Archivio Tag: Serie A

Mihajlovic, il medico Gianni Nanni: “Continuerà a fare il suo lavoro. Tempistiche? Presto per stabilirle”

“Abbiamo avuto il sospetto di questa patologia il giorno prima del ritiro. Dopo un esame del midollo abbiamo capito che si trattava di una leucemia acuta. Siamo arrivati al diagnosi nell’arco di cinque giorni, la certezza è arrivata il giorno stesso del raduno”. Così il medico del Bologna, Gianni Nanni, nel corso della conferenza stampa in cui Sinisa Mihajlovic ha annunciato di essere malato. “Oggi si può parlare di un futuro anche roseo perchè da questa malattia si può guarire. Ci sono terapie molto diverse e assolutamente efficaci. Da martedì il mister sarà ricoverato presso l’Istituto di Ematologia ‘Seragnoli’. Siamo in ottime mani e tornerà come una macchina da guerra”.

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Mihajlovic, le lacrime del mister: “Ho la leucemia, mi ha cambiato la vita. Ma vincerò anche questa sfida”

Ho la leucemia. È una di quelle cose che ti cambia la vita da un momento all’altro. Ma sono sicuro che vincerò questa sfida, come ho sempre fatto. E tornerò più forte di prima”. Sono le parole dell’allenatore del Bologna, Sinisa Mihajlovic, che in conferenza stampa ha annunciato di essere ammalato e di doversi sottoporre alle cure.

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Antonio Conte, la prima all’Inter: “Vincere si può, ma c’è gap con Juve e Napoli. Icardi e Radja? Mi sono allineato”

“L’Inter ha le mie stesse ambizioni, è stato semplice accettare. Icardi e Nainggolan? Mi sono allineato alla volontà del club“. Parte ufficialmente l’avventura di Antonio Conte sulla panchina nerazzurra. L’ex tecnico della Nazionale, nel giorno della partenza per il ritiro di Lugano, ha tenuto la sua prima conferenza stampa da interista insieme all’ad Beppe Marotta. Mettendo subito in chiaro quanto sia “enorme” il gap nei confronti di Juventus e Napoli. “Io sono una persona che non si pone limiti – ha detto – dovessi farlo creerei subito un alibi a tutto l’ambiente e non voglio che questo accada“. Ma c’è un dato di fatto, su cui lavorare. “Sappiamo benissimo che si è creato un gap enorme nei confronti di due squadre, soprattutto verso la Juventus. E poi c’è anche il Napoli che negli ultimi anni ha dimostrato che con un grande lavoro si può stare ad ottimi livelli. Noi sappiamo di dover lavorare meglio degli altri per poter colmare questo gap, dobbiamo partire con l’ambizione di dare il meglio di noi stessi“.

Secondo il nuovo tecnico, la base di partenza è buona. “Spalletti è riuscito ad entrare in Champions, mi lascia una buona base e lo ringrazio, grazie a lui abbiamo l’opportunità di giocare la massima competizione europea. L’obiettivo è avere più stabilità e arrivare ad essere più regolari“. E ancora: “Dovremo alzare l’asticella provando ad avvicinarci a chi ci è davanti senza guardare a chi ci sta dietro colmando il gap. Il nostro gioco dovrà rispettare l’Inter e coinvolgere i tifosi. Lavoreremo sull’identità e sul marchio nostro di fabbrica“. Poi precisa: “Nulla è impossibile ma per renderlo possibile c’è da lavorare tanto in campo e come mentalità. Daremo tutto noi stessi per costruire qualcosa di importante. Questa è una bellissima avventura, sono molto emozionato perché riprendo dopo un anno di inattività in un club di grande storia. I trofei per noi devono essere un incentivo, un motivo in più per tornare dove si era un pò di tempo fa“.

