realtà (edito da Edizioni Il Papavero).

Nel suo mostruoso j’accuse fa nomi e mandanti: “Continuano ad avvelenare la nostra aria, la nostra acqua, la nostra terra. La camorra ci ha lucrato. La politica pure, otturandosi il naso e guardando dall’altra parte”, Olindo è incazzato e con lui quel 37% della popolazione che vive a meno di 100 metri da uno o anche più di uno di queste “calderone incandescente di rifiuti, tumori, pentiti, politica e camorra”. Una matassa ingarbugliata di cui è difficile trovare il capo. E fragole rosso sbiadito, pomodori che contengono tracce di mercurio, arsenico e piombo, insalate che puzzano e continuano a crescere all’ombra di queste “fumorole” di veleni.

Olindo è incazzato nero come il fumo che si respira nei 38 comuni “appestati”, disseminati lungo un’aera di 426 chilometri quadrati, tra Napoli e Caserta. Ben 2677 sono i siti di smaltimento abusivo di rifiuti. Feti già condannati ancora prima di nascere con malformazioni congenite. I più fragili sono proprio i bambini, da zero anni fino ai 19, che sono i più esposti a un’elevatissima densità di emissioni e rilasci di composti chimici scatenanti cancri incurabili, tra cui leucemia e tumori ai polmoni. “Ma quale droga, la vera miniera d’oro sono i rifiuti. Si rischia meno e si guadagna di più”, fu una delle prime dichiarazioni shock del pentito Gaetano Vassallo, il “Buscetta dei rifiuti”. Erano gli anni Ottanta. E non si fece nulla.

Poi venne Matteo Garrone e Gomorra, tratto dal romanzo di Roberto Saviano, in cui un Toni Servillo nei panni di un cinico imprenditore getta via una cassetta di pesche (che “fetano”) perché coltivate in un terreno dove lui stesso ha sversato rifiuti tossici delle industrie di tutta Italia, in cambio di soldi dati agli stessi proprietari che gli offrivano quelle pesche. E aggiunge sarcastico: “Salvi un operaio a Mestre e uccidi una famiglia a Mondragone”. E ancora non si fece nulla. Bonifiche sul territorio promesse sulla carta ma mai partite. E intanto il numero di morti di tumore continua a crescere.

Anzi i falò appiccati dai clan camorristici con dispersione nell’aria di sostanze altamente nocive e inquinanti si sono moltiplicati anche al Nord. Abbiamo esportato il format/discarica abusiva. Parola di pentito: “Nel resto d’Italia si covano le ‘braci’ e sul terreno ‘imbottito’ di scorie industriali ci sono le coltivazioni”. Contro l’inerzia degli amministratori e dei politicanti che hanno finto di non riconoscere la gravità, adesso scende nell’arena Olindo, quarta generazione di penalisti da parte di padre e madre (anche il fratello Alessandro, l’attore, è laureato in legge) per chiedere un Servizio permanente di sorveglianza sul territorio e l’intervento della Sanità di tutela della Salute pubblica e prevenzione di tumori. Allarga le braccia: “Se siamo ancora in tempo”.

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Clima, il Protocollo di Montreal sull’ozono ha regalato all’umanità più di quanto si sperasse

I clorofluorocarburi (CFC) hanno un formidabile effetto climatico, noto da molto tempo: “una molecola di diclorofluorometano (CFC-12) è capace di intrappolare le radiazioni a onde lunghe molto meglio – più di diecimila volte meglio! – di una molecola di CO2” (Rosso, R., Effetto Serra: istruzioni per l’uso, 1994).

Nessuno dubitava che il Protocollo di Montreal del 1987 per la tutela dell’ozono atmosferico, messo in crisi dall’emissione di questi gas, fosse cosa buona e giusta. E neppure che potesse avere un benefico effetto di attenuazione del riscaldamento globale: “la riduzione imposta dai vincoli di produzione introdotta dal Protocollo di Montreal potrebbe ridurre tale contributo a 0.3 Watt a mero quadrato”, avevo scritto allora.

