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Gasperini, i tifosi della Lazio si passano il suo numero e lo riempiono di messaggi di insulti

Dal campo allo smartphone. La rivalità tra Atalanta e Lazio si arricchisce di un nuovo capitolo, questa volta poco piacevole, soprattutto per Gian Piero Gasperini. L’allenatore dei bergamaschi si è ritrovato il cellulare inondato di messaggi di insulti: come racconta la Gazzetta dello Sport, alcuni tifosi biancocelesti sono infatti entrati in possesso del suo numero e hanno iniziato a diffonderlo. Il tam tam ha costretto Gasperini a dover bloccare gli haters, per evitare di continuare a ricevere altri messaggi.

Uno strascico dell’ultima partita di campionato, che ha visto la Lazio trionfare per 3-1 e prendersi la rivincita dopo la sconfitta di qualche giorno prima in Coppa Italia. Anche questa volta in campo e nel post partita non sono mancate le tensioni. La rivalità ha origine dalla finale di Coppa Italia del 2019, vinta dalla Lazio tra le polemiche dei nerazzurri e di Gasperini in particolare.

Domenica, in conferenza stampa, lo stesso allenatore è tornato su quell’episodio: “C’è quella finale rimasta in sospeso un po’ per tutti”. Il Gasp ha anche aggiunto: “Loro arrivavano da qualche partita persa contro di noi. Se hanno trovato il modo di metterci in difficoltà? Non direi, prima di oggi ne avevano perse tante e finiscono quasi sempre dietro di noi in classifica”. Poco dopo ha replicato il vice di Simone Inzaghi, Massimiliano Farris: “L’acredine negli anni deve essere figlia della Coppa Italia vinta da noi nel 2019 visto che ne parlano sempre: ce la teniamo stretta a Formello dove fa bella mostra di sé perché è storia, i nerazzurri stavolta possono riprovarci avendoci eliminato prima”.

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Ti ricordi… L’ultima volta del Milan primo in classifica a dicembre? Anche allora c’era Ibra, l’unico per il quale il tempo non passa

Da Ibra a Ibra. Sì: c’era lo svedese nel 2011, unico e solo superstite di quella rosa rossonera che il 17 dicembre 2011 batteva il Siena, con gol di Nocerino e appunto, Ibra, garantendosi l’ultimo Natale in cima alla classifica. Ultimo primo di quello attuale.

Era il Milan di Massimiliano Allegri, campione d’Italia in carica, e desideroso di bissare il successo dell’anno prima. Le difficoltà della gestione Berlusconi erano già importanti e dunque non c’era stata una campagna acquisti faraonica per Max e per tenere a distanza le altre squadre. Certo la rosa era stata puntellata con elementi importanti: Philippe Mexes, svincolato, Alberto Aquilani di rientro dal Liverpool, Stephan El Sharaawy e Antonio Nocerino. Era andato via Andrea Pirlo.

Gli antagonisti? Anche in questo caso il gioco dei corsi e ricorsi storici torna di prepotenza in ballo: con Cbonte e Marotta, che all’epoca guidavano una Juve in cerca di riscossa, oggi sono nell’altra sponda di Milano. Con Conte e Marotta, era andato Pirlo, svincolato dal Milan. Oggi anche lui tra gli antagonisti, con la Juve.

I rossoneri di Max, tuttavia, anche in virtù dell’esperienza maggiore e del fatto che la Juventus pur molto forte era un cantiere aperto, sembravano favoriti per il titolo. E infatti dopo un testa a testa a pari punti, alla 23esima, dopo il pareggio della Juve col Bologna, il gol di El Sharaawy a cinque minuti dalla fine, che aveva garantito la vittoria a Udine, i rossoneri si erano trovati a guidare la classifica, e in pole position per confermarsi campioni d’Italia.

In mezzo l’ormai famoso caso del “gol di Muntari” nello scontro diretto, finito 1 a 1: partita finita tra le recriminazioni, rossonere e di Allegri in particolare, e con le due squadre appaiate in cima alla classifica a pari punti. Poi c’era stato ancora uno scatto rossonero con la vittoria per 4 a 0 sul Palermo e con il pari della Juve col Chievo che aveva portato Ibra e i suoi al primo posto in solitaria, allungato a 4 punti nella settimana successiva, con la vittoria sul Lecce e il nuovo stop della Juve fermata sullo 0 a 0 dal Genoa. Una situazione che sembrava aver chiuso la lotta scudetto.

Poi però i rossoneri avevano rimediato solo un pareggio a Catania, ad opera di Spolli dopo il vantaggio iniziale di Robinho e la settimana successiva la sconfitta interna con la Fiorentina di Delio Rossi nella giornata del ritorno in campo di Cassano dopo il malore: il vantaggio su rigore trasformato da Ibra dopo fallo di Nastasic su Maxi Lopez, il pareggio di Jovetic su buco clamoroso della difesa rossonera e e all’ultimo minuto il gol di Amauri che aveva portato una Fiorentina in piena zona retrocessione a trionfare a San Siro.

La Juve per contro non aveva fatto passi falsi a Palermo vincendo con Bonucci e Quagliarella e portandosi in testa alla classifica: posizione che i bianconeri avrebbero mantenuto fino alla fine vincendo il primo scudetto della serie.

Da lì invece, da quel 6 aprile del 2012, e dunque più di otto anni fa, il Milan non avrebbe mai più occupato la prima posizione. Fino ad oggi, con tutti gli attori cambiati, con posizioni invertite, con i gol di Muntari che non sarebbero più possibili perché tanto è cambiato anche dal punto di vista della tecnologia e con Ibra, l’unico per cui il tempo pare non passare.

