Archivio Tag: Ambiente & Veleni

Groenlandia, aumento della temperatura fa sciogliere il ghiaccio. La foto simbolo

In Groenlandia il ghiaccio si sta sciogliendo velocemente, almeno in questi giorni. La foto scattata durante la missione di un team di ricerca danese lo testimonia: il 13 giugno Steffen Olsen, scienziato del Centro per l’Oceano e i ghiacci dell’Istituto meteorologico danese, ha immortalato i cani da slitta che corrono nell’acqua fino alla caviglia attraversando il fiordo parzialmente sciolto di Inglefield Bredning. Nell’immagine sembra che i cani camminino sull’acqua di un grande lago, anche se, ha spiegato Olsen, sotto il ghiaccio c’è ancora una lastra di 1.2 metri di spessore che ora è completamente ricoperta dall’acqua. Il collega di Olsen, Rasmus Tonboe, che ha twittato la foto, ha spiegato che “lo scioglimento rapido del ghiaccio marino con bassa permeabilità e le poche crepe mantengono l’acqua di fusione in superficie”.


Olsen ha scritto su Twitter che per recuperare il materiale meteorologico e oceanografico collocato mesi fa, il suo team si è basato sulle conoscenze tradizionali dei cacciatori locali e dei loro cani spesso in cerca di punti asciutti sul ghiaccio. Il team ha anche utilizzato, per pianificare il viaggio, immagini satellitari.

In un’intervista al Guardian Ruth Mottram, scienziata dell’Istituto meteorologico danese, ha affermato che gli eventi di fusione come quello nella foto si verificano in una fase più avanzata dell’estate ma è ancora troppo presto per dire quale sia il ruolo effettivo del riscaldamento globale: anche se le temperature sono insolite, le condizioni non sono senza precedenti. Ha affermato, inoltre, che “le simulazioni sul modello climatico prevedono che ci sarà un generale declino della lunghezza della stagione dei ghiacci in Groenlandia”, ma non si sa ancora quanto velocemente avverrà e di quanto sarà l’aumento della temperatura.

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Cambiamenti climatici, “un quinto del territorio nazionale italiano a rischio desertificazione”

Un anno fa, in occasione della Giornata mondiale contro la desertificazione indetta dall’Onu, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa parlava di ‘piena emergenza’. D’altronde sono passati 25 anni dalla firma della Convenzione Onu per la lotta alla desertificazione (Unccd) e ormai si tratta di un fenomeno che, nel mondo, interessa oltre cento Paesi, minacciando la sopravvivenza di circa un miliardo di persone. Secondo l’ultimo Atlante mondiale sulla desertificazione elaborato dal Joint research centre dell’Ue, c’è anche l’Italia fra i tredici Stati membri colpiti. Oggi è la Coldiretti a ricordare la situazione del nostro Paese: “Un quinto del territorio nazionale è a rischio desertificazione a causa dei cambiamenti climatici con prolungati periodi di siccità, ma anche del progressivo consumo di suolo e della mancata valorizzazione dell’attività agricola nelle aree più difficili”. Eppure non si fa abbastanza. Basti pensare ai limiti del Piano nazionale energia e clima proposto dal Governo rispetto agli impegni presi con l’Accordo di Parigi, al Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici del quale non si hanno più notizie dopo la consultazione della prima bozza e alla legge contro il consumo di suolo lontana dall’approvazione.

La desertificazione in Europa
La desertificazione colpisce l’8% del territorio dell’Ue, in particolare nell’Europa meridionale, orientale e centrale. Queste regioni rappresentano un territorio di circa 14 milioni di ettari. Il fenomeno interessa tredici Stati membri: oltre all’Italia, Bulgaria, Cipro, Croazia, Grecia, Lettonia, Malta, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria. Non è un caso se a fine 2018, dopo aver esaminato il rischio di desertificazione in Europa, la Corte dei Conti europea ha scritto a Bruxelles, giudicando incoerenti i provvedimenti presi finora dalla Commissione e dagli Stati membri per combattere il fenomeno e sottolineando la mancanza di un quadro complessivo del problema. “Zone calde semidesertiche – ha scritto la Corte – esistono già nell’Europa meridionale e si stanno estendendo a Nord”.

