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Gasperini, i tifosi della Lazio si passano il suo numero e lo riempiono di messaggi di insulti

Dal campo allo smartphone. La rivalità tra Atalanta e Lazio si arricchisce di un nuovo capitolo, questa volta poco piacevole, soprattutto per Gian Piero Gasperini. L’allenatore dei bergamaschi si è ritrovato il cellulare inondato di messaggi di insulti: come racconta la Gazzetta dello Sport, alcuni tifosi biancocelesti sono infatti entrati in possesso del suo numero e hanno iniziato a diffonderlo. Il tam tam ha costretto Gasperini a dover bloccare gli haters, per evitare di continuare a ricevere altri messaggi.

Uno strascico dell’ultima partita di campionato, che ha visto la Lazio trionfare per 3-1 e prendersi la rivincita dopo la sconfitta di qualche giorno prima in Coppa Italia. Anche questa volta in campo e nel post partita non sono mancate le tensioni. La rivalità ha origine dalla finale di Coppa Italia del 2019, vinta dalla Lazio tra le polemiche dei nerazzurri e di Gasperini in particolare.

Domenica, in conferenza stampa, lo stesso allenatore è tornato su quell’episodio: “C’è quella finale rimasta in sospeso un po’ per tutti”. Il Gasp ha anche aggiunto: “Loro arrivavano da qualche partita persa contro di noi. Se hanno trovato il modo di metterci in difficoltà? Non direi, prima di oggi ne avevano perse tante e finiscono quasi sempre dietro di noi in classifica”. Poco dopo ha replicato il vice di Simone Inzaghi, Massimiliano Farris: “L’acredine negli anni deve essere figlia della Coppa Italia vinta da noi nel 2019 visto che ne parlano sempre: ce la teniamo stretta a Formello dove fa bella mostra di sé perché è storia, i nerazzurri stavolta possono riprovarci avendoci eliminato prima”.

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Europei di calcio, a sei mesi dal calcio d’inizio non si sa dove verranno disputati: esclusa la formula itinerante, ecco le ipotesi in ballo

Archiviate le varie discussioni e accantonata l’ipotesi legata allo slittamento di qualche mese, la Uefa lo scorso 17 marzo ha ufficialmente rinviato di un anno gli Europei di calcio. Il motivo è noto, ma vale la pena ribadirlo: portare a termine la stagione che era stata sospesa forzatamente a causa della pandemia. Da Nyon hanno rivelato che l’impatto economico si è aggirato tra i 100 e i 200 milioni di euro, anche se c’è chi ha stimato 300 milioni di perdite. Un grosso buco, certo, ma tutto sommato sostenibile in relazione a una crisi senza precedenti che ha stravolto come non mai l’intero movimento causando, tra incontri annullati e partite disputate a porte chiuse, ingenti danni a tutti i club. L’ultimo report della società di revisione KPMG Football Benchmark è parecchio impietoso: le principali società europee prese in esame (in Italia la Juventus, in Francia il Psg e così via) hanno fatto registrare un netto calo dei ricavi, causato dai motivi più disparati, vedi la chiusura degli stadi, la diminuzione dei proventi televisivi o il costo dei tesserati da coprire con flussi di entrata piuttosto ridotti.

La preoccupazione che in questi giorni sta scuotendo i vertici della Uefa è relativa al format itinerante del prossimo Europeo, che da copione dovrebbe svolgersi dall’11 giugno all’11 luglio in dodici paesi differenti (presente anche l’Italia con l’Olimpico di Roma) ma che – come svelato dall’amministratore delegato del Bayern Monaco Rummenigge – potrebbe subire una modifica netta e decisa per arginare il Covid. Aleksander Ceferin, il capo del calcio europeo, starebbe valutando con numeri e dati pandemici alla mano l’idea di far disputare il torneo in un’unica nazione mettendo in atto un rigido protocollo sanitario. Ma nonostante si cerchi di lavorare con il massimo della lungimiranza, l’incertezza su alcune variabili (tra le più importanti la presenza dei tifosi allo stadio) ha gettato i massimi dirigenti Uefa nello sconforto. Una decisione in tal senso dovrebbe arrivare non prima del 5 marzo, quando si analizzeranno quattro scenari: quello più ottimistico (e al momento più irreale) prevederebbe l’apertura degli impianti al 100% del pubblico, gli altri limiterebbero la capienza a percentuali più basse mentre l’ultimo, praticamente sulla scia del contesto attuale, comporterebbe l’intero Europeo a porte chiuse.