Argomento caldo di questi giorni è il mercato. E in particolare l’annunciato benservito a Mauro Icardi, capitano delle ultime stagioni fino alla crisi di inizio 2019, e Radja Nainggolan, l’acquisto più importante dell’estate 2018. “Mi sono allineato alla volontà del club. Io e il club dobbiamo essere un’unica cosa. Il club ha avuto il tempo necessario per valutare bene la situazione, prendere le decisioni e poi agire“. E di mercato, in entrata, parla anche Marotta: “Siamo davanti uno scenario in cui si fa una partita a scacchi, il venditore cerca di essere più abile e bravo del compratore. Non nascondo che Edin Dzeko sia un obiettivo, ma tutto deve essere valutato nella congruità dell’operazione”. E ancora: “Il fatto che il calciatore abbia manifestato il suo assenso non significa più di tanto. C’è il rispetto verso una società (la Roma, ndr) che detiene i diritti sportivi ma c’è anche la consapevolezza che noi ci muoviamo nel rispetto dei nostri parametri. Siamo in una fase interlocutoria“. Secondo Marotta non bisogna avere fretta: “Stiamo operando cercando di cogliere le opportunità. Siamo ancora in una fase di cantiere, non dobbiamo fare le cose in frettissima. La fretta spesso è cattiva consigliera“, ha detto l’ex manager juventino. “Questo è un mercato difficile, le idee sono chiare da parte nostra ma dobbiamo avere pazienza. Gli obiettivi che vogliamo raggiungere sono importanti“.

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Inter, Marotta: “Icardi e Nainggolan non fanno parte del progetto nerazzurro”

“Mauro Icardi e Radja Nainggolan sanno di non rientrare nei piani tecnici dell’Inter”. Lo ha detto l’ad nerazzurro Beppe Marotta in un’intervista ai microfoni di Sky Sport. “In una progettualità bisogna anche trovare i profili giusti, questa è la strada che noi stiamo percorrendo, abbiamo avuto modo di parlare con molta schiettezza e franchezza ai diretti interessati”, ha spiegato l’amministratore delegato dell’Inter.

A Icardi e Nainggolan è stato spiegato “qual è la presa di posizione della società, quindi questo credo sia l’elemento più importante – ha proseguito il dirigente nerazzurro – Non significa che vengono sminuite le loro capacità, sono entrambi secondo me degli ottimi giocatori e degli ottimi talenti, ma chiaramente il talento da solo fa vincere la partita ma è la squadra che fa vincere il campionato, e quando dico vincere il campionato significa raggiungere l’obiettivo prefisso”.

Di conseguenza, aggiunge Marotta, “non rientrano nel nostro progetto con il rispetto e la trasparenza a loro dovuta”. L’ad dell’Inter ha poi detto che “non c’è un metodo Marotta, direi che è un metodo che deve essere utilizzato in tutte le comunità, significa avere delle regole precise, avere dei diritti ma soprattutto dei doveri, che devono essere sempre rispettati”. Una cosa “è affermare che Icardi è sul mercato, e questo lo abbiamo detto – ha proseguito – e un’altra è rispettare quelli che sono gli aspetti contrattuali di un accordo collettivo che prevede comunque che il calciatore debba prender parte agli allenamenti”.

“Noi non vogliamo venir meno ai nostri doveri, poi ci sono dei diritti come quello di scegliere da parte dell’allenatore quale formazione mettere in campo”, è la conclusione di Marotta che con il capitano nerazzurro aveva usato il pugno duro subito dopo il suo arrivo a Milano con la nota vicenda della fascia di capitano assegna a Samir Handanovic, la mancata convocazione per il match di Europa League a Vienna e la lunga sosta ai box dell’attaccante.

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Juventus, Sarri si presenta in giacca e cravatta: “In campo? Preferirei la tuta ma devo ancora parlarne con la società”

Vestito in quel modo sembrava quasi a disagio. Giacca e cravatta, quelle della società con una J grande sul petto. Si è presentato così  Maurizio Sarri nel primo giorno da allenatore della Juventus. Una versione inedita: mai nella sua carriera l’ex mister di Empoli, Napoli e Chelsea aveva abbandonato la fidata tuta da ginnastica. Motivo per cui la prima domanda della conferenza stampa organizzata allo Stadium è immediata: cosa indosserrà in campo Sarri? Sarà obbligato  a vestire la divisa sociale, come faceva il suo predecessore, Massimiliano Allegri? O avrà una deroga: polo nero e tuta della squadra? “Parlerò con la società, non lo abbiamo ancora fatto, io preferirei non andare con la divisa sociale…”, spera Sarri. Che racconta un dettaglio del suo accordo triennale siglato con i bianconeri: “Chiaramente fuori dal campo indosserò la divisa, c’è scritto nel contratto. In campo, vediamo. L’importante è che a questa età non mi mandino nudo…”.

