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Corrente del Golfo mai così fredda negli ultimi mille anni, lo studio: “Europa a rischio, punto di non ritorno più vicino”

Una delle componenti più importanti dell’equilibrio climatico del nostro pianeta, ossia il sistema di capovolgimento meridionale della circolazione atlantica (Atlantic meridional overturning circulation, AMOC), di cui fa parte anche la Corrente del Golfo, non è mai stato così debole negli ultimi mille anni. Un rallentamento che potrebbe persino trasformarsi in un blocco di questo sistema di correnti, qualora si continuasse ad emettere le attuali quantità di gas serra.

Un nuovo studio pubblicato su Nature Geoscience, al quale hanno lavorato scienziati tedeschi dell’Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico, insieme a colleghi irlandesi della Maynooth University e inglesi dell’University College di Londra, conferma l’indebolimento del sistema di correnti già evidenziato in precedenti studi e che questo fenomeno è dovuto principalmente ai cambiamenti climatici in atto (dato che proprio il riscaldamento globale ancora più accentuato nell’Artico, sta frenando il motore principale della corrente), ma anche che le conseguenze potrebbero essere devastanti.

LE PREVISIONI – Un ulteriore indebolimento dell’Amoc, infatti, potrebbe provocare più tempeste nel Regno Unito, inverni più intensi e un aumento delle ondate di calore e della siccità in tutta Europa, per non parlare dell’innalzamento del livello del mare sulla costa atlantica degli Stati Uniti. E le previsioni, da questo punto di vista, non sono positive. Secondo gli scienziati autori della ricerca, l’Atlantic meridional overturning circulation si indebolirà ulteriormente se il riscaldamento globale non si fermerà, con una riduzione che passerebbe da circa il 34% al 45% già entro la fine di questo secolo. E questo potrebbe portarci vicino a un tipping point, ossia quel livello oltre il quale il cambiamento diviene inarrestabile e incontrollabile. Letteralmente, un punto di non ritorno.

UN EQUILIBRIO DELICATO – L’Amoc è uno dei più grandi sistemi di circolazione oceanica del mondo, alla base della Corrente del Golfo che trasporta, in superficie, l’acqua calda del Golfo del Messico verso il nord Atlantico. Man mano che sale verso il circolo polare artico, cedendo calore all’atmosfera, l’acqua diventa più fredda ma, evaporando, anche più salata e densa. Arrivata in prossimità della Groenlandia, è abbastanza pesante da affondare e riprendere il suo viaggio di ritorno verso i tropici, lasciando un vuoto che attira altra acqua calda.

Quand’è che questa specie di nastro trasportatore può rallentare o fermarsi? Quando nel Nord Atlantico affluisce troppa acqua dolce che fa diminuire il livello di salinità delle acque superficiali provenienti da sud, non permettendo loro di essere abbastanza dense da affondare. Ecco perché uno dei principali motivi indicati è lo scioglimento dei ghiacciai con grandi volumi di acqua fredda (e soprattutto dolce) negli oceani, che altera il meccanismo di affondamento.

Ma i ghiacciai non sono l’unica fonte di acqua dolce. Lo sono anche le precipitazioni molto più frequenti nell’America del Nord, mentre l’aumento delle temperature degli oceani fa il resto nel modificare quel delicato equilibrio di circolazione termoalina che è alla base dell’Amoc e che regala un clima più mite in diversi Paesi europei come Portogallo, Spagna, Francia, Irlanda, Regno Unito, rappresentando la principale ragione per cui la Scandinavia non si ghiaccia.

A CHE PUNTO SIAMO – Gli scienziati hanno ricostruito la cronologia del flusso della corrente oceanica attraverso lo studio di carote di ghiaccio, sedimenti oceanici e altri elementi. Intervistato dal Guardian, Stefan Rahmstorf dell’Istituto di Potsdam ha detto che la circolazione atlantica era già rallentata di circa il 15%, tanto che gli effetti erano già osservabili e che “tra 20 o 30 anni è probabile che si indebolisca ulteriormente e questo influenzerà inevitabilmente il nostro tempo”.

Secondo il nuovo studio, inoltre, se nelle previsioni finora elaborate un possibile punto di non ritorno sarebbe potuto avvenire solo tra diversi decenni, “le continue elevate emissioni di gas serra” avrebbero avvicinato quella possibilità. “Rischiamo di innescare un punto di non ritorno – ha detto Rahmstorf – in questo secolo”. Gli effetti si vedrebbero entro il prossimo secolo: “Le conseguenze sarebbero così enormi (anche sugli ecosistemi marini, ndr), che anche una probabilità del 10% di innescare questa rottura sarebbe un rischio inaccettabile”.

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Il diritto alle informazioni sullo stato ambientale è una legge europea. Ma molti se ne dimenticano

Le informazioni sullo stato dell’ambiente in cui viviamo non possono essere tenute segrete ma, di regola, devono subito essere fornite a chiunque ne faccia richiesta senza trincerarsi dietro giustificazioni burocratiche e “segreti interni”.

Questo semplice principio di civiltà è valido in tutta l’Unione europea sin dal 2003 (direttiva n. 4) il cui articolo 3 dispone che “gli Stati membri provvedono affinché le autorità pubbliche siano tenute, ai sensi delle disposizioni della presente direttiva, a rendere disponibile l’informazione ambientale detenuta da essi o per loro conto a chiunque ne faccia richiesta, senza che il richiedente debba dichiarare il proprio interesse”.

