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Il Covid ci ha aperto gli occhi sul clima? Ne parliamo a Bologna, ‘Mai sprecare una crisi’

Rahm Emmanuel, già Capo di Gabinetto del Presidente Usa Barack Obama, sosteneva che “non si dovrebbe sprecare una crisi” traendone le lezioni necessarie per non ripetere i medesimi errori. Con la crisi finanziaria mondiale del 2008, alla quale faceva riferimento Rahm Emmanuel, non ci siamo riusciti. Andrà diversamente con l’emergenza Covid? La paura che ha suscitato la pandemia ci ha aperto gli occhi sui pericoli del surriscaldamento globale? La capacità di adattamento dimostrata nell’accettare l’uso delle mascherine e il distanziamento sociale, la determinazione con cui si sono chiusi interi comparti produttivi nella fase acuta del contagio e del lockdown ci dicono che siamo pronti ad affrontare i cambiamenti imposti dalla transizione energetica zero-carbon in risposta all’emergenza climatica e ambientale? O la crisi economica e occupazionale post-chiusura spingerà a favore del ripristino dello status quo ante?

Se guardiamo ai risultati del sondaggio Ipsos su sostenibilità e ambiente – diffusi il 6 agosto scorso – si direbbe che la lezione a favore di una netta inversione di rotta è stata raccolta: il 72% degli italiani considera infatti il cambiamento climatico un problema più serio sul lungo periodo della pandemia Covid-19, e per oltre l’80% il governo Conte dovrebbe considerare il problema ambientale prioritario per il rilancio dell’economia.

Intorno alle lezioni da trarre dalla pandemia Covid 19 per affrontare l’emergenza climatica e alle misure indispensabili da prendere a livello della Regione Emilia-Romagna si dipanerà l’incontro pubblico “Mai sprecare una crisi. Dall’emergenza pandemica all’emergenza climatica” in programma il 9 ottobre (9.30 -13.00/ 14.00 – 17.00) nella Sala Multimediale dell’Assemblea legislativa in via Aldo Moro 50, Bologna (a questo link il programma e le modalità di iscrizione), che ho organizzato (e modererò) come contributo al percorso della Giunta regionale verso la definizione del nuovo Patto per il Lavoro e il Clima.

Le esperte e gli esperti che interverranno ci forniranno utili chiavi di lettura e informazioni sull’emergenza climatica a livello globale e regionale con l’obiettivo di individuare misure congrue in tema di mitigazione (ovvero riduzione delle emissioni climalteranti), adattamento al cambiamento climatico, anche al fine di cogliere le importanti opportunità dei fondi europei per avviare la transizione energetica dell’Emilia-Romagna.

Il nuovo target di riduzione del 55% di emissioni di CO2 al 2030 che la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha proposto, alza ulteriormente l’asticella della risposta da dare all’emergenza climatica. Una sfida che, associata ai fondi della Next Generation EU, offre enormi opportunità di accelerare la transizione energetica verso l’abbandono delle energie fossili, principali responsabili all’origine del surriscaldamento del pianeta.

Intervenendo ai recenti Colloqui di Dobbiaco (26-27 settembre), l’originale “pensatoio” a cui partecipano esperte/esperti di lingua italiana e tedesca, Stefano Caserini (Politecnico di Milano) ha sostenuto che “mentre l’emergenza corona virus è stata percepita, quella climatica non è ancora compresa nella sua drammaticità: entro il 2050 bisogna azzerare le emissioni di CO2 come stabilito a Parigi nel 2015, un compito immane per il quale abbiamo solo tre decenni a disposizione. La transizione è partita, ma prevale l’inerzia. Per questo – ha sottolineato – c’è bisogno di indirizzi politici coerenti e investimenti a tutti i livelli”.

Graeme Maxton, economista, già segretario generale del Club di Roma, si è concentrato sulla necessità di fare scelte radicali imposte dall’alto: “Il sistema economico oggi dominante si nutre del mito della crescita per ridurre le disuguaglianze che invece alimenta. E si alimenta di combustibili fossili: per questo non potrà mai curare il clima. Dobbiamo ridurre il Pil. L’epidemia ha mostrato che si possono chiudere le fabbriche e mettere i lavoratori in cassa integrazione. Colpendo l’economia, il virus ha svolto parte del nostro lavoro e può essere la porta verso il cambiamento”.

Meno apocalittico, Matthias Horx, direttore dell’Istituto per il Futuro di Vienna, ha delineato “la rivoluzione tecnologica che ci darà l’energia pulita di cui abbiamo bisogno, con impianti solari che sfruttano le radiazioni solari H24, impianti eolici senza pale, fino alle strade che ricaricano le auto elettriche, e alle opportunità dell’idrogeno”. Quanto alla pandemia, “ha fatto emergere la maggiore resilienza delle comunità solidali”.

Di resilienza ha parlato anche Enrico Giovannini, presidente di Asvis, l’Associazione italiana per lo sviluppo sostenibile, sottolineando la necessità che sia di tipo trasformativo, ossia non finalizzata a riportarci alla situazione di partenza. Con un altro punto fermo nel suo ragionamento: “Vanno difesi i lavoratori, non i posti di lavoro”. Condizione indispensabile, questa, per chiudere le produzioni inconciliabili con la transizione ecologica ed energetica, senza creare disoccupazione e disagio economico e sociale per chi sarà colpito dalla trasformazione.

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Ancora morti sulla strada. Ma cosa deve succedere per convincerci a non usare l’auto?

In un contesto mediatico che amplifica il malumore contro ciclabili, pedonalizzazioni e mobilità leggera (i temibili monopattini), dove i quotidiani nazionali fanno a gare a pubblicare lettere di cittadini e commercianti inferociti contro i centri chiusi alle auto, le auto continuano imperterrite a mietere vittime.

Venerdì è stata uccisa una donna in pieno centro a Monforte d’Alba (CN) e altre 5 ferite, a causa di un Suv a tutta velocità. Un omicidio stradale assurdo, pazzesco. Poco prima di arrivare sulla piazza l’uomo aveva insultato una commerciante che lo aveva invitato a rallentare. La banalità del male.

Tutti ora si stupiscono e piangono questa “tragedia”, ma c’è qualcosa che non va nel modo in cui la stampa narra la motorizzazione di questo paese.

Questi giorni ho iniziato per curiosità a guardare le pubblicità dei Suv.

Un mio amico mi aveva segnalato la pubblicità di uno spot radio, relativa ad un Suv sportivo, di cui si decantavano le doti, tra cui la facilità di parcheggio sul marciapiede. Minimo comun denominatore tra tutte le pubblicità trovate: si vanta la potenza, la velocità e si occhieggia alla trasgressione delle regole.