I danni della siccità
Secondo il Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti Climatici “entro fine secolo in Italia la temperatura potrà aumentare tra 3 e i 6 gradi” con un’estremizzazione del nostro clima accompagnata da precipitazioni violente alternate a periodi di aridità. D’altro canto già i primi quattro mesi del 2019 sono stati segnati da una grave siccità “con circa un quarto di pioggia in meno” ricorda Coldiretti, sottolineando che “la siccità è diventata l’evento avverso più rilevante per l’agricoltura con fenomeni estremi che hanno provocato in Italia danni alla produzione agricola nazionale, alle strutture e alle infrastrutture per un totale pari a più di 14 miliardi di euro nel corso di un decennio”. Su un territorio meno ricco e più fragile per l’abbandono forzato dell’attività agricola in molte aree interne si abbattono gli effetti dei cambiamenti climatici “favoriti anche dal fatto che l’ultima generazioni in 25 anni è responsabile in Italia della scomparsa di oltre un quarto della terra coltivata (-28%)”. Colpa della cementificazione e dell’abbandono “provocati da un modello di sviluppo sbagliato che ha ridotto la superficie agricola utilizzabile in Italia ad appena 12,8 milioni di ettari”.

Prandini: “Serve un cambio di passo”
Secondo il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, “in un Paese comunque piovoso come l’Italia, che per carenze infrastrutturali trattiene solo l’11% dell’acqua, occorre un cambio di passo nell’attività di prevenzione”. In Italia utilizziamo più del 30% delle risorse rinnovabili d’acqua disponibili, una soglia di molto superiore a quella del 20% indicata dall’obiettivo europeo e a causa della quale l’Italia è indicata dall’Ocse come paese soggetto a stress idrico medio-alto. Il primo step? “La realizzazione di piccole opere di contrasto al rischio idrogeologico, dalla sistemazione e pulizia straordinaria degli argini dei fiumi ai progetti di ingegneria naturalistica, ma allo stesso tempo – continua – un piano infrastrutturale per la creazione di invasi che raccolgano tutta l’acqua piovana che va perduta e la distribuiscano quando ce n’è poca, con la regia dei Consorzi di bonifica e l’affidamento ai coltivatori diretti”. E poi c’è la questione della legge sul consumo di suolo approvata da un ramo del Parlamento nella scorsa legislatura “e finita su un binario morto in attesa della discussione in Senato”.

Il caso della Sicilia
Proprio in occasione della giornata mondiale della lotta contro la desertificazione la Sicilia ha approvato, tra le prime regioni in Italia, un documento predisposto dall’Autorità regionale idrica. “Pur essendo la Sicilia la regione più a rischio nel Paese – sottolinea il governatore Nello Musumeci – non esisteva ancora un piano strategico per la lotta alla desertificazione”. Lo studio evidenzia rilevanti segni di vulnerabilità. Le aree critiche rappresentano oltre la metà dell’intera regione (56,7%) e un altro terzo (35,8%) è classificato come ‘fragile’. Le cause? Erosione, salinizzazione dei suoli, aridità e siccità, ma anche l’impatto delle attività dell’uomo.

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Panda gigante salvato dagli abitanti di un villaggio, dopo due mesi di cura è libero

Un panda gigante che si era ammalato ed era stato salvato da alcuni abitanti, è tornato in libertà dopo 10 settimane di cure. L’animale era stato trovato il 5 aprile dai contadini della Contea di Jiuzhaigou, situata nella Provincia sudoccidentale di Sichuan. Il Centro di Ricerca di Chengdu per l’Allevamento dei Panda Giganti aveva inviato un gruppo di due veterinari e un allevatore per soccorrere il raro animale nella Contea di Jiuzhaigou.

Il gruppo aveva esaminato l’esemplare, una femmina adulta con un’età presumibilmente compresa tra i 7 e gli 8 anni vedendola gravemente disidratata, e diagnosticandole numerose patologie, tra cui disturbo elettrolitico, acidosi metabolica, infezione, anemia e disfunzioni cardiache. Dopo più di due mesi di trattamento intensivo e assistenza, l’assunzione di cibo e lo stato mentale del panda sono migliorati gradualmente. Ora l’animale pesa 85 chilogrammi, 10 chilogrammi in più rispetto all’inizio delle cure.