Eppure ancora oggi, nonostante la legge sia chiarissima, molte pubbliche amministrazioni se ne dimenticano rifiutandosi, spesso, anche di rispondere ai cittadini che chiedono informazioni. E non solo in Italia. Tanto è vero che più volte la questione è stata portata dinanzi alla Corte europea di giustizia la quale, ovviamente, ha sempre ribadito che la legge va applicata senza inventarsi scuse.

L’ultimo caso riguarda la Germania per il diniego di accesso a taluni documenti del Ministero di Stato del Land Baden-Württemberg relativi all’abbattimento di alberi nel parco del castello di Stoccarda, per la realizzazione del progetto di costruzione di infrastrutture e sviluppo urbano “Stuttgart 21”.

In questa occasione, la Corte europea, con una sentenza appena pubblicata (Corte di Giustizia, prima Sezione, 20 gennaio 2021 causa C‑619/19) ha ribadito alcuni principi importanti che vale la pena di sottolineare:

1) Il diritto alle informazioni significa che la divulgazione delle informazioni dovrebbe essere la regola generale e che le autorità pubbliche dovrebbero essere autorizzate ad opporre un rifiuto ad una richiesta di informazioni ambientali solo in taluni casi specifici chiaramente definiti. “Le eccezioni al diritto di accesso dovrebbero essere dunque interpretate restrittivamente in modo da ponderare l’interesse pubblico tutelato dalla divulgazione con l’interesse tutelato dal rifiuto di divulgare”.

2) La direttiva 2003/4 mira a garantire che ogni richiedente, abbia un diritto di accesso alle informazioni ambientali detenute dalle autorità pubbliche o per conto di queste ultime senza che sia obbligato a far valere un interesse. E quindi l’autorità investita di una domanda di accesso non può esigere che tale richiedente le esponga un interesse particolare che giustifichi la divulgazione dell’informazione ambientale richiesta.

3) Tra i motivi che possono deporre a favore della divulgazione e di cui un’autorità deve comunque tener conto nella ponderazione degli interessi in gioco, figurano una maggior sensibilizzazione alle questioni ambientali, il libero scambio di opinioni, una più efficace partecipazione del pubblico al processo decisionale in materia ambientale e il miglioramento dell’ambiente.

4) Il rispetto di tutti gli obblighi che incombono alle autorità pubbliche in sede di esame di una domanda di accesso alle informazioni ambientali, tra cui, in particolare, la ponderazione degli interessi in gioco, deve essere verificabile per l’interessato e poter essere oggetto di un controllo nell’ambito dei procedimenti di ricorso amministrativo e giurisdizionale previsti a livello nazionale. Pertanto l’autorità pubblica che adotta una decisione di diniego di accesso a informazioni ambientali deve esporre le ragioni per cui ritiene che la divulgazione di siffatte informazioni potrebbe recare concretamente ed effettivamente pregiudizio all’interesse tutelato dalle eccezioni invocate, tenendo ben presente che “il rischio di un siffatto pregiudizio dev’essere ragionevolmente prevedibile e non puramente ipotetico”.

5) L’obbligo di fornire le informazioni riguarda anche le comunicazioni interne nell’ambito di una amministrazione, per le quali il segreto è ammissibile solo nel periodo in cui la tutela è giustificata con riguardo al contenuto di una siffatta comunicazione al fine di consentire uno spazio protetto per proseguire un lavoro di riflessione e condurre dibattiti interni. E, in ogni caso, trattasi di eccezione da valutare in senso restrittivo, per cui può esservi anche una immediata divulgazione parziale.

In questo quadro chiarissimo, vale solo la pena di aggiungere che sin dal 2016 il nostro Consiglio di Stato ha precisato che la generale disciplina in tema di accesso alle informazioni ambientali riguarda tutti gli atti di una procedura amministrativa e non solo le determinazioni conclusive; e, infine, che, ovviamente, resta tuttavia valida la eccezione che riguarda le informazioni e risultanze acquisite nell’ambito di un procedimento penale che sono coperte dal segreto istruttorio. E, tuttavia, va anche ricordato che, non appena viene meno questo segreto, viene meno anche questa eccezione.

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Gli Usa rientrano nell’Accordo di Parigi, ma non solo: tutte le sfide e le promesse di Biden per cancellare la politica di Trump sul clima

Gli Stati Uniti rientrano negli Accordi di Parigi, è ufficiale. E non è l’unico provvedimento che riguarda il clima preso dal neo presidente Joe Biden che, per la prima volta nello studio ovale, ha firmato una quindicina di ordini esecutivi, 13 ordini e due azioni. Oltre ad aver inviato una lettera alle Nazioni Unite, avviando formalmente l’iter per far rientrare gli Usa nell’Accordo entro 30 giorni, Biden ha anche revocato il permesso di costruzione per l’oleodotto Keystone XL, i cui lavori sarebbero dovuti partire la scorsa estate. Quasi 2mila chilometri per trasportare 830mila barili di bitume al giorno dal Canada occidentale fino in Nebraska, dove si sarebbe dovuto collegare al tratto già operativo che arriva fino alle raffinerie del Texas. Ad aprile 2020, però, un giudice ha annullato il permesso per i lavori in Montana, tratto fondamentale per la realizzazione di tutto il progetto, che non aveva tenuto conto dei rischi per le specie protette. Ma Biden ha anche dato disposizioni alle agenzie federali, perché inizi un processo di ripristino delle normative ambientali.