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Ti ricordi… Miura, la “macchietta applicata” del Genoa che oggi a 53 anni gioca ancora

Tomáš Skhuravy di testa le prende tutte, proprio tutte: facendo sembrare improbabili campanili cross al bacio, proprio come quello di Antonio Manicone, mediano che più mediano non si può, in quel derby di ventisei anni fa. Lo slovacco con la sua aria da dio vichingo va in cielo e ovviamente quel pallone buttato lì lo prende lui, mandandolo in area: se Skhuravy domina normalmente il cielo di Marassi, assai meno consueto è vedere Kazuyoshi Naiya, ribattezzato Miura, anticipare Daniele Mannini e Pietro Vierchowod e mettere il pallone alle spalle di Walter Zenga, portando in vantaggio il Genoa.

Quella partita finirà 3-2 per la Sampdoria, e quello del 4 dicembre 1994 sarà l’unico gol di “Kazu” in Italia. Primo giapponese in Serie A, preso per una questione prettamente di marketing dal presidente Aldo Spinelli, senza esborsi e con un buon ritorno in termini di sponsorizzazioni, osteggiato da Franco Scoglio che lo chiamerà “macchietta applicata” nella sua adorabile e forbita antipatia maltrattando pure lo stuolo di giornalisti e traduttori che l’attaccante si portava dietro, l’avventura di Miura in Italia non sarà positiva. Fine dunque: un classico cliché della meteora straniera ricordata con affetto e simpatia per un gol e poco altro e con la meteora stessa che ha quel gol come storia prediletta da raccontare ai nipotini?

No, proprio no: nella storia di Kazu, e nei racconti da fare ai nipotini quel gol, seppur sia forse il picco più alto toccato nella carriera calcistica è forse l’ultima cosa da tirar fuori. A parte che se avesse nipotini (non risulta che i figli di Kazu, Ryota e Kota, entrambi giovani attori, lo abbiano reso nonno) Kazu potrebbe portarli alle sue partite, visto che gioca ancora, a 53 anni nel massimo campionato giapponese, con gli Yokohama Fc, ma potrebbe raccontare una vita decisamente da romanzo.

A partire da quel cognome, Miura, che è della mamma. Kazu nasce Naiya, ma il papà Nobu è vicino alla yakuza. Troppo vicino, e a Kazu quel mondo lì non piace: a lui e al fratello Yasutoshi interessa il pallone, e forse quel cognome è troppo ingombrante per metterlo su una maglietta. Perciò scelgono “Miura” di mamma Yoshiko, mostrando la volontà di non ereditare legami e appartenenze. Entrambi sono bravini, almeno per il livello giapponese degli anni Ottanta, quando il calcio era snobbato quasi tout court nel paese del Sol Levante. Kazu, che è più forte di Yasutoshi, sente di non poter crescere molto lì in patria: a 15 anni, decide di imbarcarsi, solo con suo fratello, per andare a imparare il gioco del pallone in Brasile.

Due ragazzini giapponesi, soli, in un mondo completamente sconosciuto senza sapere una parola di portoghese e ovviamente “indietro”, fisicamente ma soprattutto tatticamente e tecnicamente rispetto ai pari età dove si vive di calcio. È il preludio per un’altra storia comune: ragazzini con mille sogni in testa che si scontrano con le difficoltà spesso insormontabili che li separano da quei sogni e desistono, tornando a casa. Ma no, anche in questo caso Kazu strappa i cliché: resiste ai tanti momenti bui, impara, tiene duro e dopo i campionati giovanili con la Juve di San Paolo passa al Santos, poi al Palmeiras dove segna i suoi primi gol, poi al Coritiba e di nuovo al Santos, incontrando campioni, ricevendone i complimenti. Ce l’ha fatta, insomma Kazu. E nel 1990, dopo anni in Brasile in cui apprezza tutto, Kazu torna in Giappone, ma da re: ai Verdy Kavasaki è una star, con la maglia della nazionale segna a raffica e quasi porta i nipponici al Mondiale 1994, fino alla beffa di Doha contro l’Iraq, all’ultimo minuto.

Lì arriva la chiamata di Spinelli: pronto a scommettere sul calciatore più noto in Giappone: da un sondaggio risultava che Kazu era conosciuto dal 98% dei nipponici, secondo per popolarità nel 1994 solo all’imperatore, in un Paese tutt’altro che calciofilo. Ma tra Scoglio che detesta il suo traduttore più che Kazu (“Io parlo e spiego per due minuti, questo che traduce gli parla per 10 secondi: ma cosa può imparare Miura così?”), Franco Baresi che involontariamente in un contrasto gli rompe il setto nasale e gli provoca una commozione cerebrale e partite non proprio eccellenti, questa volta l’attaccante deve alzare bandiera bianca. Tornerà in Giappone, portando la nazionale fino ai Mondiali del 1998, tagliato fuori incredibilmente dall’allenatore al momento di scegliere la rosa che andrà in Francia. Tenterà ancora l’avventura in Europa alla Dinamo Zagabria ma ancora senza successo, fino all’incredibile serie di “eterni ritorni” con lo Yokohama Fc, dove gioca ancora, a 53 anni suonati, facendo segnare record su record. No, quel gol nel derby di 26 anni fa non è il minuto di celebrità di una meteora: Kazuyoshi Miura ha un’altra storia, Kazu è un’altra storia.

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Riaprono gli stadi in Serie A: limite a mille persone dopo il summit Governo-Regioni. Spadafora: “Vogliamo allargare a tutti”

La Serie A riapre gli stadi a mille persone da domenica. Il campionato 2020/21 riparte (quasi) da subito con una piccola percentuale di spettatori. Lo hanno deciso Governo e Regioni durante il summit convocato dal ministro per gli Affari Regionali, Francesco Boccia, dopo che in giornata anche il Veneto, seguendo il governatore emiliano Stefano Bonaccini che ha deciso di riaprire gli stadi a mille tifosi, ha aperto le porte ai tifosi locali. Lo si leggeva in un’ordinanza del governatore Luca Zaia valida fino al 3 ottobre, con cui ha deciso di aprire a mille spettatori gli stadi della propria regione e a 700 gli impianti al chiuso, come i palazzetti dello sport. Il ministro Spadafora esulta e annuncia che l’obiettivo è quello di allargare il provvedimento a tutte le categorie e a tutti gli sport. Mentre il presidente della Figc Gravina si dice perplesso proprio per la scelta di riaprire solo nella massima serie calcistica. E il presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli, dice che “è auspicabile un atteggiamento prudenziale e una omogeneità di approccio su tutto il territorio nazionale”.