È in questo modo, con qualche battuta e un paio di impegni solenni, che scorre via una presentazione a suo modo storica. Tre anni di Antonio Conte, cinque di Allegri, otto scudetti totali prima di cambiare direzione e puntare sul bel gioco dell’acerrimo rivale. Anzi ex. Perché quello che si presenta all’Allianz Stadium è un allenatore che sembra avere molto poco a che fare col Che Gue Sarri partenope, col comandande che guidava Napoli e il Napoli al riscatto contro gli squadroni del Nord. Il sarrismo? “Non so cosa sia. L’ho letto sulla Treccani ma io sono sempre stato così, cambiando grazie alle esperienze, ma rimanendo fedele ai concetti. Sono una persona diretta, forse anche troppo, e ciò porta a scontri, che sono però risolvibili”, si schernisce il Sarri  juventino. Consapevole di aver fatto inferocire i suoi vecchi tifosi: “Sono contento di essere qui. Se è la mia scelta più rivoluzionaria? Non lo so, bisogna avere le idee chiare sul percorso. È il coronamento di una carriera lunghissima e a volte difficilissima, penso di avere rispettato tutti. E in questo atto, ora, devo rispettare la mia professione, la mia professionalità e il mio percorso. La Juventus è la società più importante in Italia, per me è il coronamento di una carriera lunghissima e difficilissima. Penso di avere rispettato tutti, anche nell’ultimo atto al Chelsea“.

A Napoli, però, non l’hanno presa benissimo. “A Napoli mi stanno accusando di essere un traditore e se ho sentito qualche giocatore? Ho qualche messaggio che metterebbe tutto in discussione. Il giocatore fa delle dichiarazioni per convivere in un ambiente, poi i messaggi personali sono altri e con altri toni”, ha detto il nuovo allenatore della squadra azzurra. “Ho fatto un percorso al Napoli da cui sono uscito per scelta della società. Nella vita penso di aver rispettato tutti perché per chi ho lavorato ho dato il 110% e lo farò anche per questi colori. Può essere poco ma di più non posso fare”. Anche l’ambiente in cui è arrivato, però, è fortemente scettico: si aspettava Guardiola, è arrivato lui. Il capo dell’area tecnica, Fabio Paratici, assicura che non è vero:  “Avevamo le idee chiare sin dall’inizio ma bisogna avere rispetto di tutti i soggetti in campo, un allenatore sotto contratto, un grande club come il Chelsea. Abbiamo fatto una scelta pensando che la spinta propulsiva che si era creata tra allenatore, squadra, tifosi, potesse affievolirsi un pò non è stata certo dettata dai risultati che sono sotto gli occhi di tutti”.

Anche il neo allenatore sa che a Torino ha un solo modo per convincere i tifosi: vincere, che poi è anche lo slogan del club. “Arrivo alla Juventus con scetticismo come dappertutto, dall’Empoli al Napoli fino al Chelsea. Ma vengo dalla storia mia ed è anche giusto che ci sia un minimo di rancore e scetticismo. Io conosco solo un modo per togliere lo scetticismo dalla gente: vincere e convincere, andare in campo e fare un buono spettacolo”. Il passato, però, è ingombrante come quel dito medio rivolto ai tifosi della Juve. “Fu un errore da parte mia, una reazione esagerata. Non ho niente contro i tifosi della Juve, sono stato sempre in panchina in mezzo ai tifosi senza problemi. Poi se in mezzo a 45.000 persone ci sono 20 stupidi che ti sputano e ti dicono terrone di merda, non dovevo reagire, ma non li considero tifosi della Juventus”, si schernisce il neo allenatore bianconer. Che poi parla della caratteristica che per molti non possederebbe: lo stile Juve. “Non so cosa sia lo stile Juve, io ieri mi sono trovato a cena con amici e non ho visto etichette o differenze. Certe cose le ho dette, certe le ho sbagliate, altre sono state strumentalizzate. Ho visto in questi giorni una polemica sulle maglie a strisce che stanno strumentalizzando perché in realtà è una litigata con Orsato ed in realtà era dopo Empoli-Milan”.