Auto di 2-3 tonnellate, che arrivano a 250 km orari, con un’accelerazione di 100 km orari in 4,5 secondi. Numeri che saltellano sullo schermo, attraggono, esaltano, invitano all’emulazione. E sotto i commenti: “meravigliosa, la voglio”, “spettacolo, voglio provarla”, “pensavo a qualcosa di più, aspetto il nuovo modello”…

Ma io chiedo: è lecito solleticare la voglia di pigiare al massimo l’acceleratore? Perché costruire auto così potenti e veloci se non possono andare così veloci? E non ditemi che alcuni modelli sono elettrici. Così veloci e pesanti, ammazzano lo stesso (e pure meglio, visto che sono silenziosi).

Auto sempre più ingombranti ed energivore.

Come dice Marco Pierfranceschi, “i Suv sono puro darwinismo sociale veicolato dal mercato. Chi sta dentro, blindato, ha più probabilità di sopravvivere di chi sta fuori esposto. È una cultura di tipo fascista confezionata sotto le mentite spoglie di gusto estetico, passione per le prestazioni e piacere della guida”.

Dobbiamo chiedere di rendere illegali le pubblicità di auto così come sono illegali quelle delle sigarette. In fondo, a che serve pubblicizzare un’auto?

Mi sento dire ogni giorno, da tutti, che le auto sono tremendamente necessarie e non possiamo vivere senza. Ma se davvero l’auto fosse così necessaria e bene di primaria importanza, non servirebbe la pubblicità a solleticarne il suo bisogno.

L’auto invece è la pubblicità più ricorrente.

So che non piace sentirselo dire, ma è così. L’auto non è un vero bisogno (solo in pochi casi lo è), è solo un bisogno indotto dalla pubblicità, una pubblicità tossica che ogni giorno di più ci invita a stra-fregarcene del bene comune, che ci invita a primeggiare, dominare.

Ma ci pare normale. Troviamo normale leggere sulla stessa pagina un articolo che racconta lo strazio di una madre che ha perso il figlio a 17 anni in un incidente d’auto, e subito sotto la pubblicità di un’auto col motto “guida per divertirti”.

Oggi storceremmo il naso se trovassimo la pubblicità delle sigarette, ma se siamo arrivati a vietare la pubblicità di alcol e tabacco, perché non vietare anche quella delle auto? Non dovrebbe essere legale costruire e pubblicizzare auto che possono arrivare al doppio del limite massimo consentito (130 km orari).

Bisognerebbe rendere obbligatorio, prima possibile, in tutta Europa, l’Intelligent speed adaptation (ISA), un sistema che impone all’auto di non oltrepassare limiti presenti sulla strada percorsa. In una strada a 30 km orari, l’auto non può andare oltre, anche se pigi al massimo sull’acceleratore, l’auto non accelera. Un dispositivo già esistente, promosso dall’ETSC (European Transport Safety Council) e chiesto a gran voce dalle associazioni di vittime della strada (Fondazione “Luigi Guccione Onlus”, Rete “Vivinstrada” e Fondazione Michele Scarponi).

La decisione spetta all’Ue e speriamo che arrivi in fretta. Come è ovvio l’Isa è avversato dai costruttori di automobili.

Mi dicono spesso, “ma l’auto non è un’arma, l’auto è un mezzo di trasporto”. Certo, un mezzo potente, inquinante e veloce (tale e quale un’arma impropria) che va ridotto di numero e potenza, non pubblicizzato né incentivato. Eppure il nostro governo (così come tutti i precedenti), ha incentivato il popolo più motorizzato d’Europa, a motorizzarsi ulteriormente. I bonus auto sono andati letteralmente a ruba. Nonostante la crisi economica, gli italiani non vogliono rinunciare all’auto. Miracoli (anche) della pubblicità.

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Suini, proposto sistema di etichette che si basi sul metodo di allevamento: “Chiaro e preciso, per riconoscere che rispetta gli animali”

Una proposta di legge per un sistema volontario di etichettatura dei prodotti di origine animale e un altro sistema che si basa sul metodo di allevamento per il settore suinicolo. Entrambi sono stati lanciati da CIWF (Compassion In World Farming) Italia e Legambiente, in conferenza dalle proprie pagine Facebook, insieme alla deputata LeU Rossella Muroni, firmataria della pdl 2403. Per quanto riguarda la proposta delle associazioni, attraverso una chiara tabella sono stati delineati i quattro livelli che definiscono diversi potenziali di benessere negli allevamenti dei suini e che devono essere indicati chiaramente in etichetta. In questo modo la parola ‘biologico’, ad esempio, potrebbe significare qualcosa di concreto e tangibile: accesso all’aperto sempre disponibile, gestazione, parto e allattamento liberi, lettiera vegetale, ma anche certificazioni e svezzamento oltre i 40 giorni. Le due iniziative nascono, infatti, proprio dal bisogno di chiarezza riguardo alle informazioni veicolate sulle etichette. “Nonostante la crescente sensibilità dei cittadini in Italia manca una certificazione univoca e volontaria, ma garantita dal pubblico, sul benessere animale in zootecnia”, spiega la deputata che, raccogliendo l’appello di Legambiente e CIWF Italia, ha presentato il testo, firmato anche dai colleghi del Pd Stefania Pezzopane, Lucia Ciampi, Serse Soverini, Debora Serracchiani, del M5s Lorenzo Fioramonti, di Sinistra Italiana Erasmo Palazzotto, di LeU Federico Fornaro e del gruppo misto Alessandro Fusacchia.

LE ETICHETTE VAGHE E FUORVIANTI – “Le etichette sui prodotti di origine animale sono sempre più vaghe, spesso fuorvianti – spiegano le associazioni – confondendo così, invece che aiutare, i consumatori che sono alla ricerca di prodotti più rispettosi del benessere animale”. E penalizzano anche gli allevatori che si impegnano a fare meglio “perché non c’è modo per farsi riconoscere nella giungla dei claim ‘benessere animale’, ‘genuino’ e ‘naturale’”. Sono oltre 5mila gli allevatori di suini all’aperto e oltre 8mila gli allevatori che stanno investendo, in questi mesi, per un miglioramento del benessere dei suini nelle proprie stalle, come dimostra l’esperienza di Arnaldo Santi, responsabile marketing di Fumagalli Industria Alimentari, allevatore e produttore virtuoso, da anni è impegnato in un reale miglioramento delle condizioni dei suini nei suoi allevamenti. Allo stato attuale, però, nessuna norma nazionale riconosce valore al suo percorso.

