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Terra dei fuochi: non servono altri inceneritori, ma un contrasto alla criminalità

L’inceneritore di Acerra e il suo “stop programmato” con il fenomeno denominato “Terra dei fuochi” in Campania non c’entra nulla! Proprio assolutamente nulla! Da sempre!

Il fenomeno Terra dei fuochi ha genesi, crescita e florida ciclica recrudescenza da tutt’altra fonte rispetto ai rifiuti urbani prodotti quotidianamente in Campania (circa 6500 tonnellate al giorno di cui ben 2200, circa il 30%, incenerito ad Acerra). Ha genesi, e invincibile recrudescenza, nella quota di rifiuti speciali industriali e tossici prodotti in regime di evasione fiscale, lavoro nero pari in Campania a non meno del 47% di tutte le attività manifatturiere e agricole, come giusto ieri l’ennesima morte del bracciante Pasquale Fusco nelle campagne di Giugliano testimonia col sangue! Quaranta euro in nero per ammazzarsi nei campi laddove le mogli di questi disperati ma onesti cittadini, che non vogliono sopravvivere spacciando droga, lavorano in casa “a nero” scarpe borse e vestiti delle migliori marche per 25 euro al giorno.

Ogni giorno i loro scarti di produzione illegale si sommano, invadono, si mischiano ai rifiuti urbani per una quantità oggi compresa tra le 6mila e le 10mila tonnellate al giorno per la sola Campania. Una quantità eccezionale di rifiuti industriali, spesso assimilabili agli urbani, gestiti magari sempre dalle stesse ditte incaricate di gestire i rifiuti urbani che, oltre a un pagamento in nero per i propri dipendenti, recuperano denaro con l’incremento enorme del “peso” dei rifiuti scaricati dai loro Tir nelle piattaforme legali destinate ai rifiuti urbani indifferenziati.

Per questo motivo impianti insalubri di classe I come il maxi inceneritore di Acerra – oggi il più grande in funzione in Italia, pari a ben otto inceneritori medi e che brucia da solo quanto tutti gli inceneritori presenti in Toscana, Umbria, Lazio e Marche messi insieme – sembra non farcela mai. Ad Acerra, come anche in Lombardia, i maxi inceneritori servono anche a coprire, incenerendo qualunque prova, tutti gli scarti delle attività manifatturiere in nero.

Per questo, o dove si producono di più rifiuti industriali anche in nero (Lombardia) o dove si lavora pressoché esclusivamente così (Campania), servono assolutamente non tanto semplici inceneritori (che in tutta Europa hanno una portata media di 120mila tonnellate all’anno), ma maxi inceneritori di portata mai inferiore alle 500mila tonnellate all’anno con tre o quattro linee da 200mila tonnellate annue ciascuna, per creare impianti con contratti ultradecennali in grado di garantire l’incenerimento con completa scomparsa delle prove del lavoro nero almeno per una trentina di anni.

In maniera strumentale, appena una di queste linee deve fermarsi per la manutenzione programmata, si dà quindi ordine alla manovalanza criminale di scatenare la ormai a noi sin troppo ben nota “crisi dei roghi tossici”, usando poi i mass media, la stampa, finti esperti e professori che parlano solo di mancata raccolta differenziata e di rifiuti urbani – che non c’entrano assolutamente nulla – per montare la solita campagna e convincere l’opinione pubblica che per risolvere il problema dei roghi tossici in Campania, come dei flussi di rifiuti tossici in Lombardia, servono altri maxi inceneritori.

I maxi inceneritori servono solo alle imprese criminali che vogliono continuare slealmente a produrre e a smaltire “a nero”, senza controlli e tracciabilità come ormai da troppi decenni! Fanghi di depurazione, amianto, scarti di pellame e tanti altri rifiuti industriali come imballaggi e materiale industriale assimilabile ai rifiuti urbani non dovrebbero certo finire negli inceneritori.

Il massimo della raccolta differenziata del rifiuto urbano serve a “liberare” altro spazio per il necessario incenerimento di questi rifiuti speciali. Non è certo un caso che oggi ben due linee del maxi inceneritore di Brescia siano utilizzate per rifiuti industriali e non urbani. L’incenerimento resta la strada maestra per l’occultamento di qualunque prova di qualunque crimine manifatturiero di impresa!

Sono e purtroppo resto l’unico medico, esperto di rifiuti e di danno alla salute in Italia, che esplicitamente parla sempre e prioritariamente solo e soltanto di rifiuti industriali, mai di rifiuti urbani. Non mi strappo le vesti per illudere i miei concittadini che raggiungendo la perfezione dei “rifiuti zero” urbani risolveremmo il problema dei rifiuti in Terra dei fuochi in Campania come in Lombardia. E’ un clamoroso falso e un’eccezionale presa in giro per tutti gli italiani, dal momento che pure se raggiungessimo quota “rifiuti urbani zero” ci staremmo occupando di non più del 20% di tutti i rifiuti da gestire correttamente a tutela della salute pubblica in Italia.