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Sarri, Giampaolo, De Zerbi e gli altri: ecco la Serie A del bel gioco che costa (relativamente) poco

Il bel gioco? Se costa poco. È in base a un’idea simile che in Italia si sta facendo strada una nuova generazione di allenatori: giovani, spesso senza un grande passato alle spalle, provenienti dalla provincia, con un’idea di gioco opposta a quella tradizionale italiana e con ingaggi abbondantemente abbordabili. Ne è il capostipite Sarri: arrivato alla ribalta a sessant’anni grazie a un’intuizione di Aurelio De Laurentiis. Un’intuizione però fedele al principio del low cost: l’anno prima sulla panchina sedeva Benitez, che era il tecnico più pagato in A in quella stagione (2014/2015) con 3,5 milioni di euro l’anno di ingaggio. E dunque prendendo Sarri, che al primo anno percepiva 900mila euro base, diventati 1,4 milioni coi bonus, il patron del Napoli aveva ottenuto anche un risparmio importante. E alla Juve Sarri guadagnerà meno di Allegri (6,5 milioni contro i 7,5 che percepiva Max) e infinitamente meno di quel che avrebbe guadagnato il sogno proibito Guardiola (oltre 20 milioni a stagione).

Ma “il modello Sarri” ha fatto breccia in diverse altre realtà: se alla Juve la vittoria, Sarri o non Sarri, è imprescindibile, altrove in situazioni economiche non rosee e con possibilità di vittoria scarse si punta al bel gioco, al divertimento.“Non si vince, ma almeno lo spettacolo sarà godibile” è il ragionamento. E così il Milan punta su quello che per gioco e per evoluzione della carriera è stato considerato erede di Sarri, Giampaolo: ex enfant prodige della panchina ai tempi di Ascoli, quando non aveva neppure il patentino per allenare, una frenata brusca dopo stagioni non esaltanti a Siena, Catania e Cesena, poi la ripartenza dalla Lega Pro con la Cremonese e la “rinascita” a Empoli e alla Samp. Ci si aspetta un Milan divertente, come divertente è stato il 4-3-1-2 di Giampaolo nelle ultime stagioni, e con un esborso non eccessivo: l’ex doriano dovrebbe percepire circa due milioni, come Gattuso in pratica.

Lo stesso motivo aveva spinto la Roma a puntare su Di Francesco qualche anno prima, e non è un caso se oggi i nomi più gettonati tra gli emergenti siano quelli di De Zerbi (predestinato a collezionare vittorie, dicono gli addetti ai lavori, ma ad oggi se una big puntasse su di lui si parlerebbe comunque una scommessa), Corini reduce dalla promozione in A col Brescia, Italiano artefice del miracolo Trapani: tutti con una carriera da calciatori di provincia, con tanta gavetta alle spalle da allenatori, con idee di gioco lontane dal catenaccio e contropiede e, soprattutto, con un ingaggio abbordabile. Caratteristiche di fronte alle quali i puristi dell’italianità storceranno il naso: alla base dell’ormai famoso litigio tra Max Allegri e Adani questo era uno dei punti cruciali, “si vuol buttare tutto quello che hanno insegnato i nuovi allenatori, e invece ci sono molte cose utili” la riflessione di Allegri critica col “guardiolismo” di tanti giovani allenatori.

E tuttavia chi ha qualche ambizione in più sembra propenso a intraprendere una strada diversa: l’Inter infatti vira su Conte, che sarà il più pagato della Serie A con 11 milioni a stagione, il Napoli ha scelto Ancelotti, che ne guadagna 6,5. Un doppio binario dunque: il divertimento low cost per chi è alle prese con ristrutturazioni, fair play finanziario e rifondazioni e i “top manager” per chi ha ambizioni di vittorie, con la Juventus però a fare stranamente da anomalia giocando nel mezzo, puntando sul bel gioco di un allenatore di provincia (non più a basso costo però) mantenendo altissime ambizioni di vittoria. Sarà una stagione interessante dunque, anche in considerazione dello scontro tra diverse scuole di pensiero, scontro che solo due stagioni fa si sarebbe giocato a parti invertite.

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Fiorentina, inizia l’era americana: trovato l’accordo con Commisso per 170 milioni. Con i Della Valle un amore mai sbocciato

Inizia l’era della Fiorentina a stelle e strisce. Dopo l’arrivo a Milano, lunedì sera, del miliardario italo-americano Rocco Commisso e l’incontro avvenuto nella mattinata di martedì nell’ufficio milanese dei fratelli Della Valle, secondo le ultime indiscrezioni sono arrivate le firme delle due parti sul passaggio di proprietà. Manca solo l’ufficialità che avrà bisogno dei tempi tecnici di rito e potrebbe arrivare già giovedì. Ma appena finito il meeting tra il presidente dei New York Cosmos e i proprietari di Tod’s, alle 14.40, il fondatore di Mediacom, azienda fornitrice di tv via cavo negli Stati Uniti, di origini calabresi e con un patrimonio stimato in 4,5 miliardi di dollari, è salito in auto e si è diretto in un noto studio legale della città dove avrebbe messo la firma sull’acquisto del club viola. Un’operazione che si aggira intorno ai 170 milioni di euro e che mette fine agli ormai insanabili contrasti tra i Della Valle e un’ampia fetta della tifoseria fiorentina.

