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Coronavirus, per i Länder tedeschi Natale e Capodanno con massimo 10 persone. In Francia alleggerimento in tre fasi

L’accordo sarà discusso domani alla riunione con la cancelliera Angela Merkel. Ma intanto i ministri-presidenti dei Laender tedeschi hanno trovato un’intesa per le misure di contenimento per Natale e Capodanno: dal 23 dicembre al primo gennaio sarà possibile ritrovarsi con altri nuclei familiari o altri singoli per un massimo di 10 persone, esclusi i ragazzi al di sotto dei 14 anni, mentre si invitano tutti i cittadini ad una quarantena preventiva auto-imposta prima delle festività.

Un elemento contenuto nelle bozze del documento che sarà discusso mercoledì e che prevede anche l’intenzione dei Land di prolungare il lockdown-light fino al 20 dicembre. Intanto i casi in Germania aumentano: nelle ultime 24 ore si sono registrati 13.554 tamponi positivi e 249 decessi, mentre nel giorno precedente i contagi erano stati 10.864. Con gli ultimi dati diffusi dall’Istituto Robert Koch, sale a 942.687 il numero totale dei casi in Germania ed a 14.361 quello dei decessi provocati dal Covid.

La Francia invece, che ha annunciato la decisione sull’apertura o meno degli impianti sciistici entro 10 giorni, attende l’intervento del presidente Emmanuel Macron, in programma per questa sera alle 20. A tre settimane dall’entrata in vigore delle restrizioni, in mattinata il capo dello stato francese ha in programma di riunire un Consiglio di Difesa per fare il punto sulla situazione. Come per i suoi precedenti interventi pubblici, si prevedono alti indici di ascolto, anche se l’incertezza è meno forte questa volta e il quadro generale è stato anticipato. L’alleggerimento si farà in tre tappe, intorno al primo dicembre, prima di Natale e all’inizio del prossimo anno. Macron ha anticipato domenica di voler dare ‘chiarezza e coerenza” ma il premier Jean Castex – che descriverà le misure nel dettaglio giovedì pomeriggio – ha voluto sottolineare ieri sera che si va semplicemente verso un “leggero allentamento del confinamento”.

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Festa clandestina a Parigi, centinaia di giovani ballano nel pieno della pandemia: biglietti via internet e location segreta fino all’ultimo

In una zona residenziale del 13esimo arrondissement di Parigi, nel pieno della pandemia, è stata organizzata una festa clandestina, a cui hanno partecipato centinaia di giovani. I biglietti per l’evento, chiamato “Voglio liberarmi”, sono stati acquistati per 15 euro tramite una piattaforma internet e l’indirizzo è stato comunicato all’ultimo minuto tramite e-mail ai partecipanti.

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Covid, donna di 41 anni muore in ospedale a Barletta: “Aveva atteso 11 ore per il ricovero”. L’Asl: “Abbiamo fatto tutto il possibile”

Febbre alta, tosse e difficoltà a respirare. Antonella Abbatangelo, 41enne di Trani, era risultata positiva al Covid e le sue condizioni peggioravano rapidamente. Per questo dopo qualche giorno di cure domiciliari era stata accompagnata dai familiari al pronto soccorso dell’ospedale di Trani, dove però era stata rimandata a casa. Il giorno dopo, si era recata all’ospedale Dimiccoli di Barletta, dove era stata ricoverata – ha ricostruito l’edizione barese del Corriere del Mezzogiorno – dopo 11 ore di attesa. È morta giovedì 19 novembre, cinque giorni dopo il ricovero. Antonella Abbatangelo era mamma di un bimbo di 14 mesi.

I familiari per alcuni giorni sono riusciti a ottenere solo frammentarie notizie sulle condizioni di salute della donna, fino alla telefonata di giovedì che ne comunicava il decesso. Giuseppe Carpagnano, cardiologo in servizio nell’ospedale Dimiccoli, ha raccontato l’avvenimento su Facebook: “Dopo un turno notturno di 12 ore, torni a casa distrutto e ti arriva il messaggio del collega per informarti che la paziente di cui gli hai parlato è deceduta”. Il cardiologo rileva che “non abbiamo personale e strumenti adeguati” e “probabilmente sono state le misure inefficaci per contrastare il virus a ucciderla“. Il dottore ricorda che durante la prima ondata a marzo “quando abbiamo assistito da spettatori al disastro in Lombardia, abbiamo pensato che se fosse successo da noi sarebbe stata un’ecatombe. Ci sono grandi responsabilità che – aggiunge – andranno chiarite. Ora non c’è tempo per fare polemica. Facciamo la nostra parte”, conclude Carpagnano.

L’Asl di Bari ha provato a fare chiarezza sulla morte della 41enne, ricostruendo quanto accaduto in ospedale in base ai documenti in loro possesso. “Posso assicurare che l’apparato clinico sta assicurando il massimo della attenzione e dalla cura a tutti i pazienti che arrivano in pronto soccorso”, ha detto Alessandro Delle Donne, direttore generale della Asl Bat. L’Asl ha ricostruito la vicenda, confermando che “la donna è attivata al pronto soccorso dell’ospedale Dimiccoli di Barletta con mezzo proprio il 13 novembre ed è stata presa in carico alle ore 23.01. È stata sottoposta a visita medica alle 23.05: sono stati evidenziati dispnea e febbre elevata da due giorni curata a domicilio. Al quadro clinico acuto va aggiunta una grande comorbilità rappresentata da problemi metabolici”. L’Asl ha avviato un’indagine per capire da quanto tempo la signora era in cura con terapia domiciliare e quali sono state le attese fuori dal pronto soccorso. Secondo l’Asl, “la descrizione di quanto accaduto dalla presa in carico fino al decesso evidenzia che è stato fatto tutto il possibile, abbiamo messo in campo tutte le forze umane a disposizione, tutti i mezzi disponibili”.