“Il mio obiettivo è quello di consentire la partecipazione del pubblico per tutti gli sport e per tutte le categorie, arrivando a definire un protocollo unico che preveda una percentuale di spettatori in base alla capienza reale degli impianti – ha commentato il ministro Spadafora – L’impegno che ci siamo presi durante l’incontro è quello di metterci subito al lavoro su questo. Occorre mantenere cautela, rigore e attenzione per riaprire bene, gradualmente, e non essere costretti a chiudere di nuovo. Il quadro epidemiologico a livello europeo non è incoraggiante, noi dobbiamo stare attenti ed evitare precipitose fughe in avanti”.

Perplesso, invece, il presidente della Figc, Gabriele Gravina: “L’apertura degli stadi al pubblico è una bella notizia, ma il fatto che il via libera sia arrivato solo per la Serie A e non per gli altri campionati professionistici mi lascia perplesso. L’applicazione dei protocolli di sicurezza sono i medesimi in tutte e tre le serie professionistiche, così come lo devono essere le regole per il distanziamento, quindi anche su questo tema ci deve essere lo stesso trattamento. Nei mesi difficili del Covid, il calcio tutto ha dimostrato grande responsabilità. Sono convinto che verrà preso il medesimo provvedimento prima dell’avvio ufficiale dell’attività della B e della C, previsto per il prossimo fine settimana”.

Dopo il passo in avanti di Zaia, Dal Pino aveva chiesto maggiore comunicazione con l’esecutivo, in particolare col ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora: “A luglio abbiamo fatto con i migliori consulenti in circolazione uno studio di 300 pagine su come riaprire gli stadi in totale sicurezza, nessuno ci ha mai chiamato nemmeno per affrontare questo discorso – prosegue – Il comitato tecnico scientifico fa enormi sforzi per occuparsi del Paese, siamo grati a loro per quello che stanno facendo. Ma rispetto al nostro ministero dello Sport il dialogo non è quello che dovrebbe essere. Il calcio rappresenta una delle più grandi industrie italiane, con un grande gettito tributario e previdenziale, dà lavoro a 300mila persone fra diretto e indiretto e rappresenta un fenomeno sociale importante. Mi spiace dirlo, ma devo dirlo a voce alta, c’ è bisogno di rispetto. Da parte nostra c’è un movimento che ha poco ascolto”, ha detto spiegando che anche per quanto riguarda la riforma dello Sport in discussione non c’è stato uno scambio di idee con il ministero.

Concludendo la sua invettiva, il capo della Lega di A sottolinea che all’industria calcio non è stato riservato lo stesso trattamento degli altri settori produttivi, scolastici e del trasporto pubblico. “Il Paese sta cercando di ripartire, le scuole sono aperte, nei viaggi si muove qualcosa, le aziende lavorano normalmente. L’ho detto anche all’ultima assemblea, perché in metro si fa la coda per entrare, e così a scuola, negli autobus, nelle aziende e perché invece allo stadio non ci può essere una persona seduta con cinque posti vuoti intorno? Perché? Qual è il problema in uno stadio di 40, 50, 70mila persone? Bisogna solo sedersi e pianificare. Speriamo che il Cts abbia attenzione a questo tema, perché questa è un’industria che se non ha attenzione da parte del ministero che dovrebbe governarla, rischia di andare in grandissima difficoltà e mettere in pericolo molti posti di lavoro”.

Pronta la replica del ministro Spadafora che si è detto “sorpreso” dalle dichiarazioni di Dal Pino: “Ho letto con stupore le dichiarazioni di Dal Pino sulla mancanza di dialogo tra il governo e il mondo del calcio – ha dichiarato – L’attenzione è stata costante, le soluzioni trovate per portare a termine lo scorso campionato e iniziare nei tempi quello che comincia oggi sono state condivise. Abbiamo assicurato una attività continua e giornaliera di supporto. Solo per citare alcune delle cose, l’audizione di lunedì scorso al Comitato tecnico scientifico, richiesta da me a seguito della bocciatura del protocollo per la riapertura degli stadi, che non è affatto stato ignorato come sostiene Dal Pino, ha avuto come oggetto anche i protocolli per l’alleggerimento della frequenza dei tamponi, su cui ha discusso nuovamente il Cts ieri e su cui stiamo attendendo le decisioni. Pochi giorni fa il presidente della Figc è stato ricevuto dal presidente del Consiglio e a seguito dell’incontro a Palazzo Chigi si è confermata la volontà comune di riaprire gradualmente gli stadi a partire da ottobre, in attesa dell’analisi delle curve dopo la riapertura delle scuole”.

E ha poi fatto chiarezza sulle decisioni prese dai governatori di Emilia-Romagna e Veneto: “Il dpcm in vigore dai primi di agosto e rinnovato a settembre consente dei margini di intervento ai presidenti delle Regioni ed alcuni hanno deciso di aprire gli stadi nei loro territori, seguendo le norme previste – ha spiegato – Riceverò con piacere il presidente Dal Pino nei prossimi giorni, la ripresa del campionato è una buona notizia per tutti gli appassionati e gli sportivi, tra cui il sottoscritto. Spero in una stagione di sport entusiasmante e faccio il mio in bocca al lupo a tutte le squadre coinvolte”.

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Inter grande sul mercato e piccola in campo. Ora l’ultimo passo deve farlo Conte

L’Inter è una grande squadra. Più fuori che dentro il campo. Ultimamente quasi solo fuori dal campo: compra top player mondiali, ha l’allenatore più pagato d’Italia e invece soffre, balbetta, vince ma non convince a Parma come una Inter di Spalletti qualsiasi, più vicina al quarto posto dell’Atalanta che al primo della Juventus.