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Auto elettriche, e se le ricaricassimo tutte insieme? Ecco cosa succederebbe

Quando si parla di auto elettriche, c’è sempre un gruppetto di persone che sostiene che non saranno mai possibili per varie ragioni più o meno fantasiose, tipo che non so dove caricare la macchina elettrica, che mi fa fatica aspettare che le batterie si carichino, e se voglio andare da Roma a Milano senza mai fermarmi come faccio? Per non parlare della storia che ricompare sempre che le auto elettriche “inquinano più di quelle convenzionali”. Ma questo è falso, specialmente se usiamo energia rinnovabile per caricare i veicoli elettrici. Usiamo energia prodotta a zero emissioni di gas inquinanti per azionare veicoli che hanno emissioni zero di gas inquinanti.

Torna tutto, sembrerebbe, ma ci potrebbe essere un problema che viene spesso tirato fuori in queste discussioni: se introduciamo qualche decina di milioni di veicoli elettrici nel sistema di trasporto italiano, che succede al momento in cui tutti li mettono in carica? Ti pare possibile che la rete elettrica possa reggere? Sicuramente sarà un disastro: blackout totale! Sotto certi aspetti, non è una paura totalmente infondata: vi posso raccontare di quando un mio amico ha provato a caricare la sua Tesla a una presa di corrente di casa mia. I fusibili sono saltati talmente alla svelta che mi era quasi venuto il dubbio che non ci sia stato nemmeno bisogno per i connettori di toccarsi – che fosse stato l’effetto di una misteriosa empatia elettronica a distanza! Ma, a parte l’impianto di casa mia che evidentemente non era stato progettato per caricare le Tesla, potrebbe succedere qualcosa del genere a livello nazionale?

Certo, la stabilità della rete elettrica non è sempre garantita e tutti ci ricordiamo del blackout del 2003 che mise al buio l’Italia intera. Se era bastato un albero caduto per avere questo effetto, cosa potrebbe succedere se i proprietari di qualche milione di veicoli elettrici volessero caricarli tutti insieme? Ma, in realtà, non c’è veramente da preoccuparsi. Come possiamo leggere in un recente rapporto di “Transport and Environment”, i veicoli elettrici non sono un problema per la rete elettrica, anzi sono un’opportunità per renderla più efficiente e risparmiare risorse.

Come succede spesso quando si parla di veicoli elettrici o di energia rinnovabile, si tende a ragionare sulla base di schemi ormai antiquati che vedono la rete elettrica come un sistema rigido e inflessibile, quindi soggetto a collassi improvvisi. Ma non è così, perlomeno non lo è più: la rete sta rapidamente evolvendo per diventare intelligente, ovvero “smart”. E’ un termine che non è solo una moda, ma che indica la trasformazione di tutti i sistemi distribuiti in sistemi flessibili che si adattano alle esigenze degli utenti e non solo: tendono a gestire la domanda in modo da ottimizzare i costi. Questa è una cosa che vedremo sempre di più nel futuro: i gestori della rete tenderanno a usare prezzi differenziati per incoraggiare gli utenti a usare energia elettrica quando è abbondante, per esempio durante il giorno, quando gli impianti fotovoltaici sono bene illuminati. L’energia sarà disponibile anche di notte, prodotta per esempio dal vento, dal biogas, o immagazzinata in batterie. Ma sarà più costosa.

Nell’ambito di una rete intelligente, i veicoli elettrici hanno un loro ruolo come un ulteriore elemento che permette di flessibilizzare la domanda. Si tratta di sviluppare il concetto di “ricarica intelligente,” ovvero ricaricare le auto elettriche nel momento migliore della giornata – per esempio di giorno quando gli impianti fotovoltaici producono al massimo. Ma non solo: i veicoli elettrici possono giocare un ruolo attivo della gestione della rete intelligente: è il concetto di “V2G” (vehicle to grid) dove le batterie dei veicoli funzionano come sistemi di stoccaggio di energia “su ruote”. Possono immagazzinare energia quando ce n’è bisogno, evitando di doverla sprecare durante i picchi di produzione e, inoltre, possono restituirla alla rete quando la produzione è insufficiente.

Insomma, i veicoli elettrici sono una grande opportunità per il “Paese del sole”, dove possiamo produrre energia rinnovabile abbondante e a basso costo. E’ solo un fallimento dell’immaginazione quello che ci fa rimanere ancorati a tecnologie obsolete come il motore diesel o il metano come combustibili.