La sola Lombardia produce, ricicla e smaltisce con impianti in gran parte legali, ma senza alcuna tracciabilità certa dei rifiuti industriali e tossici (che produce e che importa), non meno di 30 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti industriali, quantità pari da sola a più di tutti i rifiuti urbani prodotti in tutta Italia! E non si vuole rendere ben chiaro a tutti i cittadini lombardi che devono preoccuparsi anche dello scorretto smaltimento di una quantità di rifiuti industriali e tossici pari a circa dieci milioni di tonnellate l’anno.

Questa è la genesi della tragedia di salute pubblica di tutte le Terre dei fuochi di Italia, da Brescia a Caivano ad Acerra! Lo scriveva nelle sue relazioni su Brescia e Campania il tenente Roberto Mancini sin dal 1993. Ancora oggi in Italia si muore per lavoro, ci si ammala nelle Terre dei fuochi per lavoro in nero e, oggi come ieri, l’unica soluzione che si propone all’opinione pubblica è quella di costruire maxi inceneritori per favorire ed eliminare qualunque prova di questo crimine, anziché decidersi realmente a contrastarlo con efficacia: attraverso una “flat tax” per le aziende che obblighi l’emersione del nero e la tracciabilità certa dei rifiuti industriali e tossici.

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Xylella, l’Italia condannata dalla Corte di Giustizia europea: “Non ha attuato le misure per impedire la diffusione del batterio”

L’Italia non ha contrastato la diffusione della Xylella. È quanto ha stabilito la Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella sentenza relativa alla causa che vede da una parte la Commissione Ue e dall’altra appunto l’Italia. Secondo la Corte, il nostro Paese è venuto meno all’attuazione delle misure volte ad impedire l’avanzare del batterio, all’epoca diffuso solo in provincia di Lecce, che può provocare la morte di molte specie di piante, tra cui gli ulivi. In secondo luogo, “non ha garantito, nella zona di contenimento, il monitoraggio della presenza della Xylella” con “ispezioni annuali effettuate al momento opportuno durante l’anno”. Si tratta di una condanna per primo inadempimento, che prevede solo il pagamento delle spese processuali.

La Xylella, ricorda la Corte, è stata osservata per la prima volta in Europa nel 2013, sugli ulivi salentini. Nel 2015 la Commissione impose misure volte ad eradicare il batterio, che prevedevano la rimozione delle piante infette e pure degli alberi situati nel raggio di 100 metri di distanza da quelli contagiati. Misure da attuare non solo nella zona infetta, ma anche in una zona ‘cuscinetto’. Un anno più tardi, sempre la Corte di Giustizia Ue aveva dichiarato la legalità delle misure.

La misura, era scritto nel loro provvedimento, “è proporzionata all’obiettivo di protezione fitosanitaria nell’Unione ed è giustificata dal principio di precauzione, tenuto conto delle prove scientifiche di cui la Commissione disponeva al momento della sua adozione”. Il punto era stato sollevato 24 agricoltori di Oria e Torchiarolo, in provincia di Brindisi, tra i primi a presentare ricorsi al Tar Lazio per bloccare le ruspe sui propri uliveti. I giudici amministrativi avevano congelato la misura e, nel gennaio 2016, avevano deciso di sospendere il giudizio, sollevando sei questioni pregiudiziali dinanzi alla Corte di Giustizia.

Nel maggio 2018, l’Italia era poi stata deferita per la diffusione del batterio alla stessa Corte lussemburghese. Sulla gestione dell’emergenza Xylella i Commissari Ue erano stati molto chiari nei mesi precedenti: “La lotta al batterio è stata un fallimento. Abbattete gli alberi malati”. Pena l’aggravarsi della procedura d’infrazione aperta nel luglio 2016 e il deferimento. Una misura drastica, che a Bruxelles hanno ritenuto necessaria per evitare la diffusione del batterio in tutto il territorio dell’Unione. L’attenzione dell’Ue, infatti, era tornata a livello di allarme nel marzo dello scorso anno, quando quasi tremila ulivi furono trovati positivi al batterio in un’area dove nel 2015 la Xylella aveva aggredito solo pochi esemplari.

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L’Amazzonia brucia e i giocatori scendono in campo. Fiamme a un passo dallo stadio: partita sospesa

In Brasile l’Atletico Acreano e il Luverdense scendono in campo per la partita di serie C del campionato. A pochi metri, però,infuria uno degli incendi che in questi giorni sta colpendo l’Amazzonia. Col passare del tempo, le fiamme iniziano a lambire il terreno di gioco, l’aria diventa irrespirabile e il campo viene investito dalla cenere. L’arbitro decide così di sospendere la partita (nel video si nota come i giocatori si dirigano verso gli spogliatoi coprendosi naso e bocca con la maglietta).