Il 2-1 in extremis, la pessima prestazione del Tardini fa il paio con quella scriteriata contro il Sassuolo: due partite diverse, una dominata e pareggiata per le clamorose occasioni sprecate, l’altra completamente toppata e vinta per un paio di episodi nel finale. Due facce della stessa medaglia: quella di una squadra che ha sbagliato tutte le gare decisive, sempre nel corso dell’anno, sempre alla stessa maniera, e poi ha smarrito il bandolo della matassa negli ultimi mesi, già prima dell’emergenza coronavirus, finendo per perdere il treno della lotta scudetto, e ritrovarsi nel guado di una stagione senza più grandi motivazioni. La qualificazione in Champions non pare in discussione – niente follie e brividi di fine stagione come con Spalletti – ma il primo anno di Conte se finisse così sarebbe comunque un po’ deludente.

Eppure in settimana non si è parlato d’altro che di Inter, con entusiasmo. L’acquisto di Achraf Hakimi è già il colpo dell’estate 2020: il laterale destro più richiesto al mondo, stella del Borussia Dortmund (che grazie ai suoi gol ha eliminato in Champions proprio i nerazzurri), in prestito dal Real Madrid, uno di quei talenti che avrebbe potuto andare in qualsiasi squadra del mondo, ha scelto i nerazzurri per il presente e il futuro della sua carriera. Non è nemmeno una novità. Il primo è stato Lukaku, acquistato a suon di milioni per inaugurare l’era Conte e far dimenticare Icardi (c’è già riuscito). A gennaio è stata la volta di Eriksen, ancora oggetto misterioso in Italia, ma comunque uno dei centrocampisti più forti d’Europa, che sarebbe titolare in qualsiasi big del continente. Hakimi è il terzo top player, e diventerebbe addirittura il quarto se anche Lautaro Martinez dovesse rimanere (lo vuole il Barcellona di Messi).

Insomma, l’Inter ormai è una grande squadra che compra campioni internazionali e fa incetta dei migliori giovani nazionali (il prossimo potrebbe essere Tonali), e in questo è davvero sempre più vicina alla Juventus. Il problema è che sul campo è ancora troppo lontana, nelle ingenuità, nella mancanza di personalità, nelle troppe partite importanti sbagliate o buttate via, come in passato.

I dubbi aumentano, le critiche pure e mettono nel mirino l’antipatico Conte: vale 10 milioni di euro a stagione? Con questa squadra davvero Spalletti non avrebbe fatto di meglio, o comunque non di peggio? Per i processi è presto. Dando per scontata la qualificazione in Champions, c’è ancora l’Europa League agostana che darebbe un altro senso alla stagione. E comunque l’Inter non vince nulla da un decennio, non da un anno, ci vuole tempo per cambiare la mentalità, la storia di un club. Klopp ci ha messo quattro anni a fare del Liverpool la squadra più forte del mondo. L’Inter, però, il suo salto di qualità l’ha fatto: è di nuovo un grande club, temuto e credibile, Zhang e Marotta hanno mantenuto tutte le promesse. Ora tocca a Conte. Altrimenti per una volta il fallimento sarà tutto suo, e non dell’Inter.

Twitter: @lVendemiale

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Coronavirus, il pallone è tornato e ci era mancato. Ma riusciremo ancora a emozionarci per questo calcio?

Tre mesi, 13 settimane, 95 giorni, 2.280 ore, 136.740 minuti. Tanto è passato dall’ultima volta in cui si era giocata una partita. Da allora c’è chi ha contato pure i secondi, chi si è semplicemente disintossicato, chi addirittura si è augurato che il calcio non ricominciasse più. Adesso il pallone è tornato e, diciamo la verità, ci era mancato, più o meno a tutti. Lo dicono i numeri: le due semifinali di Coppa Italia, Juventus-Milan e Napoli-Inter, gran galà della sospirata ripresa, sono state seguite da 7-8 milioni di spettatori, con punte del 34% di share.

C’è un misto di sollievo, felicità, indifferenza, delusione il giorno dopo la ripresa. Ognuno l’ha vissuta a suo modo, questione di sensibilità, emozioni personali. Tutto estremamente soggettivo. Quello che è oggettivo è lo spettacolo a cui abbiamo assistito: mediocre, inconsistente. Juventus-Milan è stata una partita tipo amichevole d’agosto, ritmi bassi, zero tiri in porta, risolta in quei 30 secondi di caos, fra il rigore generoso concesso dal Var e sbagliato da Ronaldo e la follia di Rebic punita con l’espulsione. Appena meglio Napoli-Inter, brutta copia della brutta partita dell’andata, con i nerazzurri di Conte superiori e spreconi, la squadra di Gattuso asserragliata in difesa, cinica al punto di guadagnarsi la finale con due tiri in porta in due gare.

Mercoledì all’Olimpico per l’ultimo atto speriamo di vedere qualcosa di più, un brivido, un sentimento. Il dubbio, però, è se questo calcio sia ancora in grado di offrircelo. Probabilmente è prematuro chiederselo, in fondo era solo la prima partita dopo tre mesi di stop, con quello che c’è stato di mezzo, anche la Serie A ha tutte le attenuanti del caso. Il problema di questi primi 180 minuti, però, non è stato Cristiano Ronaldo giù di tono o Lautaro Martinez con la testa al mercato, nemmeno i soliti limiti dell’Inter di Conte o il gioco balbuziente della Juve di Sarri. È tutto il calcio post Covid a non essere stato la stessa cosa: un calcio senza emozione e per questo poco emozionante.