LE NUOVE SFIDE – Insomma, il percorso inverso rispetto a quello fatto da Donald Trump: appena pochi minuti dopo il suo giuramento dal sito internet della Casa Bianca erano sparite le pagine dedicate al cambiamento climatico e alle politiche di Barack Obama e, al loro posto, era comparsa la sezione An American First Energy Plan nella quale veniva ribadita la posizione della nuova amministrazione. Una posizione che si è concretizzata in decine e decine di provvedimenti, alcuni presi anche a ridosso e poco dopo il voto. Si potrà tornare indietro? E, soprattutto, con la sua nuova squadra Biden vorrà (e potrà) davvero smantellare tutto ciò che ha fatto Trump sul fronte ambientale? Il rientro negli Accordi di Parigi è una prima risposta, ma negli ultimi quattro anni sono cambiate molte cose. E ora sono cambiati l’Europa stessa, le relazioni internazionali, la credibilità degli Stati Uniti sul fronte delle politiche climatiche (tutta da ricostruire) e, causa pandemia, le priorità globali.

IL RIENTRO E IL RECUPERO DEI RITARDI – Tra i primi commenti quello del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. “Accolgo con grande favore i passi del presidente Biden per rientrare nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici – ha detto – e unirsi alla crescente coalizione di governi, città, stati, imprese e persone che intraprendono azioni ambiziose per affrontare la crisi climatica”. Ora gli Stati Uniti hanno 30 giorni di tempo per presentare Contributi Nazionali Determinati (Nationally Determined Contributions, NDC), ossia gli obiettivi climatici che si sono dati in maniera autonoma gli Stati aderenti al patto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio e mantenere la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi Celsius. Entro quel termine, le promesse e i propositi illustrati da Biden in campagna elettorale verranno messi nero su bianco. Se durante il mandato di Obama, sottoscrivendo l’Accordo del 2015, gli Usa si erano impegnati a ridurre entro il 2025 una quota di emissioni pari al 28% rispetto ai livelli del 2005, oggi sono molto lontani da quell’obiettivo: restano responsabili del 14% delle emissioni globali (circa il doppio dell’Europa), secondi dopo la Cina. In campagna elettorale Biden ha annunciato un piano di 2mila miliardi di dollari per incentivare l’energia pulita, costruire 500mila stazioni di ricarica per i veicoli elettrici e nuove case ad alta efficienza energetica. L’obiettivo è quello di raggiungere la carbon neutrality entro il 2050.

IL CAMBIO DI ROTTA E I POSSIBILI OSTACOLI – Biden aveva già annunciato una serie di misure nei primi cento giorni di mandato. E il lavoro non manca, dato che ci sono circa cento regolamenti ambientali da modificare: si va dalle emissioni delle auto all’efficienza energetica degli edifici. Molti di essi vanno semplicemente riportati a come erano prima che Trump vi mettesse mano ma, comunque, dovranno superare l’approvazione di un Congresso molto diverso (e più diviso) rispetto a quello dell’era Obama. Per non parlare dell’ostacolo rappresentato dalle lobby delle industrie e delle fonti fossili che con Trump hanno sempre mantenuto un rapporto di reciproco sostegno. E poi ci sono le relazioni internazionali che negli ultimi quattro anni si sono modificate anche (ma non solo) a causa della politica aggressiva di Trump. E c’è quell’asse Europa-Cina, che oggi gli Usa non possono spezzare. Lo sa bene Biden, che pure ha manifestato la sua contrarietà alla ratifica dell’accordo economico tra Pechino e una Unione Europea impegnata a mantenere un equilibrio. L’altro nodo è quello legato al gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2. Già Trump aveva rimproverato a diversi Paesi Ue la loro dipendenza dal gas russo e varato misure restrittive per colpire le aziende che collaboravano con l’azienda energetica russa Gazprom, parzialmente controllata dallo Stato. A dicembre 2019 una prima tornata di sanzioni aveva fatto desistere la società svizzera impegnata nella posa dei tubi, provocando la sospensione dei lavori per oltre un anno. Proprio in queste ore Anthony Blinken, nominato da Biden segretario di Stato, ha confermato il suo impegno per bloccare il completamento dell’opera ed è prevista a febbraio un’altra stretta che potrebbe colpire diverse società europee. Commentando il rientro degli Usa negli Accordi di Parigi, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di una “nuova alba negli Stati Uniti”, un momento “che abbiamo atteso a lungo, L’Europa è pronta per un nuovo inizio”. Bisognerà capire se il figliol prodigo sta davvero tornando.

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Pesca con esplosivi, per la Cassazione è disastro ambientale. E le trivellazioni con airgun?

Chi pesca di frodo con ordigni esplosivi commette il delitto di disastro ambientale, rischiando così la reclusione da 5 a 15 anni, perché distrugge in modo indiscriminato la fauna e l’habitat, alterando l’ecosistema e l’equilibrio tra le specie marine. Lo ha stabilito, di recente, la Cassazione (sez. 1, n. 17646 del 9 giugno 2020) per un caso gravissimo accertato nel mare di Taranto dove la difesa richiedeva si applicasse solo la contravvenzione per pesca vietata.

La suprema Corte, invece, ha ritenuto esattamente il contrario sulla base di una consulenza effettuata dall’Istituto per l’ambiente marino e costiero proprio sul tratto di mare tarantino, da cui emergeva con certezza che le esplosioni avevano provocato danni, diretti e indiretti, all’habitat marino e all’ittiofauna, evidenziando, tra l’altro, che le esplosioni subacquee producono un’onda di pressione che genera danno ai pesci con vescica natatoria, oltre che a uova e larve.