Video Facebook/Atletico Acreano

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La Siberia brucia, l’Amazzonia brucia, e neanch’io mi sento tanto bene

C’è un libro che, più di altri, a mio avviso coglie lo spirito dei tempi che stiamo vivendo. Il paradosso è che questo romanzo è stato pubblicato nel 1938. S’intitola La cripta dei Cappuccini e il suo autore, lo scrittore e giornalista austriaco Joseph Roth, racconta la storia di un giovane e aristocratico ufficiale dell’esercito austriaco, seguendone le avventure a cominciare dai mesi precedenti l’inizio della Prima guerra mondiale fino all’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista. Ma la politica, in questo romanzo, non si manifesta. Al centro della narrazione non ci sono né la barbarie delle dittature né il crescente antisemitismo, che pure il protagonista lamenta, e neppure le sue amare considerazioni sulla fine di quell’Europa che, pur divisa politicamente, era culturalmente unita. Il romanzo parla del silenzio di chi, suo malgrado, assiste impotente al “tramonto del mondo”.

Di fronte alla percezione diffusa dell’imminente catastrofe verso cui i popoli d’Europa si stavano gettando come una mandria in corsa verso un precipizio, gli uomini e le donne di quella generazione non riuscivano a far altro che brindarci allegramente sopra. “Ogni faccenda privata era d’un tratto passata nel regno di ciò che era pubblico” fa dire l’autore al protagonista. “Si dava a credito e si prendeva a credito, accettavamo doni e ne facevamo, restavamo debitori e pagavamo debiti altrui. Così vivranno gli uomini il giorno prima del giudizio universale: succhiando nettare da fiori velenosi, lodando il sole che si spegne come dispensatore di vita, baciando la terra che si dissecca come madre della fertilità”.

Joseph Roth parlava della fine di una civiltà millenaria, cancellata da una nuova bramosia borghese e futurista (Roth però non usa quest’ultimo termine) e dall’emergere delle masse come indistinto istrumentum regni. Ma io trovo che questo atteggiamento, da lui riscontrato per esperienza diretta, sia del tutto sovrapponibile a quello che noi, più d’un secolo dopo, stiamo sperimentando al cospetto di una diversa, e molto più concreta, finis mundi.

Le steppe e le foreste siberiane sono in fiamme da settimane, l’Amazzonia brucia, i ghiacci dell’Antartide si spaccano e si ritirano come candide coperte, lasciando emergere terre perdute che non vedevano il sole da millenni o forse da milioni di anni, le temperature medie continuano a salire stagione dopo stagione, aumentando l’energia totale presente nell’atmosfera e pertanto scatenando eventi climatici sempre più violenti e distruttivi, sia d’estate sia d’inverno. Intere specie animali, fondamentali per l’equilibrio biologico del pianeta, si stanno estinguendo a causa dei pesticidi, dei diserbanti e degli altri inquinanti che quotidianamente, in massa, continuiamo a vomitare, e negli oceani sono apparsi nuovi continenti, formati dai nostri residui plastici, frammenti che per azione del mare e del sole si scompongono pian piano in microfilamenti che finiscono nella catena alimentare e, pertanto, nel nostro corpo, con conseguenze imprevedibili sulla nostra salute. Ma non riusciamo a far altro che continuare la nostra solita esistenza, brindandoci, di fatto, su.

Le storie, i racconti, i film, i romanzi non nascono per intrattenerci. L’intrattenimento è, per così dire, un epifenomeno. Se ci spingiamo fino alle radici del gesto del narrare scopriamo che esso altro non è altro che un processo culturale escogitato per rispondere a una specifica esigenza biologica: la nostra conservazione come individui, come comunità e come specie. Nell’Iliade di Omero ci sono interi brani dedicati al modo in cui riparare o costruire una nave, solo per fare un esempio. Ma un greco dell’epoca ci trovava istruzioni precise su cosa fare o non fare durante la spartizione di un bottino di guerra, su cosa dire o non dire per conservare una leadership condivisa, capace di unire e motivare prìncipi e soldati e così via. Le narrazioni, come osserva spesso il mio maestro Alessandro Baricco, sono bussole lasciate in eredità a tutti noi, preziosi strumenti per orientarci nella vita.

La Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth non ci racconta nulla dei cambiamenti climatici, ma ci dice molto su come rischiamo di reagire di fronte alla fine del mondo: rimanendo inermi, immobili e continuando a succhiare il nettare della vita quotidiana, anche sapendo che ormai quel nettare è avvelenato e ci ucciderà. Provate a leggerlo o a rileggerlo, in questo scampolo d’estate che rimane. Perché nella malinconica e struggente nostalgia del protagonista, nella sua lucida analisi di quanto si può somigliare a vitelli mansueti al cospetto d’un inesorabile macellaio, io ho intravisto anche un invito. Un appello a comportarci diversamente in circostanzi simili. Una preghiera silenziosa all’umanità del domani, che, dal punto di vista di Roth, è quella di oggi: siamo noi. Uno sprone a smettere di brindare sulla fine del mondo e ad accollarci (perché, lo so, è un accollo) la responsabilità individuale e collettiva di fare, fin da subito, tutto quanto è in nostro potere per evitarla. A qualsiasi costo.

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Delfini morti in Toscana, i risultati delle autopsie: “Si tratta di morbillo dei cetacei”

Confermato il morbillo dei cetacei come causa dei sempre più frequenti decessi di delfini dall’inizio dell’estate nel mare della Toscana. Sono 40 gli esemplari morti da inizio 2019 al 13 agosto. A riferire i dati è la regione Toscana, sulla base di una relazione sui risultati delle autopsie sulle carcasse dei cetacei, che confermano i primi esiti delle iniziali analisi. Si ipotizza che alla base della diffusione del virus possa esserci la presenza nel Mediterraneo di sostanze dannose che abbassano le difese immunitarie dei cetacei.

Le analisi fisiche, batteriologiche ed ecotossicologiche hanno confermato che si tratta di virus Cemv, il Mobillivirus dei cetacei e hanno evidenziato anche la presenza di Ddt e Pct, ovvero “policlorobifenili organoclorurati di vecchia generazione utilizzati anche come insetticidi ed ancora presenti nel Mar Mediterraneo”. “Questi prodotti – ha spiegato l’assessore toscano all’Ambiente Federica Fratoni – possono avere un effetto immunosoppressore e dunque possono aver contribuito al diffondersi della malattia ed ai suoi effetti”. Il referto è sottoscritto da tecnici del Dipartimento di Scienze fisiche terra e ambiente dell’Università di Siena, dell’Istituto zooprofilattico sperimentale per la regione Lazio e dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat) e annuncia ulteriori indagini per stabilire eventuali correlazioni tra il fenomeno in corso ed i precedenti analoghi avvenuti sempre nel Santuario dei Cetacei nel 2013 e nel 2016. Il lavoro sarà portato avanti in collaborazione con il Centro di referenza nazionale per la diagnosi dei Mammiferi marini spiaggiati (Credima), che sta analizzando i casi di altri delfini spiaggiati in Liguria.

Federica Fratoni è intervenuta richiamando l’attenzione sul problema dell’inquinamento dei mari: “Faccio un appello al Governo perché finalmente l’Italia aderisca alla Convenzione di Stoccolma del 2001, che mette al bando gli inquinanti organici persistenti. Il nostro è l’unico Paese europeo a non aver ancora sottoscritto quel patto di civiltà ed è giunto il momento di rimediare a questo errore. Siamo impotenti davanti a questo virus – ha spiegato l’assessore riferendosi alle sostanze dannose che hanno causato il diffondersi dell’epidemia – ma potremmo fare molto circa un altro problema evidenziato dalle analisi di tessuti e degli organi prelevati durante gli esami autoptici dei delfini”

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Rifiuti Roma, dalla chiusura di Malagrotta senza alternative al rogo del tmb Salario: come nasce la crisi e cosa può accadere

In principio era Malagrotta, 240 ettari. La discarica più grande d’Europa, nella periferia ovest della città di Roma. Un sito su cui si sono concentrate polemiche ambientaliste, inchieste giudiziarie e anche una procedura d’infrazione dell’Unione Europea. Per anni, a cavallo degli ultimi due decenni, si è cercato vanamente di trovare un sito alternativo alla “buca” di proprietà di Manlio Cerroni, il “Supremo”, il “re della monnezza” romana. Il quale, guarda caso, era proprietario e concessionario di gran parte delle aree ritenute idonee. Qui hanno fallito sindaci, governatori e perfino commissari governativi. E più i politici non decidevano, e più la buca si allargava, fra deroghe e ampliamenti. Finché nell’ottobre 2013, il sindaco Ignazio Marino, di concerto con l’allora neo presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, non fu costretto a cedere alle pressioni di Bruxelles e fermare definitivamente i conferimenti, nonostante da 6 anni il Colari di Cerroni ricordi al Comune di Roma come siano “altri 200.000 metri cubi disponibili”. La “chiusura” fu accolta trionfalmente dal Pd. Ma già serpeggiava un quesito: “E ora i rifiuti dove li portiamo?”. Bella domanda. Anzi “la” domanda. E la risposta è rimasta ancora inevasa. È quello l’esatto momento in cui la città di Roma non ha potuto più nascondere la polvere sotto il tappeto, semplicemente perché il tappeto non c’era più.