Quell’atmosfera ovattata, il rimbombo del pallone o delle voci dei calciatori negli stadi deserti, è straniante: la Uefa è già partita alla carica per consentire l’accesso almeno ad una quota ridotta di spettatori, broadcaster e società studiano effetti sonori speciali e cori personalizzati (ma sarebbe una presa in giro, come le risate nelle sit-com). In attesa di sviluppi, farci l’abitudine non sarà facile. Ne risente il tifoso sul divano, ma anche i giocatori in campo: abbiamo visto due partite a eliminazione diretta, il cui finale in una situazione normale sarebbe stato palpitante, invece neanche un sussulto. Sarà forse perché questa stagione sportivamente è finita tre mesi fa: la si può anche concludere perché i presidenti devono incassare i soldi dei diritti tv e il pallone è una grande industria che come qualsiasi altra attività economica ha bisogno di ripartire, ma non la si può riattivare a comando. Ci vorrà del tempo per tornare ad esultare per un gol o disperarsi per un rigore sbagliato. O forse non è neanche una questione di tempo, è solo che dopo gli ultimi tre mesi abbiamo imparato a dare una gerarchia diversa alle priorità della vita.

Tornare a vedere, commentare, vivere una partita non è stato banale. Era una parte della nostra vita che ci era stata tolta all’improvviso, insieme a tante altre cose, anche molto più importanti. Adesso che ci viene restituita, siamo felici di riavere il nostro amato pallone. Ma riusciremo ancora a emozionarci per questo calcio?

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Esports, col lockdown popolarità è cresciuta. Le prospettive (in Italia) delle competizioni virtuali: da Fortnite alla E-Serie A

Partite, contrasti, sorpassi, curve e incidenti: nonostante lo sport a livello mondiale sia fermo praticamente ovunque, esiste un “mondo” in cui non si è mai stoppato. È quello virtuale, l’universo degli Esports. Con questo termine si intendono tutte le competizioni giocate su piattaforme virtuali, i comuni videogiochi. Attorno a questa attività, che nasce con carattere ludico, negli ultimi anni si è creato un vero e proprio mercato, capace di generare nel 2019 un giro d’affari superiore ai 450 milioni di dollari (secondo i dati del report di Aesvi Sport).

Gli Esports oggi catturano l’interesse – solo in Italia – di oltre un milione di persone. In questi due mesi in cui lo sport fisico non è esistito, la popolarità della sua alternativa virtuale è cresciuta come non mai. Gran Premi di Formula 1 e MotoGp, partite di calcio, oltre a giochi come Fortnite, hanno subito una rapida accelerata. Il successo non è dovuto soltanto alla possibilità di giocare online contro altre persone provenienti da tutto il mondo, ma di farlo anche contro veri e propri sportivi professionisti: Leclerc, Immobile, Materazzi, Valentino Rossi e Romagnoli sono solo alcuni dei tanti che in questi due mesi hanno dato spettacolo coi videogiochi.

Questa opportunità di entrare in stretto contatto con i propri idoli può rappresentare una delle chiavi con cui leggere il successo degli Esports. Lo spiega bene Luigi Caputo, che è uno dei due fondatori dell’Osservatorio Italiano Esports, una realtà che cercare di guidare tutte le società che vogliono provare a investire in questo mondo (ultima in termini di tempo ad averlo fatto è stata l’Inter). “La possibilità – dice Caputo – di creare una vera e propria comunità mondiale è uno dei segreti che stanno alla base di questi sport: si può giocare a Fifa contro un calciatore professionista e con lui parlare o chattare, una esperienza sicuramente singolare”. Un confronto che quindi non è solo virtuale ma anche sociale: attraverso i videogiochi e il loro sistema online è possibile giocare contro persone che hanno interessi simili ai propri.

Ma non si tratta solo di passione, perché sono tanti, e corposi, gli interessi economici. Le previsioni degli esperti seguono tutti la stessa strada: il fenomeno Esports non può che continuare a crescere, con la possibilità di che il mercato raggiunga un giro d’affari superiore ai 600 milioni nel 2022. In Italia alcune squadre di calcio di Serie A, come Inter, Roma e Sampdoria hanno già messo sotto le proprie dipendenze dei gamers professionisti, ovvero delle persone pagate per rappresentare ufficialmente le squadre nei vari tornei internazionali.

Anche un E-Serie A, un campionato virtuale, era pronto a partite, prima che il coronavirus lo bloccasse sul nascere. È ancora però poco chiara la posizione di molti altri giocatori, che non sono collegati a un club ma fanno parte di associazioni Esports. Loro sono ancora considerati dei dilettanti, nonostante siano parte attiva in un circuito che muove milioni di dollari. “Questo – sostiene Caputo – è un punto fondamentale per la crescita in Italia. Regolarizzare questo tipo di giocatori permetterà al nostro Paese di raggiungere numeri, sia come appassionati che come introiti economici, molto elevati, come avviene già in Cina o negli Stati Uniti”.

Questo periodo è quindi stato fondamentale per la crescita di popolarità e consapevolezza di questa realtà, ma per dare solidità economica al settore la strada è ancora lunga. Vedere cosa succede all’estero può aiutare a immaginare quali potrebbero essere gli scenari futuri. In questo senso Fortnite, il gioco che vanta più appassionati in tutto il mondo, è un vero e proprio punto di riferimento: basti pensare che l’ultima Fortnite World Cup aveva un monte premi di un milione di dollari. Ma non c’è solo competizione e la possibilità di guadagno dentro questo mondo, quanto una vera e propria nuova forma di socializzazione e di diffusione dei brand. Il rapper americano Trevis Scott lo scorso 24 aprile ha tenuto il primo concerto su Fortnite: “Astronomical” è il nome dell’evento, esclusivamente online, a cui tutti i giocatori del mondo hanno potuto assistere. Il cantante, rappresentato dal proprio avatar, vestito con tutti i suoi reali sponsor, è così andato in scena davanti a 12,7 milioni di utenti, saliti poi a 27,7 con le repliche dei giorni successivi.

Eventi come questo sono un esempio per comprendere quale possa essere il potenziale degli Esports: una realtà che può raggiungere tutti, fruibile in qualunque momento e soprattutto alla cui partecipazione tutti possono aspirare. Basta avere una console e il joystick.