Insomma un vero e proprio disastro ambientale irreversibile. Così come del resto aveva ritenuto a carico di chi, sempre nel mare di Taranto, aveva distrutto, con la pesca intensiva, la specie delle oloturie (i “cavoli di mare”) e di chi aveva asportato abusivamente coralli da un’area protetta (me ne sono già occupato su questo blog). Tanto più che, anche a causa di questi metodi illegali di pesca, oltre che, ovviamente, del crescente inquinamento, il nostro patrimonio ittico è sempre più scarso.

Meno male, quindi, che dal 2015 abbiamo una legge ecoreati che, pur se con diversi difetti, punisce finalmente i delitti contro l’ambiente come il disastro ambientale. Ma in proposito è interessante notare che, nella battaglia per l’approvazione di questa legge (avvenuta, poi, praticamente all’unanimità) si ritenne opportuno togliere dal testo una disposizione sacrosanta che vietava l’uso dell’airgun nelle trivellazioni petrolifere.

Ne ho già scritto ma, per chi non se lo ricorda, l’airgun è considerato dall’Ispra (il nostro massimo organo di controllo scientifico governativo in campo ambientale) la “dinamite del nuovo millennio”, in quanto si tratta di “cannoni” che vengono riempiti con aria compressa e poi svuotati di colpo producendo così delle grosse bolle d’aria subacquee che, quando implodono, producono suoni di fortissima intensità e bassissima frequenza; con grave pericolo per tutta l’ittiofauna, soprattutto per le specie a rischio. E sempre l’Ispra nel dicembre 2019 ha ribadito che “nel complesso studi e osservazioni mostrano la potenzialità che taluni effetti minaccino detti equilibri ecosistemici, s’impone pertanto un approccio cautelativo e precauzionale…”.

Eppure, nonostante alcune cautele introdotte nel 2019, l’airgun è sempre lì ed è sempre il metodo preferito per le indagini sulle trivellazioni. Certo, non è la stessa cosa, ma si tratta, come nel caso della pesca con esplosivi, sempre di fortissime esplosioni atte a provocare gravi alterazioni dell’habitat e degli ecosistemi marini.

E allora, se pure non si riesce a vietare le trivellazioni, non sarebbe il caso, sulla scia di questa sentenza della Cassazione, di riprendere questa battaglia e di prevenire ulteriori disastri ambientali, vietando finalmente, una volta per tutte, di distruggere il mare con i cannoni dell’airgun?

Se qualcuno non ricorda, ecco quale era ed è l’articolo da inserire nel codice penale: “Chiunque, per le attività di ricerca e di ispezione dei fondali marini finalizzate alla coltivazione di idrocarburi, utilizza la tecnica dell’airgun o altre tecniche esplosive, è punito con la reclusione da uno a tre anni”.

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Cambia la tua alimentazione per cambiare il mondo: questo mese prova Veganuary

Il 2020 è stato un anno difficile sotto molti punti di vista, incluso quello ambientale. L’anno si è aperto con gli incendi che hanno devastato l’Australia e ucciso almeno tre miliardi di animali. La pandemia di coronavirus ancora in corso ha avuto un impatto pesantissimo sulla nostra economia e sulla nostra salute mentale. In estate è stato il turno degli incendi negli Stati Uniti. Lo stesso è accaduto in Siberia e in Brasile, e quello del 2020 è stato il novembre più caldo di sempre.

A fine ottobre, il Parlamento Europeo è stato chiamato a votare per la riforma della Politica Agricola Comune, deludendo le aspettative di chi contava di vedere finalmente realizzata una riconversione ecologica dell’agricoltura europea. Lo stesso Parlamento che ha deciso di accogliere l’emendamento che chiedeva di vietare l’uso di denominazioni considerate proprie dei prodotti lattiero-caseari, come ad esempio la parola “cremoso”, nelle comunicazioni commerciali destinate agli alimenti di origine vegetale.

Allo stesso tempo però quest’anno ha segnato un importante momento storico per tutto il settore vegan: nonostante l’incertezza causata dalla pandemia, la domanda dei consumatori, l’interesse degli investitori e le attività per lo sviluppo di nuovi prodotti a base vegetale hanno registrato una crescita eccezionale. Mentre l’industria della carne si confrontava con una crisi profonda dovuta ai contagi in molte strutture e alle chiusure di macelli e allevamenti, il settore plant-based ha stretto accordi, ricevuto investimenti, lanciato nuovi prodotti e aperto nuovi impianti.

Veganuary torna con la sua seconda edizione

Secondo il rapporto Eurispes del 2020, in Italia i vegani e i vegetariani sono l’8,9% della popolazione, un numero in continua crescita nonostante i pregiudizi e i falsi miti attorno a questo tipo di alimentazione. Assieme a questi numeri, cresce anche quello di chi vuole provare un’alimentazione a base vegetale per un mese grazie a Veganuary, l’iniziativa veg più grande al mondo. Veganuary, nome nato dalla fusione di “Vegan” e “January”, è nata nel 2014 in Regno Unito e da allora ha coinvolto più di un milione di persone in 192 Paesi.

A gennaio 2021, così come nel 2020, Essere Animali sarà partner ufficiale dell’iniziativa in Italia. Chi si iscrive dal sito www.veganuary.it riceve quotidianamente un’e-mail di supporto con consigli pratici su come fare la spesa, sostituire prodotti animali oppure ricette e informazioni nutrizionali. I partecipanti potranno avvalersi dei suggerimenti della dottoressa Silvia Goggi, medico nutrizionista esperta in alimentazione vegetale, che sarà a disposizione durante gli eventi online organizzati da Essere Animali.