Ecco una ricostruzione delle tappe che hanno portato a questa crisi (e le ipotesi sul campo per risolverla).

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Savona, spiaggia libera sì o no? Ogni anno se ne discute, ma questa volta si rischia di peggio

Flavia Calleri è una giovane mamma di Savona che lavora in una libreria. La gentilezza fa parte del suo mestiere perché è tutto il giorno a contatto con il pubblico, ma lunedì scorso questa virtù è stata messa a dura prova. “Il mattino del 24 giugno sono andata al mare con mia figlia di due anni e mezzo – racconta – e ho scelto i bagni Iris, perché lì ci sono altri bambini amici di mia figlia. Già all’ingresso mi guardano storto perché non sono una cliente abituale. Dico che voglio pagare un ingresso giornaliero e mi rispondono che il lettino è obbligatorio. Rispondo che non lo uso perché, con mia figlia che si muove di continuo, non mi serve. Mi dicono che è obbligatorio per evitare che io posi l’asciugamani sul bagnasciuga e mi chiedono 10 euro. Replico, in modo del tutto normale, che mi sembra un po’ caro – di solito ai bagni pago 5 o 6 euro e spesso mi fanno entrare gratis – e a quel punto i gestori, marito e moglie, mi invitano ad andarmene: ‘Vada a chiedere altrove se non le sta bene. Noi qui facciamo così’. Dico che mi sta bene ma mi sembra solo un po’ caro’, ma quelli: ‘No,no, se la mette così, vada pure da un’altra parte. Qui funziona così’. A quel punto dico ‘Ok, pago. Ormai l’ho promesso alla bambina’. E ho dovuto insistere, perché continuavano a respingere i soldi e a dirmi di andarmene. Alla fine gli dico: ‘Basta, mi dia sto lettino e finiamola lì’. Ma dopo questa scena, mia figlia era nervosa. Voleva sempre stare in braccio. Così dopo un’oretta siamo andate via”.

Nel 2015 un episodio simile accaduto a Sabina Guzzanti al “Bau bau Village” di Albisola, e divenne un caso nazionale quando l’ira della protagonista produsse su Facebook oltre 22500 like di solidarietà. Alle 7 del mattino, racconta Silvia Campese su La Stampa, l’artista, che la sera prima ad Albisola aveva presentato il film La trattativa, “passa dalla spiaggia libera e si ferma sulla battigia, entro i cinque metri demaniali, dove è concesso il transito e si distende sull’asciugamano. Immediato l’intervento della titolare, che la fa spostare. Inizia un acceso battibecco, in cui la Guzzanti si appella alla normativa dei cinque metri, mentre la titolare le ricorda che non ha alcun diritto di sostare né di accedere alla spiaggia passando, con un cane, dalla spiaggia libera”. “Sono cresciuta sapendo che la spiaggia è di tutti – scrisse dopo la Guzzanti su Fb – ma oggi mi dicono che, anche nei 5 metri demaniali, posso solo transitare. Questo perché i nostri corrottissimi politici hanno venduto le nostre spiagge. Rispettare una legge ingiusta o ribellarsi? Io ho scelto la seconda!”.

Intervistato dalla Stampa, Enrico Schiappapietra, presidente dell’Associazione Provinciale e Regionale Bagni Marini, ha difeso la scelta dei gestori dei bagni Iris, dicendo che il pacchetto di accesso può essere individuato da ciascun gestore come preferisce, come il menù di un ristorante: “Non posso obbligare un’attività a cucinare il pesce se non vuole”.

La storia di Flavia Calleri sembra però configurare proprio il caso opposto e cioè quello di un cliente che chiede un bicchier d’acqua e gli viene venduto solo se, insieme all’acqua, acquista anche un pesce e, domani, chissà, magari anche una pizza o due gelati. Flavia Calleri non voleva affatto “ribellarsi a una legge ingiusta” come la Guzzanti: voleva solo evitar di pagare un servizio – il lettino – di cui non aveva alcun bisogno. “Io faccio pagare 6 euro, l’ingresso quotidiano con l’uso del cabinone – dice Paola che gestice i mitici Bagni Umberto, celebrati anche da Aldo Grasso, il decano dei critici tv – se poi chi ha pagato l’ingresso appoggia l’asciugamano sul bagnasciuga non mi dà fastidio”.