LA PROPOSTA DI LEGGE – La proposta di legge prevede l’istituzione di un sistema nazionale univoco e volontario di etichettatura che, con una chiara grafica, tuteli i cittadini veicolando informazioni trasparenti. Se applicato, il sistema assicurerà che le attività zootecniche e di gestione della fase di allevamento siano esercitate in conformità a norme tecniche ben definite e specifiche. La verifica del rispetto delle norme tecniche verrebbe eseguita da organismi terzi accreditati. I prodotti agroalimentari conformi al sistema sarebbero riconoscibili da parte dei consumatori grazie a una specifica etichetta che indichi, in maniera chiara e trasparente i livelli di benessere disponibili per quella specie in ordine crescente, il metodo di allevamento per ciascun livello, il livello a cui appartiene il prodotto in questione e l’eventuale uso di gabbie in allevamento. Si prevede un’adesione volontaria al sistema e aperta a tutti gli operatori che si impegnano ad applicare la relativa disciplina e si sottopongono ai controlli previsti.

LA PROPOSTA DI ETICHETTATURA – L’etichettatura secondo il metodo di allevamento potrebbe rappresentare anche uno strumento a disposizione del governo per indirizzare i fondi verso allevamenti che hanno migliori caratteristiche di sostenibilità, producono prodotti con migliori qualità nutrizionali, hanno bisogno di un minore uso di antibiotici e possono, quindi, diventare la cifra del nostro Made in Italy all’estero. I criteri principali della tabella sono relativi a densità di allevamento, arricchimenti ambientali, uso delle gabbie, modalità di castrazione, svezzamento e accesso all’aperto. Si sottintende che acqua e cibo devono essere disponibili in quantità adeguata e in modo da limitare la competizione, che l’alimentazione deve essere equilibrata e in relazione alle caratteristiche specifiche degli animali al fine di evitare qualsiasi impatto negativo sul loro benessere. Per ciò che riguarda invece l’uso del farmaco, il trasporto e la macellazione devono essere rispettati almeno i criteri minimi di legge e le relative raccomandazioni del ministero della Salute.

UN NUOVO PERCORSO – “Si apre un percorso di trasparenza di cui il sistema alimentare italiano ha urgentemente bisogno – dichiara Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF Italia Onlus – perché questa etichettatura potrà fornire ai cittadini le informazioni necessarie per capire le vere condizioni di vita degli animali da cui derivano i prodotti che consumano”. Per Antonino Morabito, responsabile benessere animale di Legambiente, “l’esigenza di rafforzare gli impegni nell’approccio ‘One Health’ e l’attuale crisi causata dalla pandemia Covid-19 hanno reso evidente, anche ai più ciechi e sordi, quanto siano insostenibili molti dei modelli economici attuali e che la minaccia per salute e ambiente passi anche dall’allevamento intensivo. Oggi la politica deve mettere in campo tutti gli strumenti e i sostegni utili a facilitare e accelerare non solo la ripresa, ma soprattutto la conversione economica. L’Italia può e deve fare la propria parte e l’etichettatura volontaria secondo il metodo di allevamento è una opportunità”.

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Allevamento, oggi gli italiani consumano meno carne. Peccato aumentino gli animali macellati

Essere Animali ha pubblicato un report che prende in esame la quantità di animali allevati e macellati in Italia negli ultimi dieci anni, nel periodo 2010-2019. Il report, che raccoglie i dati più recenti in materia, mostra i cambiamenti avvenuti nel settore della zootecnia italiana e offre un’istantanea di come siano cambiate le abitudini alimentari nel nostro Paese.

Rispetto ai primi anni dieci del 2000, gli italiani sembrano consumare meno carne (-7%), con una preferenza per carne bianca e pesce considerate più salutari. Sono diminuite invece le macellazioni di conigli (-30%), agnelli (-49%) e cavalli (-70%), complice la crescente sensibilità nei confronti di queste specie. Infine, il consumo di latte pro capite è passato dai 51 litri circa ai 44 litri (-15%), sostituito sempre più spesso da alternative vegetali, come bevande di soia e avena, ormai facili da reperire in ogni supermercato a prezzi accessibili.

L’aumento del consumo di carne bianca e di pesce si è tradotto in una diminuzione della macellazione di animali di grossa taglia, soprattutto di bovini (-30%), ovini (-50%) e vitelli (-34%). Questo non sembra valere invece per i maiali: dal 2010 al 2019 ne sono sì stati macellati 2 milioni in meno, ma il consumo non è diminuito. Fattore che non ha purtroppo migliorato le condizioni negli allevamenti, dove ha preso piede la tendenza ad allevare suini sempre più pesanti, fino ad arrivare a 160 kg per i maiali destinati a produrre insaccati.

In Italia un maiale su due è destinato alla produzione di Prosciutto di Parma, un marchio che pur essendo Dop fa uso di animali allevati in modo intensivo (con un densità media di 1.000 individui per ogni allevamento). A questo riguardo, Essere Animali ha diffuso 5 indagini negli allevamenti di maiali, documentando maltrattamenti anche in aziende DOP fornitrici di Prosciutto di Parma.

Ma perché gli italiani prediligono il pesce e la carne bianca a quella rossa? Un fattore importante è la crescente consapevolezza dei rischi legati al consumo di carni rosse. Nel 2015 lo Iarc, l’organismo dell’Oms deputato alla ricerca sul cancro, ha classificato la carne rossa tra le sostanze probabilmente cancerogene per l’uomo, mentre numerosi studi hanno evidenziato la relazione tra il consumo di questo tipo di carne e l’aumento delle malattie cardiovascolari, prima causa di morte in Italia e nel mondo.

Questo maggiore interesse verso alternative più salutari si riflette anche nella lieve crescita dell’allevamento biologico, anche se questo rimane un mercato di nicchia che raggiunge appena l’1% del totale – con un’unica vera eccezione: l’allevamento dei bovini (6,7%).

Ma veniamo al dato più significativo, cioè all’aumento del consumo di pollame e pesce. La carne di pollo e tacchino è diventata la prima fonte di proteine sulla tavola degli italiani, sfiorando i 20 kg pro capite all’anno (+10% rispetto al 2010). Aumentano dunque anche i polli macellati: 511 milioni di capi soltanto nel 2019 – ben più dell’intera popolazione dell’Unione Europea – con il 99,8% dei polli allevati in maniera intensiva.

Incremento che è in linea con le tendenze globali e che nel 2018 ha spinto un gruppo di scienziati a definire il pollo da allevamento come uno dei principali tratti distintivi dell’Antropocene, l’attuale era geologica. Nel loro articolo, pubblicato sulla rivista scientifica Royal Society Open Science, gli studiosi ipotizzano che i fossili della nostra epoca saranno proprio le ossa di pollo.

Ancora più rilevanti le stime relative al pesce: il report stabilisce che nel 2017 il consumo pro capite abbia superato i 30 kg annui, di fatto raddoppiando rispetto al 2010. Questa crescita si riflette nell’aumento delle importazioni dall’estero, visto che i nostri mari non riescono più a sostenere i ritmi della pesca industriale. Nel 2019 le importazioni di pesci interi non congelati hanno sfiorato le 187.000 tonnellate (+42%) e i filetti di pesce hanno superato le 130.000 tonnellate (+19%).