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Dolomiti, la maratona su due ruote è dedicata al domani. E sarà banco di prova di un turismo ‘slow’

Doveva diventare un bike day da record d’Europa, per festeggiare i dieci anni dalla proclamazione delle Dolomiti patrimonio dell’umanità Unesco: più di cento km di strade chiuse al traffico e affidate per qualche ora agli appassionati di bicicletta, per uno splendido tragitto tra cinque passi tra le valli ladine del Trentino, del Veneto e dell’Alto Adige. E invece, dopo che l’amministrazione di Canazei ha fatto dietrofront sulla chiusura delle sue strade, il primo dei ciclo-raduni estivi delle Dolomiti, domenica 16 giugno, torna al solito tragitto tra Campolongo, Falzarego e Valparola, con il consorzio Arabba-Fodom Turismo accanto ad Alta Badia per l’organizzazione.

Il grande fiume degli appassionati a due ruote dovrà attendere ancora una settimana per invadere anche il Pordoi, il Sella e il Gardena, riversandosi il 22 giugno sulle strade delle Dolomiti ladine, per la 14esima edizione del SellaRonda, la festa sogno di decine di migliaia di ciclisti della domenica. Per poi veder sfilare con una certa invidia l’élite degli amatori di tutto il mondo, il 7 luglio, per la Maratona dles Dolomites, che distribuisce appena 9mila pettorine ma è diventata una delle granfondo più ambite e più seguite del mondo, con 138 km e 4.230 metri di dislivello.

Questa manifestazione, che è un po’ il clou dell’estate a due ruote, vanta di notevole anche l’originalità del suo patron, Michil Costa, albergatore e appassionato difensore delle radici ladine, della natura e della libertà, nonché propugnatore di un’altra economia: uno che non ha timore di usare con convinzione parole come Bene Comune, Speranza, Ospitalità, Bellezza, Amore. Del resto, nella tradizione politica verde delle Alpi orientali la personalità di riferimento è ancora l’anti-nazionalista cristiano-sociale Alexander Langer, seppur la figura di spicco sia sempre Reinhold Messner.

Anche di Costa verrebbe da dire, banalizzando, che oggi appare come una sorta di sovranista alla rovescia, un autentico “g-local” europeo, un liberal-socialista-green, se non fosse anche una persona con un percorso e una visione culturale profondi, un umanista con un’identità religiosa di confine tra oriente e cristianesimo, un tipo snob che viene dal punk. Perciò i discorsi di Michil sono molto diversi da quelli classici di un imprenditore perbene: sono davvero un unicum degno di nota, che ritrovate sia sul suo blog personale, sia sul sito del suo hotel di famiglia, lo splendido La Perla di Corvara. Faranno magari ancora sorridere qualcuno, di certo, tra i tanti affaristi di un certo mondo turistico e tra i troppi ciniconi che bazzicano nell’ambiente sportivo, anche in quello degli appassionati danarosi delle due ruote, a volte non proprio così “amatoriale” sotto il profilo etico (all’ultima Nove Colli in Romagna hanno beccato e multato per doping un concorrente qualunque…).

Quest’anno il tema scelto per la Maratona è direttamente il Duman, il domani in ladino, che è poi anche, per dirla con la generazione Greta, il futuro per cui lottare. In effetti quel che sarebbe ancora più notevole è la possibilità che si realizzi, a medio termine, l’orizzonte in cui si inscrive “la lezione di Michil” per la riconversione delle Dolomiti ladine, da teatro di un indescrivibile saccheggio di risorse e di bellezza a banco di prova di un possibile nuovo turismo slow, dove le strade e gli impianti di risalita non sono più presi d’assalto da migliaia d’impazienti e inurbani “velocisti” del mordi e fuggi auto-motorizzato, ma si trasformano in strumenti di accessibilità. E’ singolare che una lezione del genere possa venire proprio dal successo di una celeberrima gara di ricchi “velocipedisti del Terzo Millennio”, seppur maratona di nome e di fatto, per la durezza del percorso. Ma la vera corsa contro l’impossibile sarebbe questa: della salvaguardia della natura, nelle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità come nel resto del pianeta.