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Arda Turan, Mesut Ozil e Cegiz Under: da eroi a reietti, la gloria e la repentina dannazione della ‘generazione Erdogan’

Il problema di diventare un idolo è che prima o poi si finisce sempre nella polvere. L’esito è certo, si può solo lottare per provare a spingere quel giorno il più avanti possibile. Per Arda Turan la data di scadenza è arrivata lo scorso 31 gennaio. È stato allora che il giocatore più forte della Turchia è passato da figliol prodigo a reietto. Una volta per tutte. Senza possibilità di appello. Perché in quel giorno il fantasista ha deciso di rescindere il suo contratto con il Basaksehir. Pur sapendo che il Barcellona, titolare del suo cartellino fino al prossimo giugno, non aveva nessuna intenzione di riaccoglierlo a braccia aperte.

Nel giro di un pomeriggio Arda Turan è rimasto senza squadra, senza stipendio, senza calcio. A 33 anni è diventato un giocatore che si aggira per l’Europa nel tentativo disperato di dimostrare di non essere un “ex”. O almeno non ancora. Perché la sua ultima rete in campionato risale ormai a più di due anni fa. È il 20 aprile del 2018, un venerdì. Il Basaksehir batte 3-1 il Kayserispor, ottavo in classifica. Arda Turan segna il secondo gol, quello che riporta in vantaggio la squadra di Istanbul. Poi più niente. Solo squalifiche, infortuni, sprazzi di talento. E tanti problemi. Soprattutto fuori dal campo. La parte più oscura del suo carattere prende il sopravvento e fa partire l’autocombustione. L’11 settembre 2019 il fantasista turco viene condannato a 2 anni, 8 mesi e 15 giorni di carcere. Il motivo? Poco meno di un anno prima si trovava in un locale di Istanbul e aveva rivolto delle frasi piuttosto esplicite alla moglie del cantante turco Berkay Sahin. Davanti al cantante turco Berkay Sahin.

“Se non fossi sposato – aveva detto – una come te non mi mancherebbe”. Apriti cielo. Nel locale era scoppiata una rissa da saloon. Berkay aveva avuto la peggio e si era ritrovato con il naso rotto e con una pistola puntata contro. Ma non era ancora finita. Perché Arda Turan aveva seguito il cantante al pronto soccorso e, per intimorirlo, aveva sparato anche un paio di colpi (che l’accusa aveva definito accidentali). Un episodio che diventa solo l’ultima riga nel curriculum di follie. Neanche 12 mesi prima Arda Turan era stato squalificato per 16 giornate, poi ridotte a 10, per aver spinto un guardalinee (e per averlo coperto di insulti). L’addio alla Nazionale, invece, era arrivato nel 2017. La Turchia stava rientrando in aereo dalla trasferta in Macedonia. E il fantasista si era scagliato contro un giornalista che volava con la squadra.

Un finale di carriera incomprensibile, una picchiata inarrestabile che stride con il personaggio che Arda Turan aveva costruito all’inizio della sua avventura europea. Nel 2011 l’Atletico lo acquista per 12 milioni dal Galatasaray. Appena atterrato in Spagna, Arda Turan scende le scalette dell’aereo e dice: “Sono qui per giocare nell’Atletico, se mi avesse chiamato in Real non avrei firmato”. Uno slogan capace di infiammare qualsiasi cuore. Con la maglia dei materassi compie il salto. Da talento a icona nazionale. Arda Turan decide di non imparare lo spagnolo, gira con il traduttore, mette su quello che passa alla storia come il Frente Kebab, un gruppo di persone comuni che si riunisce in un ristorante e ascolta la musica tradizionale turca fino a tardi. Gli inizi con Gregorio Manzano non sono dei migliori. Ma con Simeone, a poco a poco, la storia cambia. Non poteva essere altrimenti visto che “Cholo”, letteralmente, significa incrocio di razze.

Arda Turan diventa una parte essenziale del gruppo pur restando un elemento esterno al gruppo. Si mescola ma non si miscela agli altri. In campo diventa centrale. Dribbling, passaggi, cambi di ritmo. E anche qualche gol. El Turco è un elemento di classe in una squadra brutta, sporca e cattiva, in un collettivo che deve cercare una propria filosofia per arrivare lì dove sono Barcellona e Real. Nel 2015 Arda Turan si trasferisce al Barça. Ma lì è solo un ottimo giocatore in una squadra infarcita di fenomeni. In due anni e mezzo gioca 36 partite. Una miseria. Così nel gennaio del 2018 torna in patria. Non in una squadra qualsiasi, ma nell’Istanbul Basaksehir, un club che ha ritirato la maglia numero 12 come gesto di rispetto nei confronti di Erdogan, una società che il New York Times ha definito, senza giri di parole, “del governo”. E non è una coincidenza. Perché Arda Turan è forse il giocatore turco che più ha appoggiato pubblicamente la politica di Erdogan.

E se nel 2017 si è schierato a favore dell’introduzione del “super-presidenzialismo”, nel 2018 ha addirittura scelto Erdogan come testimone di nozze. Con tanto di cambio di programma: niente alcol nel menù, perché il presidente è un musulmano praticante e potrebbe risentirsi. D’altra parte il legame fra i due è più che saldo. Agli Europei del 2016 la Turchia viene superata da Croazia e Spagna. I sogni di qualificazione agli ottavi non durano neanche 180’. Il pubblico non gradisce e inizia a fischiare Arda Turan, uno che fino a quel momento era diventato il simbolo di una Nazione che poteva competere con chiunque, un sogno nazionalista in carne e ossa, viene travolto dalle critiche. Ed Erdogan corre in suo aiuto: “Fischiare il capitano della nazionale non è un atto spiegabile”.