E se il consumo di pesce e carne bianca viene spesso consigliato dai medici come un’alternativa più sana alla carne rossa, purtroppo è il benessere di queste specie a pagarne le conseguenze. Essere Animali ha documentato più volte le tecniche di produzione della carne avicola, sia negli allevamenti di polli sia in quelli di tacchini – per esempio nel 2016 quando abbiamo contribuito alla realizzazione di un’inchiesta, poi diffusa da Report, negli allevamenti del Gruppo Amadori.

Una produzione che si basa sul sovraffollamento delle strutture in cui sono costretti gli animali, la selezione genetica che li fa ingrassare a velocità sconcertante e sulla somministrazione massiccia di antibiotici che rappresentano un enorme rischio per la salute umana e per l’inquinamento ambientale.

Non vanno poi dimenticate le nostre indagini all’interno dei principali allevamenti ittici del nord e centro Italia, nel 2018 (la prima in Europa) e nel 2019, che documentano le crudeltà inflitte ai pesci, animali senzienti e che quindi provano dolore, ma per cui raramente riusciamo a provare un senso di empatia. I pesci, allevati per consumo alimentare, sono obbligati a vivere in gabbie sovraffollate, senza poter soddisfare alcun bisogno etologico proprio della loro specie.

E come in tutti gli allevamenti intensivi, anche in quelli ittici insorgono malattie batteriche che vengono curate attraverso l’impiego massiccio di mangimi medicati, contribuendo quindi al pericoloso fenomeno dell’antibiotico-resistenza.

Guardando indietro al decennio appena passato, si notano dei segnali che ci mostrano chiaramente come i consumatori siano sempre più consapevoli e informati sulle verità scomode dell’industria alimentare. E tra questi i più giovani occupano un posto di rilievo, perché più sensibili a queste tematiche e sicuramente più inclini a cambiare le proprie abitudini, facendo spazio a una dieta a base vegetale.

I dati contenuti nel report offrono una panoramica sull’evoluzione dei consumi molto utile per prevedere alcuni degli scenari futuri in questo settore. Queste informazioni potranno orientare le decisioni di tutti gli stakeholder di settore incluse istituzioni, università e ricerca, Ong e media. Ciascuno avrà un ruolo fondamentale nell’indirizzare produzione e consumi verso alternative più sostenibili e attente alla salute degli animali, dell’ambiente e degli esseri umani.

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Amianto, nell’Aula di Casale Monferrato ci riuniamo per parlare di clima. E coltivare la resilienza che ha battuto Eternit

di Vittoria Garrone

“Arrivava l’amianto dai piani di sotto, spostato su con l’aria, e noi dovevamo pesarlo e poi con dei forconi speciali buttarlo all’interno di vasconi dove veniva trattato. Il polverone d’amianto che si sollevava durante queste operazioni era qualcosa di pauroso. A ripensarci oggi, ci muovevamo dentro una nuvola permanente di quelle fibre mortali. Ricordo benissimo che aspetto avevamo la sera, quando si usciva alla fine del turno, completamente bianchi in viso e in tutto il resto del corpo, con il rischio evidente che comportava tutto ciò anche per i nostri familiari”. Questa è una delle tante testimonianze di un ex operaio della Eternit di Casale Monferrato, città al centro della tragedia bianca che si è trovata a dover compiere una scelta: salute e ambiente o lavoro?

Le conseguenze di quella fabbrica, chiusa nel 1986, i casalesi le stanno pagando ancora oggi, infatti proprio in quest’anno è previsto il picco delle morti per amianto. Dall’inizio del ‘900 essere assunti alla Eternit era garanzia di benessere, ma con il passare del tempo si diffuse la percezione della pericolosità delle fibre lavorate. Dopo le prime manifestazioni sindacali si arrivò negli anni 70 e 80, quando lo slogan diventò “la salute non si vende”. L’amianto venne bandito da Casale per la prima volta nel 1987 e cinque anni dopo il divieto si estese a tutta l’Italia.

La resilienza collettiva ha fatto la differenza. La città ha saputo agire su tre fronti, quali bonifica, salute e giustizia, coinvolgendo tutta la popolazione e traendo la forza necessaria dal dolore delle proprie perdite. Dal settembre 2016, nell’ex-area della fabbrica Eternit sorge un luogo di memoria perenne, il Parco Eternot, che ospita un monumento vivente, un piccolo vivaio di piante dell’“albero dei fazzoletti”, che ogni anno, in occasione giornata mondiale in ricordo delle vittime d’amianto, il 28 aprile, vengono donate a persone che si sono distinte particolarmente nella lotta all’amianto.

Tutte le scuole sono coinvolte durante l’anno scolastico con progetti di sensibilizzazione per i più piccoli e approfondimenti per gli studenti degli istituti superiori. I giovani diventano custodi e divulgatori con progetti come l’Aula Amianto, in cui gli studenti-tutor tengono lezioni interattive su bonifiche, malattie e storia dell’amianto.

A che punto è oggi Casale? La ricerca sul mesotelioma non ha ancora trovato una cura, ma la qualità della vita dei malati è notevolmente migliorata, grazie alla cura che l’associazione Vitas impiega nell’assistere anche a domicilio i malati e le loro famiglie e alla struttura creata ad hoc dalla dott.ssa Daniela Degiovanni, l’Hospice presso l’ospedale cittadino.

Le bonifiche continuano, supportate in parte dai fondi stanziati dallo Stato per i 48 comuni del Sito di Interesse Nazionale: ad oggi sono completate tutte le bonifiche dei 176 siti di polverino censiti e oltre la metà di circa 2 milioni di metri quadrati di coperture censite sono state rimosse. Inoltre a Casale c’è anche l’unica discarica pubblica per amianto in Italia. La bonifica è costosa e i censimenti sono complessi, per questo è necessario informare e proseguire per arrivare all’obbiettivo di Casale amianto free.

Dopo il maxiprocesso per disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche, caduto in prescrizione nel 2014, è iniziato un secondo processo che purtroppo prosegue a rilento, nonostante le pressioni dell’AFeVA (Associazione Famigliari e Vittime Amianto), che in questi anni ha sempre seguito le fasi processuali e sensibilizzato le persone anche al di fuori dei confini nazionali. Infatti, l’amianto è tuttora in uso in diversi paesi del mondo, come Cina, Russia, Brasile e India. Ufficialmente può essere utilizzato ancora in Usa e soltanto all’inizio di quest’anno ne è stata vietata l’estrazione in Canada.