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Plastica, ogni settimana ne ingeriamo 5 grammi con acqua e cibi: “Come mangiare una carta di credito”

Ogni settimana ingeriamo fino a 2000 minuscoli frammenti di plastica, una quantità equivalente al peso di una carta di credito. A dirlo è lo studio “No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People” dell’Università australiana di Newcastle e commissionato dal Wwf, che combina i dati di oltre 50 precedenti ricerche. Secondo lo studio la maggior parte delle particelle ingerite sono sotto i 5 millimetri di grandezza e molte si trovano nelle acque di tutto il mondo, sia in quella di superficie che in quella delle falde. Nelle acque degli Stati Uniti e dell’India ne sono state riscontrate il doppio rispetto a quelle di Europa e Indonesia.

Tutti i giorni, quindi, insieme all’acqua del rubinetto o in bottiglia, alla birra, ai frutti di mare, al pesce e al sale, ingoiamo anche la plastica. Si sta ancora indagando su eventuali effetti negativi sulla salute causati dall’invasione nella natura delle microparticelle, che si diffondono nell’aria, nel suolo e nei mari: al momento si sa che le materie plastiche sono in grado di assorbire anche agenti tossici e cancerogeni dall’ambiente. Uno studio dell’università Heriot-Watt di Edimburgo ha però quantificato fino a 68.415 fibre di plastica potenzialmente pericolose che finiscono nel nostro stomaco ogni anno.

I risultati della ricerca dell’Università australiana, segnano, secondo Marco Lambertini, direttore internazionale del Wwf, “un importante passo in avanti nel comprendere l’impatto dell’inquinamento da plastica sugli esseri umani”. Ogni anno sono 8 milioni le tonnellate di rifiuti che finiscono negli oceani, di cui il 75% è costituito da plastica. Questo, rileva lo studio, provoca un danno all’economia del mare stimato dal Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite in 8 miliardi di dollari all’anno. “È chiaro – conclude Lambertini – che si tratta di un problema globale, che può essere risolto solo affrontando le cause alla radice. Se non vogliamo plastica nel corpo, dobbiamo fermare i milioni di tonnellate di plastica che continuano a diffondersi nella natura. È necessaria un’azione urgente a livello di governi, di imprese e di consumatori, e un trattato globale con obiettivi globali”.

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Orbetello, dalla spiaggia spunta lo scheletro gigante di una balenottera di 15-17 metri: il video del WWF

Le grandi vertebre emergevano dalla sabbia, quando ad accorgersi del gigantesco scheletro è stato un abituale frequentatore del litorale toscano, Nicolò Dionisi, che ha immediatamente contattato la vicina Oasi WWF della Laguna di Orbetello. Siamo alle porte del santuario Pelagos, nei pressi di Ansedonia, in alta Toscana, dove oggi è stato rinvenuta sul bagnasciuga la carcassa di un grande cetaceo, che, presumibilmente, sembra essere una balenottera comune o un capodoglio, a giudicare dalle dimensioni della colonna vertebrale.

La carcassa dell’animale è in stato di avanzata decomposizione, lunghezza stimata tra i 15 e i 17 metri anche se non si vede la parte craniale della colonna. Quello nei pressi di Ansedonia è il nono ritrovamento negli ultimi tre mesi di un grande cetaceo. Questi animali sono minacciati dalla plastica, un enorme problema per i nostri mari, dalle malattie e dall’eccessivo traffico marittimo anche in quella che dovrebbe essere la loro “casa sicura”, il Santuario Pelagos.

Nel video Laura Pintore di WWF Italia.

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“‘Il mare più bello 2019” è il Tirreno: la classifica di Legambiente e Touring Club che valuta anche i comuni plastic free

Le località più belle d’Italia si affacciano sul Tirreno. Quest’anno la guida di Legambiente e Touring Club Italiano, “Il mare più bello 2019” assegna il riconoscimento delle 5 vele a sette comprensori turistici bagnati da quelle acque. Pollica (Salerno) e il Cilento Antico al top della classifica, seguiti da Castiglione della Pescaia (Grosseto) e la Maremma Toscana e Posada (Nuoro) con le Terre della Baronia e il Parco di Tepilora. Se il Terreno è il mare più premiato, la classifica delle regioni vede la Sardegna al primo posto seguita da Sicilia, Puglia, Campania e Toscana. Sono in tutto 97 i comprensori turistici individuati sulla base dei dati raccolti da Legambiente sulle caratteristiche ambientali e sulla qualità dell’ospitalità. E quest’anno entra nella guida un nuovo simbolo: quello dei comuni “plastic free”.