La rigidità con cui a volte vengono difese non solo le proprietà private ma anche i beni pubblici in concessione (come le spiagge) evoca lo sport nazionale della “difesa dei confini” e in un paese che ufficialmente professa la tutela della famiglia ciò contrasta con lo stato di totale abbandono dell’ultima spiaggia libera di Savona: quella della Margonara. Sopravvissuta a diversi tentativi di cementificazione – il più osceno, il cosiddetto “WaterFront”, prevedeva addirittura palazzine di tre piani fra la spiaggia e l’Aurelia, devastata dallo tsunami che ha distrutto la costa l’autunno scorso – oggi è una quinta di rovine e di detriti che ricorda il sud del Libano. Da anni un comitato di mamme, che l’hanno sempre curata e tenuta pulita, chiede invano che venga resa agibile.

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Monte Bianco, a rimetterci come sempre non sono i ricchi. Ma a tutto c’è un limite

D’estate, nelle belle giornate con il tempo stabile, la foto-shock di centinaia scalatori in fila come formichine sull’Everest potrebbe venire scattata quotidianamente sul Monte Bianco: l’assembramento si forma ormai da anni intorno ai 4.810 metri del tetto d’Europa. Date le conseguenze, gli incidenti spesso mortali, l’inquinamento di un ambiente che era estremo, le risse e l’invivibilità nei rifugi, le autorità francesi di Chamonix, cui fa capo la via di salita più semplice e più frequentata, hanno deciso di regolamentare quest’ennesima situazione degenerata di un’attività un tempo nobile come l’alpinismo, oggi diventata globale e di massa.

Grossomodo, adesso per tentare la salita al Bianco dalla normale francese bisogna aver prenotato per tempo e pagato il rifugio o uno dei 200 posti tenda preparati, e mostrare di avere materiali e carte in regola – ovvero per esempio di essere una guida ufficialmente registrata come operatore internazionale – altrimenti si rischiano multe salatissime, soprattutto se ci si rivolta contro i gendarmi che vengono impiegati per la vigilanza in loco. Un complesso di regole che contribuisce sì a rimettere un po’ d’ordine, ma soprattutto che fornisce una cornice funzionale al grande giro d’affari delle salite organizzate da Chamonix, che i turisti da tutto il mondo pagano profumatamente.

Può sembrare un vezzo assurdo, mentre il mondo va come sta andando, preoccuparsi dei nuovi divieti sul Monte Bianco, che riguardano, peraltro, una piccola tribù, fortunata e privilegiata, come quella dei cosiddetti alpinisti. Eppure c’è anche chi si è scandalizzato, nei giorni scorsi, collegando le durissime multe che i gendarmi francesi del gruppo d’alta montagna di Chamonix ora minacciano (con importi da 300 a 300mila euro, per gli scalatori senza materiali o prenotazione nei rifugi, nonché per aspiranti campeggiatori abusivi), a un piccolo episodio marginale, come la sanzione di 38 euro inflitta a un ricco cafone svizzero che è voluto atterrare con il suo aeroplanino qualche centinaio di metri sotto la vetta, per fare solo l’ultimo tratto della salita.

C’è da dire che, come sono stati avvertiti del fatto, gli uomini della Gendarmerie sono volati in elicottero a fermare l’ali-scalatore briatoresco e i suoi amici, che hanno dovuto rimettere corde e piccozza nello zaino prima di tornarsene in Svizzera con le pive nel sacco, ossia senza aver conquistato la cima tanto ambita. La mancata sanzione classista al trasvolatore elvetico è stata mascherata dal fatto che non ci sono ancora leggi che consentono di punire severamente i voli non autorizzati, ma fa semplicemente parte di una politica che applica il laissez faire solo ai ricchi, che siano appassionati di eli-ski o di salite organizzate dalle agenzie. Alla fine è quella sorta di regime consumista-liberistico globale del dio denaro, che ha trasformato anche la salita al Bianco da Chamonix in una sorta di orribile brutta copia delle scalate turistiche agli Ottomila himalayani.

Nell’ambiente alpinistico, invece di affrontare le questioni di fondo, da due-tre anni impazzano le polemiche sulla svolta restrittiva imposta dalle autorità francesi. Tanto più che il problema, nei giorni estivi di bel tempo come questo, è casomai quello dei rischi legati al riscaldamento globale, e ben altri divieti radicali s’annunciano (per esempio, l’intera seraccata glaciale delle Grandes Jourasses sul versante italiano è a rischio crollo). Altro che affollamento, maleducazione e regole eccessivi, il dramma dell’alpinismo oggi è in primo luogo quello stesso del pianeta, soprattutto in quota: basta guardare le temperature di questi giorni, con lo zero termico che ormai arriva a 5mila metri! Se non rigela nemmeno di notte, andare a muoversi in mezzo ai ghiacciai è puramente una scelta folle, non si capisce nemmeno come razionalmente si possa ancora pensare di farlo: gli alpinisti tutti, per non rischiar la vita, ormai devono scegliere sempre più spesso, e ovunque, di andare in bianco, con la b minuscola.