Anche allora la scienza aveva lanciato allarmi sulla pericolosità delle fibre di amianto, a cui però non sono seguiti provvedimenti. Oggi la comunità scientifica ci sta lanciando un altro allarme, quello della crisi climatica. Così come l’amianto, infatti, anche i cambiamenti climatici mettono in pericolo la salute e la vita delle persone. Possiamo agire sugli stessi fronti: la bonifica in questo caso è fatta di prevenzione e mitigazione. È necessario tutelare la salute e la vita di tutti e tutte e stabilire la responsabilità dei disastri ambientali.

Il gruppo locale di Fridays For Future collabora attivamente con le diverse associazioni del territorio per coltivare lo spirito resiliente che ha contraddistinto i casalesi ed applicarlo per far fronte all’emergenza climatica. L’Aula Amianto è diventata il punto di partenza per sensibilizzare su altri argomenti come l’inquinamento da plastiche e i cambiamenti climatici.

Siamo nuovamente di fronte al bivio. Dobbiamo scegliere se cambiare oppure tacere, ma ora sappiamo che la salute non si vende e nemmeno l’ambiente.

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Il Coronavirus non deve fermare la lotta a favore del clima e di un’economia sostenibile

Neppure la pandemia ha impedito ai ragazzi e alle ragazze di Fridays For Future di partecipare al quinto sciopero globale per il clima. Stavolta in versione digital, ahimè, ma non c’era altra scelta! Attraverso un sistema di geolocalizzazione online, lo scorso venerdì migliaia di attivisti si sono radunati virtualmente, intorno alle ore 10:00 di fronte a Palazzo Chigi (sic!), per gridare a colpi di cartelloni, anch’essi rigorosamente virtuali, che la crisi climatica è un’emergenza che non deve e non può essere accantonata in nome di una ripresa economica fondata sul business-as-usual.

Quel modello proposto dalle grandi aziende che, nel solito mondo capovolto a cui siamo da sempre abituati, andrebbe a ricostruire il sistema economico che ci ha portato dove siamo adesso, conservando tutte le sue palesi storture, e a rimpinguare i patrimoni di tutti quelli che nonostante la crisi sanitaria non hanno smesso di arricchirsi né hanno liquidato, tra un elogio e l’altro a cassiere, edicolanti, infermieri e fattorini (i cosiddetti eroi della “prima linea”, che eroi lo sono per davvero, ma saranno presto, purtroppo, dimenticati da tutti e sostituiti con altri idoli mediatici) la cultura disastrosa del profitto ad ogni costo.

Inoltre, come affermava Milton Friedman, l’economista del liberismo sfrenato, ‘solo una crisi, reale o percepita, produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni che vengono intraprese dipendono dalle idee che circolano in quel momento’. E le principali idee che circolano, rafforzate dal potere economico dell’1% della popolazione globale, non sono certo quelle che ci salveranno dai drammatici effetti di una crisi climatica lasciata a se stessa.

È quindi indispensabile una solida volontà politica che orienti la ripresa da una delle più pesanti crisi economiche del mondo moderno, che ha visto crollare insieme domanda e offerta. E allo stesso tempo una massa sempre più numerosa e consapevole, che diffonda idee di cambiamento.

Quelle idee che gli attivisti di Fridays For future hanno raccolto in una proposta concreta di “Rinascita” che lasci alle spalle un passato senza dubbio presago di sventura: una Lettera all’Italia, firmata da oltre 50 tra i più autorevoli scienziati ed economisti italiani, che lo scorso 17 aprile ha ufficialmente inaugurato la campagna Ritorno al futuro.

Una proposta vasta che, a partire dall’abolizione dei sussidi al fossile, un ladrocinio che sperpera risorse che potrebbero essere usate a vantaggio della società, spazia da un grande piano di investimenti pubblici in grado di favorire una radicale transizione energetica e industriale, e di creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro (posti che una crisi climatica mal gestita, secondo molti studi, alla lunga ridurrebbe invece drasticamente); fino ad un invito ad un ripensamento del sistema agro-alimentare, che è tra le prime fonti di emissioni di gas climalteranti.

Un programma da sviluppare però sotto l’egida del più fondamentale dei principi: la giustizia sociale e climatica. Mettendo quindi avanti le fasce sociali che, già deboli prima della crisi sanitaria, adesso lo saranno ancora di più; unite alle decine di migliaia di lavoratori che, nella fase di ripresa economica, rischieranno il posto e dovranno essere tutelati. Ovviamente facendo gravare i costi della transizione sui maggiori responsabili della crisi climatica, dalle multinazionali estrattive a quelle del fossile (che invece potrebbero imporsi come infrastruttura della ripresa, a scapito delle energie rinnovabili) fino a tutte le altre grandi realtà produttive insostenibili.

Niente di nuovo, non è certo un movimento di piccole Cassandre (come è stato a più riprese definito) a poter trovare le soluzioni per risolvere la crisi climatica. Le soluzioni e le tecnologie per applicarle, ovviamente non in una settimana, ma con un piano dal lungo respiro, esistono già. A mancare è solo la volontà politica di adottarle e di farne il fulcro di un’agenda globale, per colpa di una classe dirigente mediocre e narcisista, alla continua ricerca di conflitti di comodo con cui calamitare l’attenzione dell’opinione pubblica, impedendole così di prendere coscienza dell’unico e vero conflitto in atto.

Rinnegando quella laica “religione dell’umanità” professata anche da Einstein, che non era altro che la convinzione che la vita individuale ha senso solo se considerata un tassello di una vita più vasta, cominciata prima di noi e destinata a sopravvivere alla nostra breve esistenza.

Fridays For Future, con i suoi scioperi che si spera torneranno presto a invadere le piazze, è qui per ribadirlo e per mettere in luce, infine, con grande umiltà e spirito propositivo, le evidenti contraddizioni di un sistema che ha fallito. Nella speranza che possa bastare.

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Coronavirus, da questa pandemia c’è una lezione che va imparata in fretta

Un dato è certo. Da un giorno all’altro, nel ventunesimo secolo, nell’era dei computer e di internet, della tecnologia spinta, della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale, ci scopriamo del tutto indifesi di fronte ad una mortale pandemia imprevista e sconosciuta che ci ricorda il Medioevo e fa vacillare le nostre certezze di uomini moderni, i nostri valori, il nostro modo di vivere quotidiano, la nostra economia, il nostro futuro.

Ci siamo ritrovati all’improvviso confinati in casa, con divieto di avvicinamento, senza poterci riunire e senza poterci allontanare, salvo che per soddisfare le necessità più elementari – salute e cibo – in un mondo dove le città sono deserte, le fabbriche e i negozi sono chiusi, e dove il solo lavoro ammesso fuori casa è quello di preminente interesse collettivo.

Oggi viviamo aggrappandoci ansiosamente alla speranza che presto questo incubo finirà e tornerà tutto come prima.
Ma è proprio questo il punto. Siamo certi che si tratta solo di una tragedia isolata e che tutto può tornare “normale”? E siamo certi che è auspicabile la “normalità” di prima?