Le alternative allo spettacolo itinerante tanto decantato da Michel Platini sono molteplici. Inizialmente si è parlato della Russia di Putin, i cui punti a favore poggiano sui numerosi stadi di recente costruzione e soprattutto sul successo ottenuto nell’ultima edizione del Mondiale, definito addirittura da Usa Today come “il migliore mai organizzato finora”. Certezze che, anche nella terra degli Zar, vacillano sempre più. Contagi nuovamente in aumento (Mosca e San Pietroburgo guidano la triste classifica) e una corsa al vaccino, lo Sputnik V, che sa di risposta a Stati Uniti e Cina. Un’altra opzione sul tavolo riguarderebbe la bolla Regno Unito e quindi un Europeo da vivere tra Londra e Glasgow. La capitale inglese, almeno per adesso, ha in programma ben sette partite a Wembley (spiccano le due semifinali e la finale), la città scozzese tre sfide della fase a gironi e un ottavo. Anche qui una strada difficilmente praticabile, dato che nelle ultime settimane l’esecutivo britannico assiste quasi impassibile ai continui record dei decessi e valuta la proroga dell’attuale lockdown. La variante Covid sta mettendo in ginocchio il paese e, tra boom di ricoveri e una pressione ospedaliera in forte ascesa, il calcio sembra essere l’ultimo dei problemi.

E Roma e l’Italia che ruolo svolgeranno? La Figc aveva annunciato in pompa magna la gara inaugurale che si sarebbe dovuta disputare all’Olimpico il 12 giugno 2020: dal media center al football village, in calendario vi erano eventi di ogni genere per intrattenere tifosi e turisti, una sorta di volano che il presidente Gravina etichettò come “una grande occasione per l’intera nazione in grado di lasciare un’eredità importante”. La capitale, in attesa di comunicazioni ufficiali da parte della Uefa, non smette di lavorare sperando che il format originario – che cadrebbe in piena campagna elettorale o addirittura a urne già aperte – non venga minimamente intaccato. Ma c’è molta perplessità e la prospettiva della sfida Italia-Turchia a porte aperte appare, al giorno d’oggi, come un miraggio. Un altro grattacapo riguarda i biglietti, il 90% dei quali è stato venduto prima della pandemia: parecchi tifosi, giustamente incoscienti sulle reali possibilità di poter andare allo stadio, hanno già provveduto a chiedere il rimborso. Al calcio d’inizio manca sempre meno, i vertici del calcio europeo lasciano trapelare cauto ottimismo, ma sanno bene che la situazione è più grave del previsto. Quella di un nuovo slittamento è un’eventualità da far tramontare all’istante perché porterebbe a nuovi sacrifici economici e a un intasamento con altri grandi eventi, tra tutti le Olimpiadi di Tokyo e la fase finale di Nations League che tra le sue protagoniste avrà anche la Nazionale di Mancini.

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Milan-Juve, i rossoneri hanno perso la battaglia ma non la guerra

Da ragazzino tenevo in una scatola delle scarpe una lavagnetta, un gesso bianco e una spugnetta. Mi servivano per i pronostici di ogni vigilia calcistica del Milan, la squadra per cui tifavo. Scrivevo i risultati ed esponevo la lavagnetta sulla scrivania. Se li sbagliavo, li cancellavo. Poi riflettevo con mio fratello (interista) sulla bellezza del calcio. Entrambi discutevamo sul perché fosse così appassionante e alla fine capimmo che lo era proprio per la fragilità dei suoi pronostici. C’era sempre la possibilità della sorpresa. Il successo di Davide su Golia. L’impresa dell’ultima che per una volta si è sentita prima. Insomma, era l’incertezza dei risultati a far crescere l’interesse, domenica dopo domenica, via via che la classifica della serie A si definiva e le squadre più forti si contendevano il primato.