A Commisso, adesso, il compito di riportare il club in Europa e realizzare il progetto del nuovo stadio, come chiedono i tifosi dopo una stagione in cui la squadra si è ritrovata a lottare per la salvezza all’ultima giornata di campionato, chiudendo al 16esimo posto. Commisso potrebbe arrivare in riva d’Arno già nel fine settimana, secondo le ultime indiscrezioni, così da mettere subito le basi della nuova società prima di ripartire per gli States. Il suo arrivo potrebbe anche cambiare il futuro di molti top player viola che, dati certamente per partenti, potrebbero valutare la possibilità di far parte della nuova Fiorentina. Uno su tutti, il gioiellino della Nazionale Federico Chiesa.

Un miliardario americano per Firenze e l’amore mai sbocciato con i Della Valle
L’errore che il nuovo patron non dovrà commettere, imparando da quelli dei suoi predecessori, è di mantenere le distanze dalla storia della squadra e soprattutto della città. Non basterà mettere qualche “bandiera” o campione del passato nelle posizioni chiave per dare un tocco di fiorentinità al club. Dovrà dimostrare l’attaccamento nel quotidiano, rompendo con la gestione in esilio che ha caratterizzato gli ultimi anni dei Della Valle. La cultura sportiva americana non lo aiuta: il calcio in Italia, in special modo a Firenze, non è vissuto come uno show, ma come una religione. Saranno quindi i collaboratori “locali” a dovergli dare buoni consigli per diventare un presidente amato dalla tifoseria.

Quello tra Firenze e i Della Valle, invece, è un amore mai veramente sbocciato, un abbraccio rimasto a metà. Nell’agosto del 2002 i fratelli di Casette d’Ete si presentarono alla piazza rilevando le ceneri di una società fallita dopo la gestione di Vittorio Cecchi Gori. Una città che doveva ripartire dalla C2, un palcoscenico che non le apparteneva ma che rappresentava la nuova triste realtà. E l’entusiasmo, da entrambe le parti, era grande. Molti fiorentini lo ricordano ancora con affetto: “Si godeva più a spalare la neve a Gubbio che a vedere la Fiorentina in queste condizioni” è una frase che in Fiesole, allo storico Bar Marisa e per le strade della città si è sentito pronunciare sempre più spesso.

La voglia di riprendersi ciò che gli era stato tolto era troppo alta per permettere ai tifosi di cedere allo sconforto. Nonostante si trattasse di un campionato di C2, nonostante nessuno sapesse chi fossero Christian Riganò, il bomber di Lipari che fino a poco tempo prima faceva il muratore, o i giovanissimi Alino Diamanti e Fabio Quagliarella. Un gruppo di sconosciuti guidato da Pietro Vierchowod, prima, e Alberto Cavasin, dopo, nel quale spiccavano solo i nomi di Angelo Di Livio, che accettò di scendere ai confini del professionismo per amore della piazza, e quelli di qualche giocatore che aveva calcato i campi di Serie A, come Claudio Bonomi, Riccardo Maspero e Roberto Ripa.

L’entusiasmo intorno a quella squadra, che vinse il campionato e venne promossa direttamente in serie B per meriti sportivi, era enorme, tanto da portare costantemente 20mila fiorentini fuori dalla città per raggiungere i più remoti campi di provincia, con notevoli problemi di gestione dell’ordine pubblico. Oltre 20mila abbonamenti quell’anno, più che nella stagione 2016-17. Poi ci sono state le due magiche notti di Perugia e Firenze per lo spareggio che riportò la squadra in A. Un ritorno a casa che nascondeva il fantasma di Calciopoli che a fine anno trascinò la città di nuovo sull’orlo dell’abisso da cui era appena uscita.

La B venne scongiurata e da lì iniziò una cavalcata che sembrò sancire definitivamente l’amore tra la tifoseria e i Della Valle: la cavalcata Europa League, le notti di Champions, la Coppa Italia persa nella finale di Genny la Carogna. Un sogno dopo anni di incubi che portò i Della Valle a promettere “lo scudetto entro il 2011”, un obiettivo a cui la squadra non si è nemmeno avvicinata negli ultimi 17 anni.