LE 5 VELE – La Sardegna è dunque la regione più premiata con 5 comprensori a 5 vele: dalle terre della Baronia di Posada, poco sotto Olbia, all’area più a nord che comprende la Gallura costiera; a sud le 5 vele sventolano invece sul litorale di Baunei (Nuoro) e su quello di Chia, la famosa spiaggia del Comune di Domus De Maria (Sud Sardegna). Cinque vele anche sulla costa nord occidentale, lungo il litorale della Planargia, che comprende il Comune di Bosa (Oristano). Importanti anche i riconoscimenti ottenuti da Sicilia, Puglia, Campania e Toscana. Nel primo caso la vacanza a 5 vele è assicurata in tre comprensori fra i primi classificati: il Litorale Nord di Trapani, le coste dell’isola di Pantelleria, sempre in provincia di Trapani, e quelle dell’isola di Ustica, in provincia di Palermo. In Puglia lungo la costa del Parco Agrario degli Ulivi secolari, tra le provincie di Bari e Brindisi e, poco più sotto, nell’Alto Salento Adriatico e nell’Alto Salento Jonico, entrambi in provincia di Lecce. La Campania piazza due comprensori al top: il Cilento Antico, vincitore di quest’anno e la Costa del Mito, entrambi in provincia di Salerno. Due comprensori a 5 vele anche per la Toscana, i comuni della Maremma Toscana e quelli della Costa d’Argento e dell’isola del Giglio, tutti in provincia di Grosseto, mentre in Liguria le Cinque vele sventolano sui tre Comuni delle Cinque Terre.

COMPRENSORI A 4 VELE – Le 4 vele sventolano in Sardegna su dieci comprensori turistici: sul litorale di Pula a sud dell’isola, nel Golfo degli Angeli, lungo la costa sud occidentale e le isole sulcitane, sulla Costa Verde, nel Golfo di Oristano, in quello dell’Asinara, nell’arcipelago de la Maddalena, nel Golfo di Olbia che comprende l’area marina protetta di Tavolara e ancora nel Golfo di Orosei e, poco più a sud, lungo il litorale dell’Ogliastra. Per quanto riguarda la Toscana, le 4 vele vanno all’isoletta di Capraia, nell’Arcipelago Toscano. In Puglia, al versante Sud del Gargano, alle Isole Tremiti e al Basso Salento Adriatico. In Sicilia a Egadi e Pelagie, all’isola di Salina e al Golfo di Noto. Le 4 vele sventolano anche sul Golfo dei Poeti e lungo la Baia di Levante, in Liguria. In Lazio lungo le coste delle isole Ponziane, sulla Riviera di Ulisse e la Maremma Laziale. In Campania, sui comuni della Costiera Amalfitana e l’Isola di Capri e nella Penisola Sorrentina, in Basilicata lungo la Costa di Maratea e, in Calabria, sulla Costa dei Gelsomini. Risalendo il mar Adriatico 4 vele sono state assegnate quest’anno alla costa dell’Area Marina Protetta del Cerrano in Abruzzo e alla Riviera del Conero, nelle Marche.

I LAGHI – La guida dedica anche una sezione alle località del turismo lacustre. In questo caso è il Trentino-Alto Adige la regione al top per numero di comprensori tra i primi classificati, con tre laghi dei sette a 5 vele: il lago di Molveno, quello di Fiè e quello di Monticolo. Cinque vele anche per il lago dell’Accesa, in Toscana, quello di Avigliana Grande, in Piemonte, il lago del Mis in Veneto e la riva Occidentale del Lago di Garda.