Questo, però, è un momento difficile anche per altri due giocatori che hanno ostentato pubblicamente il loro appoggio a Erdogan. Il primo è Mesut Ozil, altro talento minato da un carattere difficile. Nei giorni scorsi il turco (insieme a due compagni) ha inizialmente rifiutato di tagliarsi del 12,5% il suo stipendio da 350mila sterline a settimana, così come stabilito da tecnico e giocatori per aiutare l’Arsenal a gestire le perdite legate all’emergenza Covid-19. Un altro tassello in un mosaico di polemiche internazionali che il centrocampista tedesco di origini turche sta costruendo da anni. Nel maggio 2018, insieme al compagno Gundogan, si fa fotografare con Erdogan. Sorrisi, strette di mano, maglie con dedica. Le critiche sono così aspre che Ozil, dopo i Mondiali, decide lasciare la Nazionale dicendo di essere vittima di razzismo.

“Mesut ha fatto bene a dire addio alla nazionale tedesca – gongola Erdogan – Il razzismo va condannato, è una cosa inaccettabile”. Ozil dice che lui, quello scatto, lo rifarebbe. Così nel 2019 ecco che lui e la sua fidanzata si fanno fotografare ai lati del presidente durante una cena. Il passo è breve, il 7 giugno Ozil si sposa ed Erdogan gli fa da testimone. Le foto fanno il giro del mondo, fatalità proprio prima delle elezioni per il nuovo sindaco di Istanbul. Non va meglio a Cengiz Under, che lo scorso ottobre aveva postato una foto che lo ritraeva mentre festeggiava un gol mimando un saluto militare. Tutto corredato da tre bandierine turche, chiaro gesto di appoggio alle operazioni militari contro i curdi in Siria dei giorni precedenti. Alla sua terza stagione a Roma, l’esterno è ancora un rebus. I primi sei mesi del 2018, quando il turco ha trascinato i giallorossi di Di Francesco con 6 gol in 7 partite fra campionato e Champions, sono rimasti un’eccezione. Under non ha più trovato la continuità, fra infortuni, prestazioni opache e scarso contributo alla fase difensiva, e l’esplosione di Zaniolo lo ha relegato in secondo piano. Almeno per il momento.

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Coronavirus, giusto far allenare i calciatori. Ma riprendere il campionato è un’altra storia

Correre sì, giocare no. La differenza è semplice. Anzi, quasi “costituzionale”: tutti i cittadini sono uguali, pure gli atleti. Da oggi inizia la Fase 2 e riprenderanno gli allenamenti. Anche per il pallone. Quello che inizialmente era stato proibito, adesso è concesso: i calciatori, come i tesserati di qualsiasi altro sport di squadra, potranno ritrovarsi sul campo, purché lo facciano in sicurezza e svolgano gli allenamenti da soli.

La svolta è arrivata nel weekend tra sabato e domenica, sulla scorta delle ordinanze di Emilia-Romagna, Lazio e Campania. Tra i vari cortocircuiti del coordinamento della Fase 2 tra Stato e enti locali rischiava di esserci pure lo sport, anzi il pallone, visto che si è capito subito che le sedute di alcune squadre come Lazio e Napoli sarebbero diventate un caso nazionale, se non proprio politico. Data la risonanza mediatica, l’esecutivo non avrebbe potuto far finta di nulla: si trattava di andare al braccio di ferro con i governatori (e non governatori qualsiasi: il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, è anche il segretario del Pd), oppure di assecondare la deroga. Ha prevalso il buon senso, che coincideva con l’opportunità politica: con una circolare del Viminale inviata ai prefetti il governo ha dato l’ok alla ripresa degli allenamenti individuali anche per gli sport di squadra, di fatto smentendo il suo stesso decreto di appena una settimana fa.

C’era qualcosa di profondamente ingiusto in quel Dpcm. Si potrebbe dire quasi di “punitivo”: se un atleta corre da solo su un campo, non cambia nulla che si tratti di un calciatore o di un tennista, un rugbista o un maratoneta. La decisione del governo di limitare la ripresa solo alle discipline individuali era stata presa per il calcio e contro il calcio. Vincenzo Spadafora non si era fidato degli inaffidabili presidenti del pallone, della promessa di rispettare impossibili protocolli sanitari: chi avrebbe controllato i club una volta chiusi nei loro ritiri dorati? Il ministro ha reagito alle continue pressioni del pallone, alle sue eccessive richieste di corsie preferenziali. Ma ha reagito male, con un provvedimento eccessivamente vessatorio. E le esagerazioni tornano sempre indietro, come un boomerang.

Vale anche per Spadafora, che ha dovuto incassare la circolare del Viminale. Così da oggi la Serie A si rimette parzialmente in moto, in ordine sparso: Sassuolo e Inter subito, Lazio e Roma nella seconda metà della settimana, il Napoli farà prima i tamponi a tutti (quindi se ne parla nel weekend), Atalanta, Milan e Brescia non hanno ancora fissato date precise, la Juventus metterà in quarantena i giocatori che tornano dall’estero, l’Udinese per ora resta ferma in attesa dell’ok al protocollo sanitario.

Come si capisce anche dai diversi atteggiamenti dei club, c’è una bella differenza fra tornare sul campo ed allenarsi. Le corsette autorizzate sono ben altra cosa rispetto alle sedute nei ritiri blindati a tamponi battenti che ipotizzava l’inattuabile protocollo Figc, che di fatto è stato bocciato, anzi rimandato, dal governo. Ai fini della ripresa del campionato non è cambiato molto. Soprattutto, non è cambiato lo spirito del ministro, come ha tenuto a chiarire il diretto interessato: “Leggo cose strane in giro, ma nulla è cambiato rispetto a quanto ho sempre detto sul calcio: gli allenamenti delle squadre non riprenderanno prima del 18 maggio e della ripresa del campionato per ora non se ne parla proprio”.