“Ci siamo illusi di poter essere sani in un mondo malato” ha detto Papa Francesco, un grande uomo del nostro tempo. Ha ragione: questa pandemia non è un incidente ma è la migliore dimostrazione che la nostra salute dipende direttamente dalla salute degli altri e dalla salute del mondo in cui viviamo. La deforestazione, i danni di un inquinamento sempre crescente, l’uso sconsiderato della chimica e della tecnologia stanno rapidamente distruggendo migliaia di specie animali e vegetali e con loro la biodiversità.

La nostra specie diviene, quindi, sempre più quella dominante e sempre più, quindi, sarà l’obiettivo privilegiato dei vari virus che sono in grado di replicarsi e modificarsi per superare le nostre difese. Proprio mentre, come da anni ci ripete l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), il crescente riscaldamento del globo ci porterà nuove pandemie tropicali. E non basterà lavarsi le mani, mettersi le mascherine e allontanarsi di un metro. Ma non basterà neppure un vaccino sempre più difficile da creare. Se c’è una lezione che dobbiamo imparare in fretta da questa pandemia è che dobbiamo iniziare a combatterne le cause, non le conseguenze.

E dobbiamo farlo subito, nel momento in cui destiniamo centinaia di miliardi per ricostituire la nostra economia e possiamo propiziare, quindi, una riconversione del tipo di sviluppo oggi dominante. Ma questo potremo farlo solo se lo capirà, e in fretta, la politica. Come ci ricorda l’Enciclica “Laudato si”, “non si può giustificare un’economia senza politica, che sarebbe incapace di propiziare un’altra logica in grado di governare i vari aspetti della crisi attuale”.

Tanto più che ”una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politica sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida”, rifuggendo da una “concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese e degli individui”; così come finora è avvenuto.

In sostanza, per evitare nuove, insostenibili “emergenze”, occorre un ritorno alla politica vera che inizi a ripensare il senso dello sviluppo vero e sostituisca le scelte oggi operate e imposte dall’economia di mercato con quelle mirate al soddisfacimento dei bisogni veri degli individui in un quadro di pacifica convivenza tra l’uomo e l’ambiente e tra uomo ed uomo. Occorre, cioè, ripartire da beni e bisogni veri e fondamentali come la salute, l’ambiente, la biodiversità, la cultura, l’eguaglianza.

Nella consapevolezza che un “bene” non deve essere necessariamente “utile” o monetizzabile: un parco, una barriera corallina o un ghiacciaio, per l’uomo hanno un valore unico e immensurabile di per sé, a prescindere dalla circostanza se creano occupazione, fanno “fare soldi” o accrescono il Pil. E così è per un tramonto, per un paesaggio, per una emozione, per lo “stare insieme” che oggi ci è negato. Insomma occorre passare dalla quantità alla qualità, dall’avere all’essere. E su questi valori riprogrammare la nostra società e la nostra economia.

Del resto, proprio l’esperienza di questi giorni dimostra che, se necessario, molte produzioni industriali possono essere agevolmente riconvertite a obiettivi di tutela della salute. L’importante è, dunque, frenare le scelte aziendali troppo spesso oggi finalizzate solo al massimo profitto attraverso la creazione di consumatori in batteria, sostituendole con scelte più rispettose del bene comune e dei bisogni fondamentali dell’individuo.

Si porrà così un freno anche ai pericoli per la democrazia connessi con un aumento intollerabile delle diseguaglianze, prodotto inevitabilmente a carico dei più deboli da una pandemia come quella che stiamo vivendo e da quelle prossime future.

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Coronavirus, l’inquinamento aiuterebbe il contagio. Urge una drastica inversione di tendenza

Leggendo e analizzando le informazioni che puntualmente ci arrivano da diverse settimane, non si può non notare che la pandemia di Covid-19 si è manifestata in maniera sempre più preoccupante in alcune delle aree più inquinate del mondo. In Italia, sono infatti le aree della Lombardia e del Veneto, e in particolare della pianura padana, le più industrializzate e nelle quali da più tempo persistono condizioni ambientali critiche.

Dovremmo porci seriamente la domanda per quale motivo proprio in quelle aree il Covid-19 sia esploso in modo così virulento. Bene ha fatto il governo italiano a decretare misure sempre più stringenti per confinare il contagio all’interno di aree più controllate, non certamente coadiuvato dall’insensatezza di coloro che, alla prima allerta, sono fuggiti; ci auguriamo che, laddove siano andati, si siano messi in quarantena preventiva e abbiano evitato di propagare il virus anche in zone al momento meno toccate.

Nella pianura padana, i livelli di concentrazione del particolato (Pm10) sono tra i più alti in Europa e nel mondo e questa situazione permane da ormai tanti, troppi anni. E’ conclamato che alti livelli di Pm10 creano problemi anche al sistema respiratorio che potrebbe, quindi, risultare più sensibile alle complicazioni dovute a questo nuovo virus. Più a lungo si è esposti a tale situazione di inquinamento, e maggiori potrebbero essere le probabilità che i nostri sistemi respiratori si siano indeboliti e, quindi, più in difficoltà a combattere contro gli effetti del coronavirus.

Un tale ragionamento potrebbe dare delle spiegazioni al fatto che, al momento, sono le persone anziane ad avere i maggiori impatti negativi che arrivano, purtroppo, anche ad esiti fatali. Gli anziani sono, per definizione, coloro che maggiormente sono stati esposti ad un fenomeno quale l’inquinamento e questa permanenza all’esposizione potrebbe aver indebolito il loro sistema di difesa.

Inoltre, da un recente studio della Società italiana di medicina ambientale (Sima) si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 registrati nel periodo 10-29 febbraio e il numero di casi di Covid-19 aggiornati al 3 marzo (considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 febbraio di 14 giorni, approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino all’identificazione dell’infezione).

Secondo questo studio, nell’area della pianura padana, le curve di espansione dell’infezione hanno mostrato accelerazioni anomale, in evidente coincidenza, a distanza di due settimane, con le più elevate concentrazioni di Pm10. Quindi, le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio avrebbero prodotto un’accelerazione alla diffusione dell’epidemia.

Ricerche più specifiche andrebbero fatte disaggregando alcuni dati, ad esempio confrontare gli effetti su coloro che risiedono in tali aree da sempre, diciamo negli ultimi 50 anni, con quelli di coloro che vi si sono insediati di recente. Se si riscontrasse una netta distinzione tra la mortalità di coloro che hanno sempre vissuto in quelle aree rispetto ai nuovi insediati, allora potremmo approfondire per circoscrivere e differenziare meglio gli effetti di breve e lungo periodo all’esposizione di inquinanti.