Peccato che le polemiche si concentrino sempre sulle bagattelle economiche, eludendo la questione ecologica. E’ quanto succede, guarda caso, anche per le Olimpiadi invernali del 2026: ma di questo converrà riparlarne seriamente a parte.

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Clima, Greenpeace Italia in azione su una trivella: “Ci state bruciando il futuro. Stop combustibili fossili”

Attivisti e attiviste di Greenpeace Italia sono in azione da questa mattina all’alba sulla piattaforma di estrazione “Prezioso”, situata nello Stretto di Sicilia, sulla quale hanno aperto un banner con il messaggio “Ci state bruciando il futuro”, diretto al governo italiano, che non sta facendo abbastanza per affrontare l’emergenza climatica.

Gli attivisti, partiti dalla Rainbow Warrior, espongono messaggi con alcuni dei provvedimenti più importanti che i governi dovrebbero prendere nei prossimi anni, a livello nazionale e internazionale, per contenere l’aumento della temperatura media al di sotto di un grado e mezzo ed evitare impatti ancora peggiori dei cambiamenti climatici, come indicato dalla comunità scientifica.

“L’emergenza climatica è sotto gli occhi di tutti e chi dovrebbe fare di tutto per proteggere i cittadini, ovvero il nostro governo, continua invece a perseguire le stesse politiche fossili che hanno contribuito a portarci al punto in cui ci troviamo”, dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. “Oggi siamo in azione nello Stretto di Sicilia per protestare contro l’imminente ampliamento delle attività estrattive del progetto “Offshore Ibleo”. Gas e petrolio sono parte del problema, non della soluzione ai cambiamenti climatici e un governo che voglia difendere i cittadini deve fermare i piani di espansione delle attività estrattive e puntare invece su rinnovabili ed efficienza, per arrivare a zero emissioni entro il 2040”.

Recentemente la Commissione europea ha pubblicato i commenti al Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) redatto dal governo italiano, affermando chiaramente che la centralità assoluta data al gas in questo piano va in senso contrario rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione, ovvero la progressiva riduzione delle emissioni di CO2. Il gas non è affatto un combustibile pulito, è una fonte fossile che emette gas serra. Serve per accompagnare la transizione energetica, ma non deve rallentare questo processo o bloccarlo per decenni, come rischia di accadere in Italia. Anche per questa ragione progetti come “Offshore Ibleo”, che prevedono l’apertura di nuovi pozzi per estrarre ulteriore gas, dovrebbero essere fermati immediatamente.

Questi progetti sono inoltre una minaccia per i nostri mari. Per la prima volta, dopo anni di lotte contro le trivelle, per questo progetto è prevista la redazione di uno scenario che descriva i rischi di incidente rilevante “in fase di perforazione del pozzo o coltivazione del giacimento, incendio della piattaforma…”: rischi che fino ad oggi nessuno ha mai valutato. Secondo ENI questo progetto dovrebbe essere operativo già nel 2021, e d’altra parte sono già state avviate le procedure per gli appalti, ma ancora non si conoscono i contenuti di questo importante documento. Nessuno sa quali rischi stiamo davvero correndo: a parte quelli climatici, ovviamente.

“Ogni nuovo progetto di estrazione di combustibili fossili va in direzione opposta rispetto agli Accordi di Parigi – continua Iacoboni – Nelle ultime settimane Greenpeace ha impedito per dodici giorni a una piattaforma petrolifera di BP di raggiungere la propria destinazione ed iniziare nuove trivellazioni nel mare della Scozia, ha manifestato contro il carbone della compagnia tedesca RWE, la più inquinante di Europa in termini di emissioni di CO2, e oggi sta manifestando pacificamente contro nuove estrazioni di gas in Italia da parte di Eni. Non c’è più tempo da perdere, se vogliamo davvero salvare il clima e noi stessi, dobbiamo fermare nuovi progetti di estrazione e accelerare la transizione energetica verso un mondo cento per cento rinnovabile. È tecnicamente possibile. E dobbiamo farlo», conclude Iacoboni.

Per sensibilizzare sugli impatti dei cambiamenti climatici e sulle soluzioni per contrastarli, la Rainbow Warrior di Greenpeace è impegnata in queste settimane nel tour “Uniti per il clima”, partito dalla Romania e che, dopo aver toccato le coste di Bulgaria e Grecia, è arrivato in Italia. Prossima tappa italiana sarà Palermo, dove la nave sarà aperta a tutti e tutte dal 29 giugno al primo luglio.