Poi, arrivava sempre il momento della verità. Le partite che non offrivano solo un risultato ma anche una sentenza: che ti facevano capire se c’erano più certezze che speranze, oppure se bisognava rassegnarsi. Le partite-chiave del campionato. Quelle che scremavano la classifica. O che la ricompattavano. Quelle che trasformavano i pronostici in una sorta di auspicio. Realismo contro illusione. Le previsioni del cuore, più che della ragione. In fondo, mi dicevo, il gioco del calcio non è soltanto un gioco, è una cosa seria…

A prescindere dal posto occupato in classifica dalle squadre, per me (e mio fratello e i compagni di scuola) vigeva una gerarchia imprescindibile:

1) il derby stracittadino Milan-Inter;

2) Milan-Juventus;

3) Inter-Juventus che Gianni Brera battezzò faziosamente “derby d’Italia”, fingendo di non sapere che quel titolo lo meritava invece la sfida Milan-Juventus, perché metteva una contro l’altra le due squadre più titolate, con la maggiore tradizione calcistica italiana. La vera “classica” opponeva il Diavolo e la Madama. La prima volta che in campionato Milan e Juve si incontrarono fu quasi 120 anni fa, il 28 aprile 1901. Si giocò a Milano. Finì 3 a 2 per il Milan.

L’ultima si è consumata poche ore fa, in una serata dell’Epifania 2021 molestata da freddo e tanta umidità, triste y solitaria per colpa della pandemia, dentro San Siro. Spalti deserti. All’ombra dei tamponi che hanno escluso due giocatori milanisti e due juventini. Ma quelli del Milan assai più cruciali, perché già sostituti dei titolari infortunati. Oggettivamente, uno scontro impari: i rossoneri in piena emergenza, i bianconeri con una panchina gremita di campioni, una rosa ampia e rassicurante. Valutando freddamente la situazione, il pronostico non poteva che prevedere un successo juventino, salvo aggrapparsi all’irrazionalità e sperare nella continuità dei risultati utili consecutivi racimolati in serie A (una striscia che alla vigilia di Milan-Juve durava da 27 partite, di cui 20 vittorie e 7 pareggi). Così avevo previsto un pareggio: 2 a 2 (l’ultimo incontro era finito 4 a 2 per il Milan…). Ho sbagliato.

O meglio: hanno sbagliato, pardòn, hanno deluso alcuni giocatori del Milan, quando sarebbe stato necessario disputare la Partita Perfetta. Che non si è vista, se non a tratti. Sintomi di crisi? Stefano Pioli, l’allenatore, da buon pragmatico ha detto che prima o poi una sconfitta doveva arrivare. Meglio sia avvenuto con la Juve che non con il Crotone. O lo Spezia che ieri ha sconfitto il Napoli a Napoli. Il risultato è stato eccessivamente severo, comunque. Colpa di una difesa pasticciona: 3 gol bianconeri, uno solo rossonero, del terzino Calabria piazzato a centrocampo e spesso spaesato in quel ruolo per lui inedito. La sua è stata la rete dell’illusione, il provvisorio pareggio.

In attacco, il talento Leao alternava momenti di gloria a disordinate pause. Al posto del covidico Rebic, attaccante solido e furbo, il 21enne norvegese Hauge correva a vuoto. Solo il turco Chalanoglu si dannava per scardinare la difesa imperfetta bianconera. L’equilibrio era precario. Quando Andrea Pirlo ha effettuato i cambi, abbiamo capito che i sogni rossoneri si impiccavano alle balaustre vuote degli anelli di San Siro. Non c’era più confronto. Ma affronto. Statisticamente parlando, i numeri confermano il predominio della squadra torinese: in 203 partite di campionato, le vittorie targate Juventus sono 80, quelle Milan 60 e i pareggi 63. Dicono che la storia del calcio italiano passi da questi incroci. Come il suo futuro.

E tuttavia, non è stato un funerale: il Milan ha perso una battaglia, non la guerra. Perché il temuto sorpasso dei cugini nerazzurri non c’è stato. L’Inter ha perso a Genova battuta dalla Sampdoria del sornione Claudio Ranieri. Il Milan resta in vetta alla classifica da solo. L’Inter era a un punto e a un punto rimane. Al prossimo compito in classe. Il Milan ha preso un brutto voto. Il campionato è lungo. Alla pagella finale mancano ancora venti partite. Tutto e il contrario di tutto può accadere. La Juve è a sette punti (con una partita in meno, quella col Napoli). La Roma, terza, è a meno quattro. L’obiettivo della Juve era quello di vincere. Se avesse perso, avrebbe detto addio allo scudetto.