I COMUNI PLASTIC FREE – Quest’anno entra nella guida un nuovo simbolo: è quello dei comuni ‘”plastic free“, cioè che hanno adottato misure per ridurre la plastica monouso sul proprio territorio. Sono 32 quelli presenti nella guida: San Vito Chietino (Chieti), Maratea (Potenza), Castellabate e Pollica (Salerno), Capri e Ischia (Napoli), Sperlonga (Latina), Riomaggiore e Vernazza (La Spezia), Bordighera (Imperia), Otranto (Lecce), Isole Tremiti (Foggia), Carloforte e Domus de Maria (Sud Sardegna), Realmonte, Lampedusa e Linosa (Agrigento), Capo d’Orlando, Taormina, Malfa e Santa Marina Salina (Messina), Favignana, Pantelleria e San Vito lo Capo (Trapani), Noto (Siracusa), Campo nell’Elba, Capoliveri, Marciana Marina e Porto Azzurro (Livorno), Castiglione della Pescaia, Follonica e Scarlino (Grosseto) e Chioggia (Venezia).

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Coldiretti, dopo le cavallette in Sardegna, le api sciamano nel centro di Bologna e le cimici invadono il Nord Italia

Ieri le cavallette, oggi api e cimici. Dopo le milioni di locuste che stanno devastando le campagne di Ottana, Iscras e Bolotana e in particolare modo Orani, in Sardegna, la Coldiretti lancia un altro allarme. Con il caldo, sciami di api hanno invaso Bologna, prendendo casa nel sottotetto della famosa biblioteca dell’Archiginnasio a pochi passi da Piazza Maggiore, in pieno centro. Ma anche nelle campagne del Nord Italia non c’è tregua: un’invasione di cimici ha causato danni al 40% dei raccolti nei terreni colpiti. I bersagli principali degli insetti sono meli, peri, kiwi, ma anche peschi, ciliegi, albicocchi e piante da vivai.

Nei centri abitati del Nord “i cittadini sono costretti a barricarsi in casa con porte e finestre” a causa della “cimice marmorata asiatica”, ha detto Coldiretti. “La situazione è difficile in tutto il Nord dal Friuli al Veneto, dalla Lombardia all’Emilia Romagna fino in Piemonte”, hanno spiegato gli esperti. “La diffusione improvvisa di questi insetti che non hanno nemici naturali è stata favorita dalle alte temperature. La lotta in campagna per ora può avvenire solo attraverso protezioni fisiche come le reti a difesa delle colture”. La Coldiretti ha chiesto poi al Governo di approvare il decreto “per l’immissione di specie e popolazioni non autoctone di organismi antagonisti di insetti alieni nel territorio italiano e ad accelerare le altre fasi dell’iter per autorizzare l’uso della vespa samurai, antagonista naturale della cimice”.

A Bologna, gli apicoltori della Coldiretti, con l’aiuto dei Vigili del fuoco, hanno recuperato le api mettendole in un’arnia. Ora le porteranno in un apiario dove potranno creare una nuova famiglia. A intervenire, padre e figlio apicoltori, Matteo e Maurizio Lorenzini, che sono stati ringraziati da Coldiretti Bologna: “Si sono resi disponibili per un lavoro così complesso e delicato per la sicurezza dei cittadini. Di fronte a questi episodi il consiglio è quello di non improvvisare e di rivolgersi a personale esperto che sa come trattare i preziosi insetti”.

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Pisa, il porticciolo diventa il primo plastic-free: “Borracce, posate di bambù e piatti di carta per salvare il mare”

Hanno abolito la plastica monouso e cercano di incentivare la buone pratiche. Dallo scorso mese di aprile, il porto turistico di Marina di Pisa è diventato il primo porto plastic free d’Italia, ed è stato inserito in uno specifico elenco del ministero dell’Ambiente. Alle imbarcazioni in entrata e in uscita viene fornito un eco-kit che comprende borraccia e stoviglie riutilizzabili, invece il bar e ristorante ha optato per soluzioni come le posate di bambù, i piatti di carta e la plastica compostabile.

Un’iniziativa a tutela del mare, che si inserisce all’interno della campagna #StopSingleUsePlastic lanciata dalla Onlus Mare Vivo. Ogni anno finiscono nei mari 13 milioni di tonnellate di plastica che equivalgono a sedici buste colme di spazzatura per ogni metro delle nostre coste. Il 49 per cento della spazzatura in mare è composto dalla plastica monouso, se continuiamo così nel 2050 potrebbe esserci più plastica che pesci, in mare. A partire da quest’estate anche le novecento spiagge del litorale toscano elimineranno la plastica monouso. Anche i pescatori locali collaborano da mesi alla raccolta della plastica in mare, durante la pesca, come auspica il disegno di legge Salva Mare

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