A livello globale, gli sponsor ufficiali di Veganuary includeranno VioLife, Beyond Meat e Cauldron. L’edizione italiana vedrà invece il coinvolgimento di brand e ristoranti come Lush, Capatoast, America Graffiti, Alpro, Verys, Mozzarisella, Food Evolution, Vitariz, Primavena, Aveda e Pangea Foods. I brand parteciperanno con creazioni social, coinvolgendo gli influencers oppure con l’attivazione di offerte: Capatoast e America Graffiti, ad esempio, proporranno in offerta i loro menu vegani per l’intero mese di gennaio.

Molti vip hanno poi deciso di diventare ambasciatori ufficiali dell’iniziativa: l’attore Joaquin Phoenix, l’ex dei Beatles Paul McCartney, l’attore e comico Ricky Gervais, la top model Lily Cole, le attrici Evanna Lynch e Alicia Silverstone, solo per citarne alcuni.

Nel 2019 l’Italia si è posizionata al terzo posto in Europa come numero di partecipanti, dietro a Regno Unito e Germania, e Milano al sesto posto come città con più iscritti al mondo. I dati degli scorsi anni suggeriscono che la maggior parte dei partecipanti a Veganuary, finito il mese di gennaio, continua con questa alimentazione. Le alternative vegane infatti non mancano e sono sempre più diffuse.

Allora, perché non provare? Hai voglia di mangiare più vegetale, ma non sai da dove iniziare? Iscriviti anche tu a Veganuary e unisciti alle migliaia di persone in tutta Italia che hanno scelto di provare 31 giorni di ricette deliziose, consigli utili e menu settimanali facilissimi.

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Recovery plan, se tornano le trivelle vuol dire che qualcosa potrebbe andare storto

Lo stesso Giuseppe Conte ha detto che se falliamo sul Recovery Fund il governo deve andare a casa con ignominia. Beh, siamo al bivio: se il governo è quello che permette di nuovo le trivellazioni in mare il segno è quello del ritorno allo sciagurato “Sblocca Italia” di Matteo Renzi.

Ripetiamo: i 210 miliardi per l’Italia legati al Recovery Fund dell’Ue sono vincolati in gran parte al Green New Deal e in linea con il Just Transition Fund (JTF) e con il Cohesion Fund (CF) non potranno prevedere né finanziamenti agli inceneritori, né alla produzione di carburanti (come previsto, invece, dal PNRR del governo) da rifiuti e plastiche in omaggio ai progetti Eni come quello di Livorno-Stagno.

Per quanto ci riguarda abbiamo addirittura lanciato un monito politico di fronte a questa unica opportunità di riconversione ecologica promuovendo il movimento politico “Terra-Terra per la Rivoluzione Ecologica” che se le forze politiche esistenti non saranno in grado di comportarsi coerentemente con la sfida della priorità ambientale è pronto a scendere anche in politica elettorale per non permettere che i soldi finiscano nelle mani delle multinazionali del petrolio, del gas e dell’industria sporca. Staremo a vedere pronti a scattare.

Intanto cominciamo a mettere nero su bianco le proposte concordate da Terra-Terra con Zero Waste Italy relative ai progetti da finanziare con il “Next Generation Plan” e riferite all’applicazione dei 10 passi Rifiuti Zero:

1- Passare in tutta Italia con particolare riferimento a tutto il Mezzogiorno ai sistemi di raccolta porta a porta. Non solo per traguardare livelli di raccolta differenziata superiori al 70 per cento ma anche per garantire materie prime-seconde pulite ai comparti economici quali l’agricoltura (con il compost dalla raccolta di flussi puliti di Forsu) e l’industria manifatturiera nell’epoca della “Raw Material Scarcity” (la scarsità delle materie prime). Questo sistema di raccolta dimostra livelli occupazionali altissimi pari ad almeno un nuovo addetto ogni 1200 abitanti serviti. Stiamo parlando di circa 25.000 nuovi posti di lavoro;

2- A questo passaggio si collega poi la progettazione di almeno una piattaforma regionale per il recupero dei RAEE (rifiuti elettrici ed elettronici) ma il provvedimento dovrebbe essere esteso anche ai rifiuti speciali elettromedicali ed in particolare dei metalli preziosi e rari da essi contenuti che al momento non vengono recuperati in modo significativo. Trattasi non solo di oro, argento, rame, alluminio (basti pensare che una lavatrice contiene almeno mezzo kilo di rame e di alluminio al momento scartati) ma anche delle famigerate terre rare (817 elementi della tavola chimica) alla base della guerra commerciale Usa- Cina che detiene il 90% della commercializzazione di questi preziosi elementi posti anche in Occidente alla base della Rivoluzione industriale 4.0;

3- Messa a sistema dell’insieme di esperienze della riparazione-riuso che già oggi, senza alcun aiuto pubblico, rappresentano un indotto di 90.000 addetti che potrebbe triplicare anche attraverso interventi integrati con la digitalizzazione inclusi nel Recovery Plan. Solo Zero Waste Italy ha censito almeno 60 imprese del genere;

4- Riconversione degli attuali obsoleti impianti di trattamento meccanico-biologico finalizzati quasi sempre a produrre combustibile solido secondario in “impianti ponte” denominati “fabbriche dei materiali” in grado di recuperare ancora materiali minimizzando ulteriormente gli smaltimenti da conferire in discarica. Ciò, addirittura in anticipo rispetto alle direttive europee permetterebbe di raggiungere gli obiettivi di conferimento in discarica stabiliti a meno del 10 per cento ben prima del 2035 e senza ricorrere agli inceneritori.