Ora, l’autostima bianconera è cresciuta. Il successo di San Siro ripristina i valori di mercato e ridimensiona la romantica narrazione rossonera della Squadra Famiglia e del Calcio Semplice (il senso del gioco dove tutti fanno tutto contro la ricchezza della multinazionale e dei fuoriclasse egocentrici). Pirlo, l’allenatore bianconero, può immaginare una favolosa rimonta, un déjà-vu in casa Juve. Mentre il Milan può cercare immediata (e probabile) rivincita. Il calendario è infatti favorevole ai rossoneri: sabato 9 gennaio ospitano il Torino, terzultimo. L’Inter trova la Roma in trasferta, domenica 10: seconda contro terza, mica uno scherzo. La Juve (quarta) se la vede col rampante Sassuolo, quinto in classifica, che la segue ad appena un punto.

La verità è che questa sconfitta può aver ferito l’amor proprio di Pioli, ed è comprensibile. Ma non cancella il fatto che i resti di un Milan decimato e “leggero” (per età, per esperienza, per caratura) hanno tenuto a bada un’ora e passa l’armata bianconera.

Dunque, tanto rumore per nulla. A dimezzare il Visconte di Calvino era stata una palla di cannone. A dimezzare il Milan un cocktail di scarogna, infortuni, Covid ed inesperienza: troppi ragazzini in campo, senza Ibrahimovic a spronarli, a far da regista, a segnare gol. Dovrebbe rientrare col Cagliari, il 17 gennaio. Se appunto un Milan di acerbi ma generosi giocatori, con un pessimo Theo Hernandez (idolatrato terzino mezzofondista) in scandalosa serata no e un Alessio Romagnoli agile come un paracarro in difesa, ha resistito alle star juventine, significa che il Milan mantiene intatte le sue chances (obiettivo primario, essere tra le prime quattro per partecipare alla Champions): il suo ragionevole modello di calcio è altrettanto valido e assai più sostenibile del lussuoso e vorace modello bianconero, dove Ronaldo è l’uomo del gol in più (ma quanto costano le sue reti?).

Comunque, contro il Milan, Ronaldo è stato l’uomo del gol in meno. Per fortuna della Juve, con una formidabile e travolgente doppietta, Chiesa ha fatto il… Cristiano.

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È morto Aitor Gandiaga, il giovane calciatore dell’Athletic Bilbao ha perso la vita in un incidente stradale

Il calciatore Aitor Gandiaga è morto a 23 anni in un incidente stradale, avvenuto domenica 3 gennaio. La giovane promessa dell’Athletic Bilbao si sarebbe schiantato con la sua auto contro un autobus nella sua città natale di Markina-Xemein, nei pressi del valico di Iruzubieta, nei Paesi Baschi. Dopo che la notizia è apparsa sui giornali spagnoli, è arrivato il tweet del club della Liga: “Enorme dolore per un giovane che ha lasciato il segno su Lezama. Un grande abbraccio a famiglia, amici e compagni di squadra di Gernika“.

Il giovane attaccante, classe 1997, quest’anno era in prestito al Gernika, la squadra di Tercera Division affiliata dell’Athletic Bilbao, nelle cui giovanili era cresciuto. La sua morte ha lasciato senza parole i compagni di squadra: “Riposa in pace Aitor Gandiaga. Non posso crederci. Le mie condoglianze a famiglia, amici, Athletic e Gernika”, ha twittato Ibai Gomez.

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Ti ricordi… Miura, la “macchietta applicata” del Genoa che oggi a 53 anni gioca ancora

Tomáš Skhuravy di testa le prende tutte, proprio tutte: facendo sembrare improbabili campanili cross al bacio, proprio come quello di Antonio Manicone, mediano che più mediano non si può, in quel derby di ventisei anni fa. Lo slovacco con la sua aria da dio vichingo va in cielo e ovviamente quel pallone buttato lì lo prende lui, mandandolo in area: se Skhuravy domina normalmente il cielo di Marassi, assai meno consueto è vedere Kazuyoshi Naiya, ribattezzato Miura, anticipare Daniele Mannini e Pietro Vierchowod e mettere il pallone alle spalle di Walter Zenga, portando in vantaggio il Genoa.