Il paese che, come l’Italia, è un osservato speciale per il Covid-19 è, come ben noto, la Cina. E proprio in Cina si rileva la stessa similitudine riscontrata in Italia: le aree con i più elevati livelli di emissione di Pm10 sono le stesse aree ove la mortalità legata a questo virus risulta più alta. La provincia cinese di Hubei, focolaio principale del virus, è un’area che, al pari della pianura padana, riscontra alti livelli di Pm10.

Quindi, ancora una volta, affrontiamo una criticità sanitaria con un’ipotesi, molto verosimile, che tale criticità sia stata se non generata quanto meno facilitata dalle condizioni dell’ambiente in cui viviamo. Per molti apparirà evidente e scontato che l’ambiente, nel senso dell’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo, sia il fattore predominante della nostra qualità della vita. Ma questa consapevolezza non ha ancora raggiunto livelli tali da generare un’inversione di tendenza nei nostri modi di produrre – e consumare! – beni e servizi.

Sappiamo bene che continuare a produrre e consumare energia prodotta da fonti fossili genera inquinamento e contribuisce al cambiamento climatico. E, a loro volta, inquinamento e cambiamenti climatici hanno un alto impatto sulla salute pubblica. Intuitivamente e per deformazione professionale sono portato a ritenere molto credibile l’associazione tra alta mortalità da Covid-19 e i livelli di inquinamento riscontrati nelle stesse aree. E spero a breve si possa anche chiarire e distinguere se le morti che giornalmente vengono associate al nuovo virus risultano in effetti “con” o “da” coronavirus.

Ciò che abbiamo riscontrato è che l’attuale pandemia ha mostrato chiaramente che il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico non sono considerati, a torto, eventi catastrofici per le loro conseguenze. Già adesso la politica e la società civile dovrebbero agire più concretamente e drasticamente per contrastarli e invece si va molto a rilento. E’ molto probabile che a breve si chiarirà che non solo questi fenomeni potrebbero risultare correlati nella loro origine, ma anche nei loro effetti.

Lo scioglimento dei ghiacci e del permafrost, ad esempio, potrebbe rilasciare batteri e virus, dei quali molti sconosciuti, lì intrappolati. Una cosa del genere è già accaduta in Siberia nel 2016 dove una persona e molti animali sono rimasti uccisi dall’antrace liberato a causa del riscaldamento globale. Inoltre, il cambiamento climatico e l’inquinamento non devono essere visti solo come crisi ambientali, e il Covid-19 solo come un’emergenza sanitaria: tutti, comunque, genereranno enormi crisi sociali ed economiche.

Una cosa sola è certa: cambiare il nostro stile di vita, produrre e consumare in modo sostenibile e quindi diminuire l’inquinamento fa sicuramente bene. Soprattutto per quanto riguarda l’aria che respiriamo e quello che mangiamo: è noto che il nostro sistema immunitario ne uscirebbe senz’altro rafforzato laddove si prediligesse il consumo di alimenti certificati biologici. Quindi, ottimo adesso trattare l’emergenza come tale ma pensiamo anche a come prevenire e non far trovare terreno fertile a Covid-19 e simili, che, molto probabilmente, ci verranno a trovare in futuro.

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Cambiamenti climatici, davanti all’emergenza la politica è stata una delusione su tutti i fronti

di Carlo Fusco

L’emergenza coronavirus impone a tutti noi un periodo di semi-isolamento. Come nel caso della crisi climatica siamo convinti dell’importanza di ascoltare le indicazioni che arrivano dal mondo scientifico, ma siamo anche coscienti di quanto difficile sia restare giorni e giorni chiusi in casa.

Per questo da oggi e per il mese a venire noi di Fridays For Future Italia aggiorneremo con cadenza settimanale – la massima concessa dalla piattaforma – il nostro blog sul FattoQuotidiano.it, e a breve sarà disponibile sul nostro sito una sezione dedicata a libri, film, serie a tema clima da scoprire durante la quarantena. E’ un piccolo gesto, lo sappiamo, ma speriamo possa aiutare a farci superare tutti assieme questa situazione!

Pioggia. Cade fitta sulle nostre città, trappole d’acqua. Non è la terra ad accoglierla, ma una giungla di cemento su cui scivola e scorre, senza mai trovare riposo. Le arterie popolate di metallo pulsano sotto il peso liquido, in un complesso di motori fumanti. Il cuore cittadino e la sua storia piangono, le gocce solcano pietre edificate da centinaia di anni. Prende forma una penisola di città galleggianti, si avvertono i primi disagi di uno scheletro urbano impreparato alle emergenze. Le strade diventano torrenti, l’acqua arriva alle ginocchia, al busto e poi al collo: inizia il conto delle vittime.

L’Italia, nel decennio scorso, è stata il sesto paese al mondo per morti da eventi meteorologici estremi, un’ecatombe di quasi 20.000 persone scomparse nel caos climatico: 32,92 miliardi di dollari la cifra quantificata in termini di perdite economiche, 18esimo il posto in classifica per numero di perdite pro capite, a ricordarci che tutto ciò causerà la prossima devastante crisi finanziaria.

La causa è una sola: il cambiamento climatico (i cui effetti sono anche amplificati dal dissesto idrogeologico e dagli abusi edilizi che in Italia giocano un ruolo tristemente importante).

Il 2019 è stato il quarto anno più caldo nel nostro paese dal 1800 a oggi, con un’anomalia di +0,96°C sopra la media. Il 2020 si apre con cifre da record: il 3 febbraio a Torino, in pieno inverno, le temperature hanno sfiorato i 27°C. Tutto ciò ha forti ripercussioni sulla nostra economia, con la crisi del settore agricolo, rimasto orfano di un quarto di terra coltivata, e di conseguenza alimentare, del turismo e della produzione energetica. Ma di fronte all’evidente situazione di emergenza, come ha agito e come intende agire la politica?

Le azioni sono sempre state insufficienti e lo sono tuttora, nonostante il tema sia stato portato all’attenzione pubblica, diventando tra le prime preoccupazioni degli italiani. L’approvazione definitiva del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), avvenuta alla fine di gennaio, ne è la prova.

Si tratta di un documento che dovrebbe offrire la nostra visione di uno sviluppo economico e sociale sostenibile, considerando l’emergenza climatica in atto, quando di fatto non è altro che un piano anacronistico e di certo poco coraggioso, che non prospetta orizzonti differenti da quelli attuali.

L’Italia infatti rimarrebbe ancorata alle fonti fossili, con una dipendenza dal gas quasi del 70%, e un timido approccio alle rinnovabili, che dovrebbero coprire il 30% per il 2030. Ora, il gas, il metano è un combustibile fossile climalterante, 34 volte più potente dell’anidride carbonica e responsabile per il 20% dei cambiamenti climatici.