Questi progetti a loro volta hanno bisogno di “riforme strutturali” (a costo zero) in realtà almeno sulla carta molto semplici ed in mano ai ministeri relativi agli acquisti verdi per favorire un mercato protetto a manufatti da materiali riciclati e comunque di seconda vita o alternativi alle plastiche che senza la “mano pubblica” rischiano di rimanere marginali.

In merito dovrebbero essere intensificati e accelerati i CAM (Criteri Minimi Acquisti), l’applicazione dell’ “end of waste” per materiali come ad esempio gli scarti verdi che se raccolti in raccolta differenziata ed inviati a comprovato compostaggio non si capisce perché non possano essere sottratti alla nozione di rifiuto ed inclusi in quella di materia prima. Inoltre, finalmente occorre attuare quel tristemente mitico decreto attuativo (mai arrivato e che sarebbe dovuto arrivare dopo i 6 mesi dall’approvazione del DLGS 152 del 2006) che normi le modalità della preparazione per il riutilizzo per permettere a prodotti conferiti nelle isole e/o stazioni ecologiche di essere riparati e commercializzati come nuovi prodotti. Infine, questo sì, starebbe al Parlamento approvare una normativa che consenta significativi sconti fiscali o crediti d’imposta per chi certifica operazioni di riparazione di beni e prodotti sull’esempio di una già funzionante normativa svedese.

Tutto questo è senza ombra di dubbio nel solco della Economia Circolare riconfermate dalla UE quale asse per gli investimenti per il Recovery Plan.

Su questi punti e non solo vogliamo essere consultati vantando già sinergie pubbliche e private (con i 311 comuni Rifiuti Zero e con aziende e distretti del settore).

Non si ignori questa disponibilità!

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Dai fichi bifari al melo cannamele: in Sicilia un vivaio custodisce 180 antichi alberi da frutto

Sorbo a piridda, piru zuccarino, mele cannamele, mele gelato cola, albicocca schiddatara, fichi bifari, pruna rapparini. Sembrano nomi di fantasia e invece sono solo alcuni tipi di frutti antichi siciliani che fanno parte di un catalogo molto particolare: quello del vivaio della cooperativa Petralia sulle Madonie in Sicilia. A mettere insieme ben 180 varietà di antichi alberi da frutto (ma il numero è sempre in crescita) sono quattro agronomi, che da dieci anni raccolgono sull’isola piante, spesso a rischio di estinzione. Petraviva nasce nel 2010 grazie ad un progetto dell’Ente Parco Madonie finanziato del ministero dell’Ambiente già negli anni ’90. All’epoca gli agronomi della coop erano otto: decisero di produrre piante forestali da utilizzare per la divulgazione scientifica e avviarono la loro cooperativa. “Allora non avevamo ancora le idee chiare, l’idea del vivaio è nata nel 2014”, racconta Gaetano La Placa, uno dei fondatori della cooperativa.

Il primo passo verso il vivaismo è stato l’incontro con il direttore dell’Orto Botanico di Palermo, che regala loro le prime varietà di frutti antichi siciliani raccolti grazie ad una ricerca durata tre anni. “Così ci venne in mente – spiega La Placa – di realizzare un campo da collezione di tutte queste piante nelle Madonie”. Nel 2013 in cooperativa rimangono in quattro: La Placa, Vittorio Li Puma, Vincenzo David e Damiano Cerami. “Ad un certo punto qualcuno ci fece riflettere su una cosa: senza una gemma di una pianta rara, tipo per esempio il Melo Cannamele, e qualcuno in grado di innestarlo quella pianta si sarebbe comunque estinta anche se i semi venivano conservati”. Così nel 2014 arriva la decisione di creare il vivaio e si avviano le pratiche per le varie autorizzazioni. Oggi sono 180 le varietà di piante: pero, mandorlo, ciliegio, pesco, melo e susino raccolte in lungo e in largo per la Sicilia. I soci della coop sono diventati i custodi di un patrimonio di frutti antichi e tradizionali della Sicilia: alcune sono rari e preziosi.

Un lavoro che è anche antropologico e di ricerca: negli anni i componenti della coop hanno parlato con tantissimi anziani contadini per raccogliere la storia di una serie di frutti a rischio estinzione. “Morto l’anziano agricoltore, muore la pianta e muore un pezzo del patrimonio culturale di biodiversità“, spiega La Placa. “Una volta ad esempio cercavamo una varietà di susino, chiamato Coscia di Monaca visto nei libri di botanica – racconta l’agronomo – ma nessuno la conosceva; individuammo un anziano di 85 anni, era cieco ma però ricordava perfettamente il luogo dove era possibile trovare la pianta, e così fu. L’abbiamo riprodotta e adesso la conserviamo. Un’altra volta ci chiamarono da Pollina perché c’era l’ultimo esemplare di pero cannatieddo che aveva 250 anni. Un esemplare bellissimo, anche in quel caso lo abbiamo riprodotto. Qualche giorno fa abbiamo scoperto che quell’albero è morto e senza il nostro intervento si sarebbe persa per sempre quella varietà”.

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L’esperimento dell’isola-carcere di Gorgona diventa un calendario: detenuti e animali sfuggiti alla macellazione vivono in sinergia

È l’ultima isola-carcere italiana, per venti anni  teatro di un’esperienza unica, in cui il percorso rieducativo dei detenuti si è intrecciato alla sorte degli animali sfuggiti alla macellazione. Si tratta dell’isola di Gorgona, nell’arcipelago toscano. Interrotto tra il 2015 e il 2019, quando le attività di riproduzione e di macellazione degli animali sono riprese, il progetto “Gorgona, isola dei diritti umani e animali” è rinato nel 2020, con la firma di un protocollo di intesa tra Lav (Lega anti vivisezione), il Comune di Livorno e la casa circondariale. Ora il progetto realizzato diventa un calendario, in edizione limitata, con il patrocinio del ministero della Giustizia.