Quella partita finirà 3-2 per la Sampdoria, e quello del 4 dicembre 1994 sarà l’unico gol di “Kazu” in Italia. Primo giapponese in Serie A, preso per una questione prettamente di marketing dal presidente Aldo Spinelli, senza esborsi e con un buon ritorno in termini di sponsorizzazioni, osteggiato da Franco Scoglio che lo chiamerà “macchietta applicata” nella sua adorabile e forbita antipatia maltrattando pure lo stuolo di giornalisti e traduttori che l’attaccante si portava dietro, l’avventura di Miura in Italia non sarà positiva. Fine dunque: un classico cliché della meteora straniera ricordata con affetto e simpatia per un gol e poco altro e con la meteora stessa che ha quel gol come storia prediletta da raccontare ai nipotini?

No, proprio no: nella storia di Kazu, e nei racconti da fare ai nipotini quel gol, seppur sia forse il picco più alto toccato nella carriera calcistica è forse l’ultima cosa da tirar fuori. A parte che se avesse nipotini (non risulta che i figli di Kazu, Ryota e Kota, entrambi giovani attori, lo abbiano reso nonno) Kazu potrebbe portarli alle sue partite, visto che gioca ancora, a 53 anni nel massimo campionato giapponese, con gli Yokohama Fc, ma potrebbe raccontare una vita decisamente da romanzo.

A partire da quel cognome, Miura, che è della mamma. Kazu nasce Naiya, ma il papà Nobu è vicino alla yakuza. Troppo vicino, e a Kazu quel mondo lì non piace: a lui e al fratello Yasutoshi interessa il pallone, e forse quel cognome è troppo ingombrante per metterlo su una maglietta. Perciò scelgono “Miura” di mamma Yoshiko, mostrando la volontà di non ereditare legami e appartenenze. Entrambi sono bravini, almeno per il livello giapponese degli anni Ottanta, quando il calcio era snobbato quasi tout court nel paese del Sol Levante. Kazu, che è più forte di Yasutoshi, sente di non poter crescere molto lì in patria: a 15 anni, decide di imbarcarsi, solo con suo fratello, per andare a imparare il gioco del pallone in Brasile.

Due ragazzini giapponesi, soli, in un mondo completamente sconosciuto senza sapere una parola di portoghese e ovviamente “indietro”, fisicamente ma soprattutto tatticamente e tecnicamente rispetto ai pari età dove si vive di calcio. È il preludio per un’altra storia comune: ragazzini con mille sogni in testa che si scontrano con le difficoltà spesso insormontabili che li separano da quei sogni e desistono, tornando a casa. Ma no, anche in questo caso Kazu strappa i cliché: resiste ai tanti momenti bui, impara, tiene duro e dopo i campionati giovanili con la Juve di San Paolo passa al Santos, poi al Palmeiras dove segna i suoi primi gol, poi al Coritiba e di nuovo al Santos, incontrando campioni, ricevendone i complimenti. Ce l’ha fatta, insomma Kazu. E nel 1990, dopo anni in Brasile in cui apprezza tutto, Kazu torna in Giappone, ma da re: ai Verdy Kavasaki è una star, con la maglia della nazionale segna a raffica e quasi porta i nipponici al Mondiale 1994, fino alla beffa di Doha contro l’Iraq, all’ultimo minuto.

Lì arriva la chiamata di Spinelli: pronto a scommettere sul calciatore più noto in Giappone: da un sondaggio risultava che Kazu era conosciuto dal 98% dei nipponici, secondo per popolarità nel 1994 solo all’imperatore, in un Paese tutt’altro che calciofilo. Ma tra Scoglio che detesta il suo traduttore più che Kazu (“Io parlo e spiego per due minuti, questo che traduce gli parla per 10 secondi: ma cosa può imparare Miura così?”), Franco Baresi che involontariamente in un contrasto gli rompe il setto nasale e gli provoca una commozione cerebrale e partite non proprio eccellenti, questa volta l’attaccante deve alzare bandiera bianca. Tornerà in Giappone, portando la nazionale fino ai Mondiali del 1998, tagliato fuori incredibilmente dall’allenatore al momento di scegliere la rosa che andrà in Francia. Tenterà ancora l’avventura in Europa alla Dinamo Zagabria ma ancora senza successo, fino all’incredibile serie di “eterni ritorni” con lo Yokohama Fc, dove gioca ancora, a 53 anni suonati, facendo segnare record su record. No, quel gol nel derby di 26 anni fa non è il minuto di celebrità di una meteora: Kazuyoshi Miura ha un’altra storia, Kazu è un’altra storia.