Ma c’era qualcosa che non riusciva a unire definitivamente proprietà e città: i fratelli, imprenditori di successo, erano accusati di vivere la squadra come un’azienda, senza passione, senza coinvolgimento e partecipazione, in una città, Firenze, che invece trasuda viola. Qui la squadra è al centro della vita cittadina, fa parte della quotidianità e non può essere considerata un semplice divertissement.

Questo è stato il grande errore dei Della Valle che ha portato parte della tifoseria a rimpiangere Vittorio Cecchi Gori, meno dotato da un punto di vista gestionale, ma capace di arringare la curva salendo sulla balaustra della tribuna d’onore dove affisse lo striscione “Batistuta è incedibile”. I due fratelli, invece, hanno introdotto nel vocabolario fiorentino termini come “plusvalenza” e “autofinanziamento”, mai sentiti fino a quel momento. Termini condivisibili, se non si stesse parlando di una squadra che rappresenta un’intera città, mentre a Milano, Roma, Torino e Napoli si investono decine di milioni ogni anno per diventare sempre più competitivi. E quando si rivolse ai tifosi in contestazione come a dei “clienti”, Diego Della Valle segnò la prima insanabile spaccatura tra i fratelli Tod’s e Firenze.

Perché a Firenze certe esternazioni non vengono mai dimenticate. Possono essere messe da parte, pronte per essere tirate fuori al primo contrasto, al primo scontro, ma rimangono lì, ancora ardenti sotto la cenere. Così, da salvatori i Della Valle diventarono “ciabattini” e Firenze reagì come suo solito di fronte a quello che considerava un attacco, un affronto: si chiuse a riccio, si compattò concedendo rarissimi spazi di dialogo alla proprietà che, da parte sua, non li ha mai cercati. “Abbiamo esiliato Dante, poeta divino, figuriamoci te illustre ciabattino”, recitava uno striscione del 7Bello, uno dei club storici della Fiesole, affisso fuori dal Franchi. A ogni crisi, per ogni campione che se ne andava, la contestazione tornava, inesorabile, e gli animi permalosi di Firenze e dei Della Valle non contribuivano alla riappacificazione. Fino all’ultima stagione, con il coro “Della Valle vattene” a fare da colonna sonora a ogni partita casalinga, e non solo.

Se si vuol trovare un punto di non ritorno, va forse individuato nel mercato invernale della stagione 2015-16: la Fiorentina di Paulo Sousa gioca un gran calcio e, contro ogni pronostico, lotta insieme all’Inter per il primo posto in classifica. Serve però un difensore, un ultimo sforzo della proprietà per puntare seriamente ai vertici. L’unico ad arrivare, in prestito, è Yohan Benalouane: zero presenze a fine stagione. La Viola chiude al quinto posto: è rivolta. Fino all’ultima stagione, con una giovanissima Fiorentina dalle gambe tremanti che si gioca la salvezza all’ultima giornata contro Genoa ed Empoli. Anche a quella partita, in casa, i Della Valle non si presenteranno. Erano in città fino alla mattina, ma se ne sono andati in anticipo. Il matrimonio era già finito.

Twitter: @GianniRosini

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Juventus, manca Sarri al valzer-panchine. Milan e Roma alla disperata ricerca di un’identità: scelti Giampaolo e ‘Zorro’

C’è almeno un aspetto in cui la Juventus non si sta comportando da Juventus: la scelta del nuovo allenatore. I bianconeri aspettano ancora la firma di Maurizio Sarri che prima deve dirimere le complicate questioni burocratiche per rescindere il suo contratto con il Chelsea. Nel frattempo, l’arrivo di Antonio Conte all’Inter ha ravvivato un mercato, quello delle panchine, da cui dipenderanno inevitabilmente i sogni estivi dei tifosi italiani. Le strategie del Milan, per esempio, ruoteranno intorno alla figura di Paolo Maldini che l’ad Gazidis ha voluto come direttore tecnico: l’ex capitano rossonero punta su Marco Giampaolo, l’allenatore della Sampdoria, per far partire un nuovo ciclo. Nella Capitale, la Lazio ha deciso di proseguire con Simone Inzaghi, mentre la Roma è forse quella che, ancora più della Juve, naviga a vista. Negli ultimi giorni però ha preso quota il nome di Paulo Fonseca, il portoghese ora allo Shakhtar Donetsk.