“Il progetto ha intrapreso nuovamente la giusta rotta, è un sogno che si sta avverando”, ha dichiarato Gianluca Felicetti, presidente Lav. “Il rapporto con gli altri animali può cambiarci in meglio e fare del bene a tutta la società. Basta scorrere le bellissime immagini di questo calendario per rendersene conto”, ha detto Felicetti. Il progetto di Gorgona ha l’obiettivo di restituire un senso ‘etico’ alla pena. ” In quest’ottica si è sviluppato il rapporto con Lav – spiega Carlo Mazzerbo, direttore del carcere dell’isola – Ha portato alla chiusura del macello presente sull’isola e ad affrontare una riflessione sul rapporto uomo-animale. In più, l’azione violenta viene sostituita con la cultura dell’accoglienza e del rispetto dei diritti”. Il tutto in ottica di valorizzare e recuperare le potenzialità di ogni essere umano, che resta la finalità principale della pena.












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Clima, Conte: ‘Italia pronta a donare 30 milioni di euro a Paesi vulnerabili’. Guterres: ‘Nazioni dichiarino stato emergenza climatica’

Nel giorno in cui il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché dichiari “lo stato di emergenza” per i cambiamenti climatici, il governo italiano ha confermato il suo impegno ad arrivare a nuovi accordi che puntino a invertire la rotta. Lo ha detto lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al Climate Ambition Summit 2020: “Come presidente del G20 e partner della Gran Bretagna per la Cop26, l’Italia è impegnata a dare un contributo importante allo sforzo comune” di sviluppare “accordi ambiziosi e lungimiranti” nel quadro delle conferenze di Rio su clima, biodiversità e desertificazione, ha detto il premier. E il primo passo sarà l’impegno a “donare 30 milioni di euro” all’Adaptation fund delle Nazioni Unite per aiutare i Paesi “più vulnerabili”: “L’impatto della pandemia sui nostri sistemi economici e sociali non dovrebbe diminuire la nostra determinazione”, ha detto.

Proprio oggi Guterres, intervenuto al summit di Londra per il rilancio degli accordi di Parigi, era tornato a fare pressione sulla comunità internazionale riguardo all’esigenza di un cambio di marcia in materia di salvaguardia dell’ambiente, arrivando a chiedere la dichiarazione di “stato d’emergenza” e ribadendo la necessità di sforzi importanti per raggiungere l’obiettivo di abbattere le emissioni del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010.

Il Segretario generale ha avvertito che gli attuali impegni delle Nazioni sono “tutt’altro che sufficienti” per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi: “Se non cambiamo rotta, potremmo essere diretti a un aumento catastrofico della temperatura di oltre 3 gradi in questo secolo”, ha aggiunto. “Questo è il motivo per cui oggi invito tutti i leader mondiali a dichiarare lo stato di emergenza climatica nei loro Stati fino al raggiungimento della neutralità delle emissioni. I paesi del G20 stanno spendendo il 50% in più nei loro pacchetti di salvataggio su settori legati ai combustibili fossili che all’energia a basse emissioni di carbonio. Questo è inaccettabile. Non possiamo usare queste risorse per bloccare politiche che gravano sulle generazioni future con una montagna di debiti su un pianeta distrutto”.

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Trenord, arrivano i treni a idrogeno ma restano molti dubbi. Greenwashing incluso

Non è ancora chiaro quale strategia di sviluppo di nuove tecnologie e di trasporti sostenibili stia dietro all’annuncio del progetto di Ferrovie Nord (Fnm) e Trenord sulla linea Brescia-Iseo-Edolo, per una mobilità ferroviaria a idrogeno il cui primo step costerà 160 milioni di euro per l’acquisto di sei treni.

L’annuncio non sembra essere in sintonia con la consultazione pubblica sulle Linee guida per la Strategia nazionale sull’idrogeno, lanciata il mese scorso dal ministero dello Sviluppo Economico. Esse mirano a individuare i settori in cui si ritiene che questo vettore energetico possa diventare competitivo in tempi brevi, ma anche a verificare le aree d’intervento più conformi a sviluppare e implementare l’utilizzo dell’idrogeno. Durante un rapido periodo di consultazione pubblica, dal 24 novembre al 21 dicembre 2020, i soggetti interessati e gli stakeholders (quindi anche Fnm o il gruppo Fs) potranno inviare osservazioni o presentare proposte in merito alle Linee guida preliminari della Strategia, scrivendo al Mise.

Il ministero ha precisato che l’Italia è “tra i primi Paesi che credono nell’idrogeno come vettore energetico pulito del futuro, in grado di accelerare il processo di decarbonizzazione verso un modello di sviluppo ecosostenibile”. Ciò ha permesso ai ricercatori e alle aziende italiane di acquisire un vantaggio in termini di capacità e conoscenze sull’idrogeno, che oggi consente al nostro Paese di avere un ruolo centrale nella definizione dei piani europei di investimento previsti per lo sviluppo e l’implementazione della produzione e utilizzo dell’idrogeno.

La decisione di Fnm di acquistare treni all’idrogeno, già pronti, dai francesi di Alstom lascia in verità pochi spazi alla ricerca e alla tecnologia italiana, anche se il progetto dell’azienda di trasporto lombarda è solo alla fattibilità preliminare degli impianti di produzione dell’idrogeno necessari per attivare il servizio ferroviario. Il primo impianto di produzione, stoccaggio e distribuzione di idrogeno sarà realizzato da Fnm a Iseo tra il 2021 e il 2023.