Il ministro dello Sport resta contrario. Ed è lui che comanda. Per giocare serve l’ok del comitato tecnico scientifico, che però ha altre priorità, e bisogna sciogliere la grande incognita delle nuove positività (al primo contagio la squadra sarà messa in quarantena?) su cui non sembrano esserci soluzioni. La ripresa non è poi più vicina, tanto che secondo indiscrezioni a breve il governo potrebbe anche mettere la parola fine alla telenovela, con un decreto in stile Francia che vieti le attività agonistiche fino a settembre. A quel punto comincerebbe un’altra partita, su cosa fare della stagione troncata. Intanto però che i calciatori tornino pure a correre e a sentire il profumo dell’erba, dopo due mesi di lockdown. Come tutti gli altri, che poi è il messaggio che il ministro Spadafora ha tanto a cuore ma per un momento forse si era dimenticato. Non sono privilegiati, ma neppure discriminati.

Twitter: @lVendemiale

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Coronavirus, l’ultima idea di Lotito: “Sì a una partita secca contro la Juve per lo scudetto. Playoff? No, Atalanta e Inter sono indietro”

“Accetterei una partita secca contro la Juventus per assegnare lo scudetto”. Ma non una serie di playoff con il coinvolgimento di Inter e Atalanta, che hanno rispettivamente 8 punti e 14 punti in meno della sua Lazio. Insomma: “Mi dica lei se devono essere coinvolte”. Dopo la nuova frenata del governo che ha fissato la ripresa degli allenamenti per le squadre di Serie A al 18 maggio, ecco l’ultima idea di Claudio Lotito per coltivare speranze di conquistare uno scudetto che la Lazio insegue dal 2000 e sembrava poter contendere dopo 8 anni di dominio bianconero. Prima che scoppiasse l’emergenza coronavirus.

In un’intervista a Repubblica, il presidente della Lazio – tra i proprietari di club il più attivo per una ripresa – attacca: “Si rischia di mandare a gambe all’aria il sistema. Alcune società stanno preparando un documento condiviso per mettere a nudo i rischi effettivi che corrono”. Quindi rivendica il suo modus operandi: “Mi chiamano Lotito il virologo, lo scienziato, ma alla Lazio ho una struttura eccellente. Ho già tamponi e test sierologici. E ho fatto avere le mascherine anche a qualche presidente”.

A Formello, il centro sportivo della Lazio, “ho il cardiologo, l’internista, l’otorino e l’urologo, perché cose come il varicocele una volta si scoprivano al militare. Sono in grado di fare la sanificazione anche subito, la mia azienda lavora negli ospedali”. Si difende dall’accusa di voler riprendere solo perché in corsa per lo scudetto e puntualizza: “Ma se non si gioca più io sono già in Champions e risparmio quattro mensilità di stipendi. Avrei la convenienza a non giocare, ma io ragiono di sistema. Altri no”.

Quindi dice sì a uno “spareggissimo” con la Juventus: “Questo sì, lo accetterei. Ma non mi sono mai posto il problema”. Anche perché, ragiona, “ripartire comunque in parte ci penalizza”. Il motivo è presto spiegato, ad avviso del presidente della Lazio: “Noi avevamo fatto una scelta, ritenendo di non potercela giocare su tre fronti avevamo sacrificato l’Europa League, visto che per orari e spostamenti era la competizione più scomoda. Così avremmo giocato una volta a settimana mentre gli altri giocavano due volte. Se si ripartisse giocheremmo tutti due volte a settimana, perderemmo un vantaggio. Ma io ragiono nell’interesse di 20 club”.

I playoff, no, non piacciono: “Oggi io sono a un punto dalla Juventus, e solo per Juve-Inter che vabbè, l’avete vista. Ma all’andata contro la Juve ho vinto 3-1 e anche in Supercoppa l’ho battuta 3-1. E dovevamo ancora giocare il ritorno. Per equità, una squadra come l’Inter, che ha 8 punti meno di noi, o l’Atalanta, che ne ha 14 in meno, mi dica lei se devono essere coinvolte”.

E ai medici che frenano controbatte: “In Lega ho ascoltato le considerazioni di cosiddetti esperti, consulenti medici delle squadre. A chi di loro ci sconsigliava di riprendere gli allenamenti, ho chiesto che me li vietassero, ma su presupposti scientifici. Invece mi dicevano ‘che figura facciamo di fronte ai morti?’”. Quindi ricorda di aver studiato “medicina e pedagogia” e di aver “spiegato la natura del virus”: “Mi sarei aspettato i test sierologici, utili a vedere chi il virus lo ha già avuto, oltre al tampone che verifica solo lo stato del momento. A un medico dissi che andava bene per fare il professore di chitarra e mandolino”.

I problemi etici, puntualizza, “esistono” al punto che “ai miei dipendenti ho fatto un’assicurazione individuale”, ma i tamponi che servirebbero alla Serie A sarebbero “2500 a stare larghi”: “Come Federazione abbiamo rappresentato la possibilità di avere accordi con il Campus biomedico di Roma e altre strutture private o pubbliche, non leviamo tamponi a nessuno”. Infine, una stilettata al ministro dello Sport e una alle pay-tv.

Sulla data del 18 maggio, fissata dal governo, dice: “Perché una data è meglio di un’altra? Ha uno studio di cui non siamo a conoscenza? Io ho 2000 dipendenti che vanno a lavorare per 1600 euro al mese nei reparti Covid. E non si è ammalato nessuno, perché ho preso per tutti mascherine Ffp3 prima ancora che scoppiasse l’epidemia, oltre a guanti, occhiali e tute. Piuttosto, perché lo Stato ha mandato medici e infermieri negli ospedali senza adeguati presidi di sicurezza?”.

Mentre a Sky e Dazn lancia un avvertimento: “Se c’è un contratto, e il nostro è blindato, le tv devono adempiere. Molti club hanno già ceduto il credito alle banche facendoselo anticipare: ora c’è una scadenza e abbiamo un cliente che dice di non voler pagare. O chiede sconti senza senso – conclude – Se le tv pensano di avere ragione, paghino e poi richiedano i soldi. Sennò sono inadempienti”.

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