Non è di certo una fonte di transizione o di parziale mitigazione rispetto ad altri combustibili fossili e chiunque affermi il contrario nega decisamente ciò che dice la scienza. Per quanto riguarda l’incremento delle fonti rinnovabili ci troviamo ancora una volta di fronte a tiepidi provvedimenti, che non ci portano fuori dal sistema inerziale in cui siamo costretti rispetto a quello della crisi climatica.

Come se non bastasse, nelle scuole italiane arriva il cane a sei zampe. Si tratta di Eni, (ex) Ente Nazionale Idrocarburi (la cui quota statale è pari al 30,1%, per un valore di oltre 16 miliardi di euro) e della viscida operazione organizzata sulle spalle degli studenti di tutto il paese. A settembre la nostra redazione ha prodotto una lettera per l’allora ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti, in cui veniva richiesto l’insegnamento delle tematiche ambientali nelle scuole.

La proposta è stata accolta, l’Italia dunque sarebbe diventata il primo paese al mondo a rendere obbligatorio lo studio dei cambiamenti climatici. Oggi, dopo le dimissioni di Fioramonti, apprendiamo inorriditi che l’Associazione Nazionale Presidi ha avviato con Eni un programma di incontri nelle scuole per formare gli insegnanti che dovranno parlare alla nostra generazione dell’emergenza climatica. Questa di fatto è causata in parte dalla stessa multinazionale, che investe 7 miliardi di euro all’anno nelle fonti fossili. Come chiedere all’oste se il vino è buono.

Tutto ciò non sembra essere semplicemente un’assoluta assenza di volontà politica ed economica, qui si tratta di andare nella direzione opposta. La politica ci ha deluso su tutti i fronti. Il governo del cambiamento climatico sembra un miraggio lontano e ormai sbiadito.

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Il cambiamento climatico sta riducendo drasticamente il numero dei pesci in mare e negli oceani. Ognuno di noi può fare qualcosa







Il riscaldamento globale indotto dall’uomo sta alterando profondamente l’equilibrio di oceani e mari. L’urgenza del problema è tale che il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC) ha dedicato un rapporto speciale proprio allo stato di salute di oceani e criosfera nella cornice del cambiamento climatico. Lo scenario che ne emerge è sconfortante: gli oceani sono sempre più caldi, i ghiacciai continuano a sciogliersi e l’innalzamento del livello del mare prosegue inarrestabile.

Inoltre, il rapporto dell’IPCC conferma quanto già evidenziato da altri studi: la distribuzione e il numero dei pesci negli oceani e nei mari stanno variando drasticamente. Il riscaldamento delle acque oceaniche e la loro crescente acidificazione, causata dall’assorbimento di oltre un quarto delle emissioni di CO2 provocate dall’attività dell’uomo, comportano livelli di ossigeno più bassi e scarsa disponibilità di sostanze nutritive. Per questo motivo, diverse specie di pesci stanno già abbandonando le zone tropicali per migrare verso i poli, alla ricerca di condizioni climatiche e ambientali in grado di soddisfare il loro fabbisogno di ossigeno e nutrienti. Secondo le stime della FAO, entro il 2050 è prevista una riconfigurazione geografica della pesca globale e una diminuzione della quantità di pesce che sarà possibile catturare senza danneggiare le riserve biologiche, già messe oggi a dura prova dalla pesca eccessiva.

Ma quali sono, invece, le conseguenze del cambiamento climatico per i milioni e milioni di pesci negli allevamenti intensivi? Infatti più della metà dei prodotti ittici consumati a livello mondiale proviene dalla produzione di acquacoltura marina e di acqua dolce, dove le conseguenze di un clima mutevole dalle variazioni imprevedibili colpiscono duramente la vita dei pesci allevati a scopo alimentare. Essi soffrono maggiormente dei cambiamenti dell’ambiente in cui vivono, perché sono confinati in gabbie e vasche dalle quali non possono muoversi per cercare habitat acquatici più favorevoli.

La fisiologia dei pesci negli allevamenti, come quella dei loro conspecifici selvatici, è influenzata direttamente dall’aumento della temperatura dell’acqua. In acque più calde i pesci crescono, si sviluppano e si riproducono con più difficoltà. I salmoni, per esempio, necessitano di parametri biologici e ambientali molto specifici: se la temperatura dell’acqua è maggiore di 16°C sono esposti a fattori stressanti, mangiano di meno e crescono più lentamente. In acque che superano i 23°C, invece, possono addirittura morire.

La salute dei pesci d’allevamento è seriamente minacciata dagli effetti del cambiamento climatico. Eventi atmosferici estremi, come piogge violente e alluvioni, uniti a variazioni nei modelli di circolazione oceanica, favoriscono la diffusione di parassiti e malattie che rischiano di spostarsi anche verso aree che in precedenza erano immuni e dove, in acque più calde, proliferano con più facilità. Nella nostra ultima indagine in Grecia, abbiamo visitato diversi allevamenti di branzini e orate in cui i pesci si ammalano regolarmente e il tasso di mortalità annuale si attesta intorno al 20%. Condizioni di allevamento intensive mettono a rischio il sistema immunitario dei pesci, rendendoli più vulnerabili all’attacco di virus e batteri.

L’aumento della densità delle precipitazioni e della temperatura dell’acqua di oceani e mari incide anche sull’intensità, la frequenza e la durata della fioritura delle alghe. Secondo la Fao, sono 75 le specie di microalghe in grado di produrre e trasmettere tossine a mitili, crostacei e pesci. Lo scorso anno la Norvegia è stata colpita dalla più grave fioritura di alghe velenose degli ultimi 30 anni, che ha causato la morte per asfissia di 8 milioni di salmoni. La stessa sorte è capitata a 27 milioni di salmoni in Cile nell’estate del 2016, sempre a causa della diffusione di alghe tossiche all’interno delle gabbie d’allevamento.

Tuttavia, anche l’impatto del settore dell’acquacoltura sul riscaldamento globale non è da sottovalutare: nel 2010, per esempio, la produzione acquicola ha provocato l’emissione di 385 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Inoltre, gli allevamenti ittici pesano gravemente sulla vita di oceani e mari, perché più di un terzo delle 600 specie d’acquacoltura allevate in tutto il mondo è carnivoro. Si stima che ogni anno circa 1 trilione di pesci selvatici vengano pescati per la produzione di mangimi a base di farina e olio di pesce destinati all’acquacoltura.

Un futuro dove la vita dei pesci negli oceani e nei mari non è costantemente a rischio è possibile, ma per costruirlo è necessario limitare le attività umane che incidono sul cambiamento climatico, tra cui pesca e acquacoltura. Allo stesso tempo, ciascuno di noi può proteggere i pesci scegliendo di adottare una dieta a base vegetale, che rispetta il valore della vita di questi animali preziosi.

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