Si diceva dei bianconeri: nei fatti l’avventura di Sarri al Chelsea è al capolinea, nonostante la vittoria in Europa League. Il tecnico non ha gradito l’ambiente che si è creato intorno a lui negli ultimi mesi e i Blues hanno già pensato al sostituto: Franck Lampard. Alla Juventus, che ha smentito ogni altra trattativa, tocca però pazientare: serve un accordo a tre che coinvolga i due club e l’allenatore, magari includendo anche qualche trattativa di mercato. Poi il ds Paratici avrà il via libera per plasmare il nuovo undici bianconero in base alle esigenze del Sarrismo: i primi nomi sarebbero Mauro IcardiSergej Milinković-Savić.

Il Milan invece sembra aver trovato la quadra dopo il repulisti di fine stagione che ha portato agli addii di Gattuso e Leonardo. Maldini, il superstite della cura Gazidis, avrà in mano le chiavi dell’area tecnica e ha individuato in Giampaolo il tecnico in grado di seguire le rigide regole dell’amministratore delegato: tanti giovani, rosa da valorizzare per costruirsi un futuro e poter contare su importanti plusvalenze. Insomma, se l’allenatore ora alla Sampdoria – alla quale ha già comunicato la possibilità di un addio – dovesse scegliere la panchina rossonera, il suo compito non sarà molto diverso da quello finora svolto a Genova: dare un gioco riconoscibile e ottenere il massimo anche da giocatori ancora tutti da scoprire.

Come o peggio del Milan, anche la Roma cerca in fretta una nuova identità, dopo una stagione finita allo sfascio. Per molti giorni è stato in auge il nome di Roberto De Zerbi che è piaciuto quest’anno sulla panchina del Sassuolo. Ma ora pare quasi certo l’arrivo di Paulo Fonseca: il tecnico portoghese ha ottenuto i miglior risultati nelle ultime stagioni con lo Shakhtar Donetsk, altra squadra abituata a scoprire talenti e poi rivenderli. A questo aggiunge un carisma importante: resta celebre la sua comparsa travestito da Zorro in conferenza stampa dopo aver battuto il Manchester City nel dicembre 2017 in Champions League.

Chi non cambierà è invece la Lazio: alla fine Claudio Lotito ha deciso di confermare Simone Inzaghi allungandogli il contratto e portandolo a circa 2 milioni a stagione (più bonus). Il tecnico sarebbe stato convinto dalla prospettiva di un mercato che sarà comunque di rinnovamento, dopo il ciclo chiuso con la vittoria della Coppa Italia. Di conseguenza, resterà a Bologna quasi sicuramente Sinisa Mihajlovic, da molti affiancato ai biancocelesti: ha ricevuto garanzie di una rosa che non sarà più solo da salvezza.

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Serie B, Corte d’appello Figc ribalta tutto: Palermo salvo, Foggia in C. Salernitana e Venezia giocheranno il playout

Palermo penalizzato ma salvo, Foggia in Serie C e playout tra Venezia e Salernitana. La complicata stagione della Serie B, iniziata male e proseguita peggio, si conclude con l’ennesimo ribaltone in tribunale: la sentenza d’appello “grazia” il Palermo, che era stato retrocesso all’ultimo posto per gravi illeciti amministrativi; la retrocessione d’ufficio viene convertita in una pesante, ma in realtà leggerissima penalizzazione di 20 punti. Quanto basta per chiudere il campionato a 43, esattamente sopra la quota salvezza. Così i siciliani restano in Serie B, in Serie C ci va il Foggia che invece nelle ultime settimane aveva sperato di potersi giocare la salvezza almeno in uno spareggio, su cui però si era innescato l’ennesimo cortocircuito legale.

La sentenza della Corte d’appello della Figc è un’autentica sorpresa: dopo il giudizio del primo grado, in pochi si aspettavano una pena più soft per i rosanero, accusati di irregolarità gestionali nell’era Zamparini. Si tratta di un’altra sconfitta per la procura federale, a cui si può imputare soprattutto il ritardo con cui il procedimento è arrivato a sentenza, proprio a ridosso della fine del torneo anche a causa di una chiusura e riapertura delle indagini. In questo caso, però, viene smentito anche il tribunale federale, che aveva comminato una pena molto dura. 