Un recente studio di simulazione climatica what if – cosa succede se… – ha dimostrato che il Protocollo di Montreal ha regalato anche di più all’umanità negli ultimi trent’anni. Nel presupposto di una crescita del 3% delle emissioni di CFC in atmosfera, a partire dal 1987, lo scenario odierno sarebbe affatto drammatico. La CO2 equivalente in atmosfera, oggi circa 420 parti per milione, sarebbe già schizzata di altre 165-215 parti per milione, con un riscaldamento ulteriore di 0,8 gradi centigradi. E, se l’uso dei CFC fosse continuato incontrollato, entro la fine del secolo il contributo dei CFC avrebbe aumentato il riscaldamento globale di altri 1,7 gradi centigradi. Ciò significa che le temperature sarebbero aumentate complessivamente di 2,5 gradi, solo a causa dal loro utilizzo.

Il continuo esaurimento dell’ozono – il gas che protegge il pianeta da livelli dannosi di radiazioni ultraviolette UV – avrebbe minato in modo massiccio la capacità della Terra di assorbire la CO2 atmosferica. La protezione dello strato di ozono ha preservato la vegetazione dagli effetti dannosi di un aumento dei raggi UV, quelli che ne compromettono la capacità di assorbire CO2. Entro la fine di questo secolo (2080-2099) avrebbero potuto esserci 325-690 miliardi di tonnellate in meno di carbonio nelle piante e nei suoli senza il Protocollo di Montreal. Questo cambiamento avrebbe potuto comportare ulteriori 115-235 parti per milione di CO2 equivalente, che avrebbe potuto portare a un ulteriore riscaldamento della temperatura superficiale media globale compreso tra mezzo grado e un grado Celsius.

L’efficacia del Protocollo, testimoniata dall’ultimo Rapporto del World Meteorological Organization pubblicato nel 2018 sul monitoraggio dell’ozono, è indubbia: “il buco dell’ozono antartico si sta richiudendo, pur continuando a verificarsi ogni anno; grazie al Protocollo di Montreal è stato evitato un impoverimento dell’ozono molto più grave nelle regioni polari”. E non è stata rilevata alcuna tendenza significativa nell’ozono totale tra le latitudini 60° sud e 60° nord nel periodo 1997-2016; anzi, i valori medi sono rimasti circa il due per cento al di sotto della media nel periodo precedente, 1964-1980. Al contrario, la simulazione what if mostra che, se non fosse intervenuto l’accordo di Montreal, entro fine secolo la riduzione dello strato di ozono sopra i tropici avrebbe potuto toccare livelli catastrofici, fino al 60% in meno rispetto a oggi.

Questi risultati offrono due indicazioni. La prima riguarda l’efficacia degli accordi internazionali sulle emissioni, oggetto di un giustificato scetticismo da parte di molti scienziati: talvolta funzionano! La seconda è ovvia: l’applicazione del protocollo va attentamente monitorata e fatta rispettare. Per esempio, la recrudescenza di emissioni di CFC-11 riscontrata negli ultimi quindici anni va attentamente controllata ed eliminata. Le future emissioni di CO2, metano e NOx saranno estremamente importanti per il futuro dello strato di ozono per i loro effetti sul clima e sulla chimica atmosferica. E mitigare delle emissioni di NOx potrebbe comportare un piccolo vantaggio anche per l’ozono.

Paul Crutzen, lo studioso di chimica dell’atmosfera che per primo diede l’allarme sul pericolo del buco dell’ozono e per questo ottenne il premio Nobel nel 1995, può essere soddisfatto: il suo lavoro è davvero servito all’umanità. Laureato in ingegneria civile, coniò anche il fortunato termine “Antropocene” che definisce la prima “era” nella quale le attività umane sono in grado di influenzare l’atmosfera e alterarne l’equilibrio. Paul è mancato qualche mese fa e ricordo con orgoglio che il Politecnico di Milano gli conferì, su mia proposta, la laurea honoris causa in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio nel 2007.

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