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Airbnb propone il giro del mondo in 80 giorni. Ma così non andremo lontano

Mentre Greta Thunberg annuncia che partirà alla volta degli Stati Uniti in barca a vela, coerente con la sua decisione di non prendere più aerei per non inquinare, e mentre si sta formando lentamente un movimento crescente di persone che decidono di eliminare o ridurre i voli – specie quelli brevi – Airbnb, il gigante degli affitti brevi, decide di lanciare il giro del mondo in 80 giorni per soli 5mila dollari. Una notizia che probabilmente, se letta negli anni Ottanta (anni in cui l’individualismo consumista e predatorio si è radicato nelle nostre vite), mi sarebbe probabilmente rimasta indifferente. Ma che oggi, invece, mi ha fatto quasi balzare sulla sedia per la sorpresa (e spero non di non essere l’unica).

Insomma, è incredibile: mentre stiamo cercando di capire come fare per evitare che il nostro mondo collassi, mentre ci interroghiamo sul necessario cambiamento dei nostri stili di vita, mentre abbiamo con fatica elaborato la consapevolezza che il problema del riscaldamento climatico è un problema reale e drammatico e che saremo noi, con le nostre scelte e abitudini, a decidere che direzione prendere, qui si propone un pacchetto in cui il mondo viene trattato alla stregua di un territorio da saccheggiare e dove il turista è un autentico predone, che per il suo folle spostamento inquina in quantità abnorme per – tra l’altro – non conoscere nulla di ciò che vede. Un modo di viaggiare inconsapevole e insensato, proprio come il turismo mordi e fuggi delle grandi navi, dove i passeggeri vengono fatti sbarcare in paesi diversi per poche ore e spesso non sanno neppure dove si trovano, figuriamoci gli usi, le tradizioni e i modi di pensare di chi vive in quei luoghi.

Davvero: che senso ha volare da Londra in Romania, poi in Uzbekistan, poi in Egitto, Giordania, Etiopia, Kenya, Nepal, Bhutan, Thailandia, Cina, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Stati Uniti, Ecuadro, Cile e Islanda (questi i paesi proposti) in poco più di dieci settimana? Che senso ha correre a vedere le Galapagos, poi farsi dopo venti ore di volo una crociera sul Nilo, poi dopo altre venti una gita nel deserto australiano? Che senso ha? Non sono una psicoanalista, ma onestamente mi sembra che possa essere attratto da una simile proposta solo chi soffre di una certa onnipotenza e di uno scarso senso della realtà. E chi, ovviamente, non ha nessuna coscienza ecologica, né si prende cura in alcun modo del mondo, convinto anzi che quest’ultimo stia lì per essere semplicemente consumato.

Del problema del turismo inconsapevole si parla da tempo. I Comuni più illuminati, ad esempio, stanno mettendo dei vincoli per evitare che le città d’arte si trasformino in immensi luna park (come ormai è diventata Roma e pure Venezia), con palazzi disabitati dove tutti gli appartamenti sono stati convertiti in b&b. Da tempo ci si chiede, tra l’altro, come evitare che questi redditi da affitto turistico vengano anche dichiarati, perché siamo di fronte a una sorta di evasione di massa tra le più scandalose. Ma soprattutto da tempo ormai si sta mettendo in discussione un tipo di turismo che porta soldi ma impoverisce le città, senza arricchire chi viaggia. Un turismo a cui la proposta di Airbnb mette il turbo invece del freno, citando tra l’altro impropriamente il capolavoro letterario Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne, che nulla ha di questo spirito.

Il problema, ovviamente, non è solo Airbnb ma tutto il resto, e cioè una società e delle istituzioni che non dovrebbero far sì che di fronte a proposte del genere le persone non alzino la testa e dicano: “Questo è assurdo, no, non si può fare”. D’altronde, di ambiente e riscaldamento climatico la nostra politica non parla mai: con la Lega che governa il paese, figuriamoci, dobbiamo solo sperare in futuro che non propongano l’uscita dall’accordo di Parigi o simili follie, schierandosi con i populisti dell’Europa orientale che di recente hanno impedito l’accordo sulle emissioni zero nel 2050.

Come non parla, di ambiente e riscaldamento climatico, l’informazione, a parte alcuni siti e articoli di quotidiani: avete mai visto uno dei mille talk show politici giornalieri e serali parlare di questi temi? Avete mai sentito in campagna elettorale qualcuno dei conduttori giornalieri o serali fare domande sull’ambiente? (La colpa, ovviamente, è anche degli autori che scrivono quelle domande: questo merita un pezzo a parte). In questo scenario – abbastanza allucinante, visto che la gravità dei problemi negati è immensa, come le recenti alluvioni e l’attuale ondata di calore dimostra – un minimo di lavoro lo stanno facendo, da sole, le scuole e anche le famiglie. Però ancora è poco, specie se il cambiamento non viene spinto dall’alto. Ma se non capiamo che ormai è impossibile prenderci cura di noi se non ci prendiamo cura del mondo, non andremo lontano. Neanche se stiamo seduti su un Boeing a due piani diretti da Tokyo al Cairo.

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