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Funerali Diego Armando Maradona, il Pibe de Oro sepolto vicino al padre e alla madre dopo una cerimonia privata: il video

Diego Armando Maradona è stato sepolto alle 20 ora locale nel cimitero Jardin Bella Vista dopo una cerimonia in forma privata. Un carro funebre è arrivato tra le urla dei fan del calciatore, scortata da elicotteri, droni e volanti della polizia. Anche se la cerimonia era prevista in forma privata, alcune televisioni hanno ripreso la scena dall’alto con dei droni. Il Pibe de Oro sarà sepolto vicino al padre e alla madre, dopo una cerimonia privata.

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Diego Armando Maradona è ricoverato in ospedale in Argentina. “Non sta bene psicologicamente, ha bisogno di aiuto”

Diego Armando Maradona è ricoverato in ospedale a Rio de la Plata. Il popolare campione, che adesso allena il Gimnasia di Plata, già da giorni accusava debolezza e difficoltà motorie ed era apparso visibilmente affaticato e rallentato durante la sua ultima uscita pubblica, in occasione del sessantesimo compleanno celebrato il 30 ottobre scorso. El Pibe de Oro, rassicurano dall’Argentina, non deve il suo ricovero al Covid: è risultato negativo all’ultimo tampone effettuato. Il suo medico Leopoldo Luque ha detto che “non sta bene psicologicamente e questo ha un impatto sul suo benessere fisico. Ha bisogno di aiuto, questo è il momento di aiutarlo”.

Sarà tenuto sotto osservazione “per almeno tre giorni”. Maradona, ha continuato Luque, “è una persona che a volte sta in modo eccellente e a volte non così tanto. Ora potrebbe stare 10mila volte meglio. E portarlo qui lo aiuta. E’ molto difficile essere Maradona”.

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Nazionale, posticipata conferenza di Mancini pre Italia-Olanda: “Dubbi su alcuni tamponi”

La conferenza stampa di Roberto Mancini alla vigilia di Italia-Olanda è stata posticipata di un’ora e mezza, dalle 18 alle 19.30, con conseguentemente slittamento dell’allenamento. Questo per ora è l’unico dato certo, con il sospetto che dietro alla decisione ci sia il coronavirus. Diverse testate, fra cui La Gazzetta dello Sport, riferiscono infatti di alcuni tamponi effettuati all’interno della “bolla” della Nazionale che hanno un esito incerto. I giocatori azzurri, insieme allo staff, sono arrivati a Bergamo lunedì sera dopo la trasferta in Polonia. E sono stati subito sottoposti a un altro test, il sesto dall’inizio del ritiro dell’Italia. Domani, mercoledì, alle ore 20.45 al Gewiss Stadium è in programma la partita con l’Olanda, valida per Nations League.

Intanto il ct degli Orange Frank de Boer ha infatti svolto regolarmente la sua conferenza stampa: “Ci hanno messo sotto per 70 minuti. L’Italia ha giocato una partita di livello, noi eravamo sempre in ritardo”, ha spiegato parlando della partita d’andata. “Dovremo pressare di più. Questa volta sarà diverso. Dobbiamo essere più preparati, giocare quando abbiamo il pallone, vincere le sfide a metà campo”, ha aggiunto. Per De Boer, “il girone è aperto. Abbiamo quattro punti, l’Italia cinque, tutto può cambiare”. Il ct Orange ha poi elogiato la Nazionale azzurra: “Mi piace molto, sono impressionato da come giocano. Hanno 4-5 giocatori offensivi ogni volta, giocano con tre dietro con D’Ambrosio, Chiellini e Bonucci. Jorginho, Locatelli possono tenere il pallore e controllare il gioco. Davanti corrono, con centravanti Immobile. Mi piace tutta la squadra. Mancini? Ha allenato grandi squadre, è rispettato“.