Il piano di fattibilità è ancora in corso e prevede l’utilizzo iniziale di metano/biometano, trattenendo e stoccando la CO2 prodotta, per la produzione di “idrogeno blu”. Ci si aspettava una presentazione del progetto che valutasse anche tecnologie alternative, come l’elettrificazione, che invece non è arrivata. Con 50 milioni di euro si sarebbe potuto elettrificare la linea e, con altri 60 milioni, comprare dieci treni elettrici anch’essi non inquinanti, meno pesanti, più versatili e con consumi di energia nettamente inferiori.

Almeno per le manutenzioni e i costi energetici, un confronto su un periodo esteso di tempo sembrava davvero indispensabile. I costi ambientali di questi nuovi impianti devono essere quantificati in base ai più recenti parametri europei di monetizzazione. Eventuali differenze nell’esercizio, che dessero luogo a numeri diversi di treni scorta necessari (a causa della frequenza delle manutenzioni), dovrebbero essere tenute in conto. A mancare, infine, è un piano d’esercizio (che indichi orari e frequenze) capace, con i nuovi treni, di togliere la linea dall’ultima posizione tra le linee ferroviarie lombarde per numero di passeggeri trasportati.

L’obiettivo di Fnm è sostituire i 14 treni diesel, che attualmente operano sulla tratta, con altrettanti a idrogeno, e poi di realizzare degli impianti di produzione del gas in modo da avvicinare la produzione e l’utilizzo. Al momento è in corso la procedura di acquisto di sei elettrotreni alimentati a idrogeno, con l’opzione per la fornitura di altri otto. I primi convogli saranno consegnati entro il 2023. Nessuna tecnologia ferroviaria italiana verrà utilizzata: si spera che almeno la produzione avvenga nello stabilimento italiano di Alstom a Savigliano.

Si tratta di una vecchia commessa per la fornitura di treni elettrici che in corso d’opera (quindi senza gara e con il rischio di ricorsi da parte di altre aziende) è stata modificata ed estesa anche a treni ad idrogeno. Tre anni fa 16 treni iLint, gli stessi ordinati da Fnm, sono stati venduti alle ferrovie tedesche per 81 milioni di euro (5 milioni a treno). Una bella differenza con i 160 milioni (11,4 a treno) pagati dall’azienda lombarda. Questo è un aspetto che dovrà essere chiarito.

Dovrà anche essere chiarito perché Fnm sostiene che la flotta dei treni diesel da sostituire sulla Brescia-Iseo-Edolo risale agli anni ’90. In realtà la flotta è composta da 7 Stadler del 2011 e 4 treni Aln-668 degli anni ’80, pertanto è stata quasi completamente rinnovata da meno di dieci anni. Non solo: nel 2014 furono acquistati da Regione Lombardia e Provincia di Brescia (sempre senza gara) due convogli Pesa, al prezzo di 4 milioni ciascuno, che l’Ad di Ferrovie Nord, Giuseppe Biesuz, defini “un vero e proprio ‘miracolo’ per lo sveltimento delle procedure di acquisto”. Peccato che solo due anni dopo finissero rottamati per i troppi guasti e gli alti costi manutentivi.

Dopo aver speso circa 40 milioni per rinnovare quasi completamente la flotta diesel della Brescia-Iseo-Edolo, ora si passa all’acquisto dei treni ad idrogeno, su una linea dove l’energia idroelettrica (e quindi rinnovabile) abbonda e potrebbe essere utilizzata al posto di mettere in funzione una dispendiosa reazione corrente elettrica-idrogeno-corrente elettrica. Cosa serve, poi, un treno che raggiunge i 140 km/h su una linea dove per metà percorso si viaggia a 50 km/h, per un terzo a 70 km/h e per un altro terzo a 90 km/h? Un treno che porta fino a 300 viaggiatori quando sono solo 6 su 52 le corse giornaliere quelle che viaggiano a pieno riempimento? Inoltre, i treni Stadler usati attualmente possono portare sei biciclette, poche per un territorio con forti ambizioni turistiche. Quelli Alstom ad idrogeno ne possono alloggiare ancor meno, solo quattro.

Il progetto, nato all’inizio del 2020, che prevedeva anche altre ipotesi tecniche (ad esempio i treni a batteria), in pochi mesi ha subito una accelerazione più ‘politica’ che tecnica. I 21 comitati pendolari lombardi si sono chiesti se i treni all’idrogeno possono davvero diventare la soluzione dei loro gravi problemi. Si sono chiesti se questo strappo dal sapore propagandistico ed elettorale non serva invece a far uscire dall’angolo la regione Lombardia con un colpo d’immagine.

Lo stato di abbandono del trasporto ferroviario che provoca quotidiani e pesanti disagi ai pendolari avrebbe bisogno di una nuova gestione organizzativa (trasporti e sanità fanno a gara per inefficienza) e di investimenti mirati. A mancare, soprattutto, è però un piano d’esercizio (che indichi orari, frequenze e preveda una velocizzazione della linea) capace, con i nuovi treni, di togliere la linea dall’ultima posizione tra le linee ferroviarie lombarde per numero di passeggeri trasportati.

La corsa al treno pulito va bene, ma la strada non deve essere la più costosa e la meno efficiente. Diversamente l’impressione e quella di una mera operazione di greenwashing, cioè di un ecologismo di facciata, come la strategia di comunicazione di certe imprese, amministrazioni pubbliche o istituzioni politiche, per costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale.

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