Giusto o sbagliato, il verdetto ha però un sicuro effetto: fa sparire di colpo tutta una serie di problemi, ricorsi e minacce da cui la Serie B (ma più in generale il pallone italiano) rischiavano di non uscire più. Dopo la retrocessione del Palermo, si era infatti aperta una vera e propria guerra sull’eventuale disputa del playout, che il format prevede di norma fra quart’ultima e quint’ultima. La Lega Serie B lo aveva annullato, affermando (su libera interpretazione sostenuta da Claudio Lotito, patron della Lazio e guarda caso della Salernitana direttamente coinvolta) che così le quattro retrocesse c’erano già e lo spareggio non serviva più.

Il Foggia, che era retrocesso sul campo ma con lo slittamento del Palermo aspirava legittimamente a guadagnare una posizione in graduatoria, aveva fatto ricorso e vinto in sede cautelare al Tar. Anche il Collegio di garanzia del Coni gli aveva dato ragione. La situazione era pronta a esplodere giovedì. Da una parte il consiglio di Lega Serie B, vicino a Lotito, per nulla intenzionato a far giocare lo spareggio contro la stessa volontà del suo presidente Mauro Balata, mentre la Salernitana minacciava ricorso in tutte le sedi, anche al Consiglio di Stato. Dall’altra la Figc di Gabriele Gravina, che di fronte al parere dei giudici non poteva che chiedere la calendarizzazione della partita. 

C’era la concreta possibilità che il consiglio di Lega sfiduciasse il presidente Balata, e che la FederCalcio fosse costretta a commissariare la Serie B per mancato svolgimento del campionato. L’ennesimo caos. Ora però è tutto risolto: col Palermo che resta in Serie B non ci sono terremoti in graduatoria e nessuno avrà nulla da obiettare sul playout fra Venezia e Salernitana, rispettivamente quint’ultima e quart’ultima in classifica. Sarà un caso, ma questa sentenza fa felici quasi tutti. Tranne il Foggia, che l’anno prossimo giocherà in Serie C.

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Juventus post Allegri, Paratici: “Mai voluto Guardiola. Aspettiamo la fine delle competizioni, Dybala resta”

Guardiola no, Dybala sì. E per il successore di Massimiliano Allegri bisognerà ancora aspettare, almeno un’altra settimana. Parola del direttore sportivo della Juventus Fabio Paratici, che ha risposto ai microfoni di Dazn prima dell’ultima gara di campionato contro la Sampdoria. Parole chiare quelle del dirigente bianconero: resta da capire se siano sincere o dettate da qualche strategia di mercato. In attesa di conferme, non resta che registrarle, a partire dalla smentita netta alla voce di mercato che voleva Pep Guardiola sulla panchina dei campioni d’Italia. “Guardiola? Credo che questo sia un mondo un po’ strano in questo momento – ha detto Paratici – perché non abbiamo avuto contatti, non ci abbiamo neanche mai pensato, perché è sotto contratto, per mille motivazioni, quindi mi sembra molto strano tutto questo. Ma questo è il nostro mondo, lo accettiamo e basta”. Il manager ha poi fornito qualche indizio sulla Juve che verrà, se non altro in termini generali: “Noi non dobbiamo fare clamore o fare meglio, dobbiamo solo costruire la miglior squadra possibile, quindi agiremo secondo quelle che saranno le direttive anche del nuovo allenatore”.

Su cui, al momento, non ci sono novità ufficiali: “Prima di muoverci, aspetteremo questo, quindi con grande calma. Se bisogna aspettare la finale di Europa League? No – ha detto Paratici – noi abbiamo le idee chiare, lo abbiamo già detto, stiamo facendo le nostre valutazioni, ci sono ancora tante competizioni in corso, quindi, fino a quando non termineranno tutte le competizioni, mi sembra giusto anche per rispetto di tutti, rimanere in questa situazione”. Il ds della Juve ha detto qualcosa anche sul mercato: “Intanto non ho detto che vogliamo costruire la squadra più forte d’Europa, ho detto che cerchiamo di fare il meglio possibile. Cerchiamo di migliorare ogni anno – ha spiegato – Dybala è un nostro giocatore, abbiamo grandissima fiducia in lui, ne è la testimonianza l’investimento che abbiamo fatto quattro anni fa, il rinnovo di contratto, quindi sicuramente Dybala è un giocatore della Juventus, un giocatore molto importante per noi”.

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