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Juve-Napoli, Agnelli dopo la mancata partita: “De Laurentiis mi ha scritto un messaggio e mi ha chiesto il rinvio. Noi seguiamo le regole”

“Io non ho paura, il protocollo è buono, sono documenti vivi che vengono aggiornati in base alle casistiche per essere perfetti il più possibile, è una situazione atipica. Stiamo gestendo non il Campionato ma la vita con la pandemia, dobbiamo fare il meglio possibile. Quanto fatto finora è un lavoro egregio che mi lascia sereno” . Lo ha detto Andrea Agnelli, presidente della Juventus, dopo la mancata partita contro il Napoli – Il giudice sportivo si esprimerà domani e da lì scaturiranno ulteriori riflessioni. De Laurentiis mi ha scritto un messaggio e io ho risposto che la Juventus, come sempre, si attiene ai regolamenti. Ha chiesto il rinvio della partita? Si’. Noi pero’ abbiamo delle norme che ci dicono come comportarci: ogni industria ha dei regolamenti e a quelle dobbiamo attenerci. Io mi sarei comportato esattamente come ci siamo comportati: attenendoci al Protocollo”

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Positivi in serie A, Zampa: “Protocollo va rivisto”. Pregliasco: “Stop ora di 14 giorni per non fermarsi poi, con calcio vediamo problema asintomatici”

“Un chiarimento con il ministro Spdafora? Credo che lui abbia parlato senza sentire quello che io poco dopo ho detto, rendendomi conto che le mie parole erano in parte fraintese”. La sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, intervenuta al ‘Festival delle città’ in corso a Roma, rivendica la bontà delle sue affermazioni dopo la situazione in casa del Genoa, con la positività di alcuni giocatori, che rischia di coinvolgere anche altre squadre di Serie A, nonostante le buone notizie arrivate oggi da Napoli. “Io ho detto che il protocollo va rispettato – specifica il sottosegretario – ma nel protocollo non ci sono riferimenti a cosa si farà del campionato. Si dice che i giocatori contagiati e positivi non possono giocare, ma è evidente che se non si mettono in sicurezza e non si assumono misure più rigorose, un giocatore contagia l’altro e una squadra contagia l’altra. Se poi, come ora pare sia possibile, il Genoa chiederà di recuperare le partite che non potrà disputare, lo decideranno il ministro e la Federazione insieme”. Ma per il sottosegretario il punto è un altro: “All’inizio si era ipotizzata la ‘sfera settica’ per le squadre di calcio, come sta facendo l’NBA, credo che questo avrebbe tutelato tutti molto di più. Inoltre il protocollo vada rivisto, ma nel caso sarà la FIGC a chiederlo”. Per il virologo Lorenzo Pregiasco “il calcio sta facendo scoprire quello che è il problema attuale, cioè che più del 70% dei casi si acquisiscono in famiglia, una quota di soggetti asintomatici ma che diventano diffusori e che vanno a colpire i soggetti più a rischio”. Il virologo propone “piuttosto che bloccare singole squadre, visto lo stop già previsto in calendario per dar spazio alla Nazionale, si allunghi fino a 14 giorni per evitare di doversi fermare poi più in là nel tempo. I festeggiamenti dopo il gol da evitare come da protocollo CTS? Ci si abitua al rischio e quindi l’abbassare sul livello di attenzione è un fatto naturale, ma va richiamato”. “Il calcio deve andare avanti” è invece l’opinione di Marco Tardelli e il giornalista Marino Bartoletti aggiunge: “Al momento non mi sembra ci siano le condizioni per interrompere il campionato. Qualche partita recuperabile sì, certamente vanno messi dei puntelli per capire il numero minimo di giocatori che devono essere disponibili in una rosa per affrontare una partita, altrimenti diventa un domino pericoloso dove chiunque può pensare che le regole vengono cambiate in corsa per avvantaggiare qualcuno e – conclude – la situazione del Covid è già serie di per sé per aggiungerci sospetti legati al mondo del calcio”.

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