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Usa, scontro Tesoro-Fed sugli aiuti Covid: così Trump vuole intralciare la strada a Biden

Per i democratici si tratta dell’ennesimo tentativo dell’amministrazione Trump di voler indebolire e complicare la strada per Biden. Ma il ministro Steven Mnuchin difende la decisione del Tesoro americano, che rifiuta di estendere alcuni degli strumenti della Fed per combattere l’effetto Covid sull’economia e chiede indietro 455 miliardi di dollari di fondi non utilizzati. Una mossa inattesa che innesca una rara reazione immediata da parte della banca centrale, mostrando una spaccatura nel fronte Tesoro-Fed nell’aiutare l’economia travolta dalla pandemia e che, già debole, si trova a fare i conti con una nuova ondata di chiusure per cercare di contenere il virus.

Steven Mnuchin difende la decisione: le misure, così come definite dal Congresso, scadono alla fine dell’anno e qualsiasi altra interpretazione sulla loro durata è sbagliata. “Il bazooka che resta a disposizione della Fed è forte. I programmi hanno avuto successo e centrato i loro obiettivi”, dice. Poi assicura che dietro la decisione non c’è la “politica: Non è un tentativo di ostacolare la prossima amministrazione. Stiamo applicando la legge”. Quindi spiega che i fondi liberati dalla Fed possono essere spesi in modo migliore per aiutare gli americani disoccupati e le piccole e medie imprese.

Le sue parole però non bastano contro la dura quanto inusuale risposta immediata della Fed, che da mesi predica la necessità di andare avanti con le misure in vigore: “Ce ne libereremo quando sarà il momento e non sarà a breve”, ha detto solo qualche giorno fa il presidente Jerome Powell. “Preferiremmo che la completa gamma di strumenti attivati durante la pandemia continuasse a servire l’importante ruolo di rete di sicurezza per la nostra economia ancora in difficoltà e vulnerabile”, dice gelida la banca centrale.

Scettici anche gli economisti e Wall Street. I listini americani sono deboli temendo le ripercussioni che lo scontro fra Fed e Tesoro potrebbe avere sull’economia. La richiesta dei fondi indebolisce infatti la capacità di azione della banca centrale. Fra gli osservatori c’è chi nota come l’atteggiamento di Mnuchin contraddica una delle grandi ‘logiche’ economiche, ovvero che quando si ha un bazooka e tutti lo sanno a volte non serve neanche usarlo. La consapevolezza sulle ampie disponibilità della Fed anche per le istituzioni non bancarie ha convinto infatti il mercato a elargire direttamente fondi perché, se non lo avesse fatto, ci sarebbe stata la banca centrale. Quindi i programmi, anche se poco utilizzati, hanno svolto l’importante ruolo di rassicurazione psicologica che ha favorito il regolare funzionamento del flusso di credito. Ora che la rassicurazione viene a mancare la reazione resta tutta da definire e dipende anche dall’andamento del virus.

Lo scontro si consuma sullo sfondo dell’impasse delle trattative in Congresso per nuovi stimoli all’economia. Dopo settimane di stop i primi contatti sarebbero stati riavviati ma l’esito è incerto. I lockdown decisi in vari stati potrebbero spingere democratici e repubblicani a trovare alla fine un accordo, accantonando la politica e guardando solo all’interesse nazionale. Ma l’esito delle elezioni potrebbe anche aver inasprito gli animi dei conservatori. Di sicuro ha irrigidito la posizione di Donald Trump che, non avendo ancora concesso al vittoria a Biden, avrebbe poco interesse a lasciare in eredità un’economia in salute.

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Recovery fund, difficile che Ungheria e Polonia si oppongano fino in fondo

di Luigi Manfra*

Dopo numerosi tentativi negoziali, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno finalmente trovato un accordo sul prossimo bilancio pluriennale da 1.074 miliardi, e sul pacchetto per la ripresa da 750 miliardi di euro concordato a luglio dai leader europei. Ursula Von der Leyen aveva proposto di aumentare la capacità di bilancio Ue, che è stato incrementato di 16 miliardi, per poi usarlo come garanzia per raccogliere fondi sul mercato, attraverso bond comuni. L’alternativa, cioè aumentare i contributi degli Stati, sarebbe stata respinta sia dai paesi del nord, ma anche dai paesi del sud in difficoltà già prima del Covid-19.

L’accordo raggiunto sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 era indispensabile per consentire al Consiglio di approvare la decisione sull’utilizzo delle risorse proprie, e superare l’opposizione di alcuni Stati. Nell’accordo, però, è stata inserita anche una nota che prevede il rispetto dello stato di diritto, su cui non si è ancora trovata un’intesa con i paesi dell’est europeo.

Il Recovery fund, com’è noto, prevede una quota di prestiti garantiti dall’Unione europea per 360 miliardi di euro, e una seconda quota di 390 miliardi di erogazioni a titolo gratuito. Per quanto riguarda i prestiti, è noto che non verranno richiesti da molti paesi. Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Francia, Lussemburgo, Olanda, Austria, Finlandia hanno, infatti, rendimenti negativi sui bond che emettono. Inoltre la politica monetaria espansiva della Bce ha portato ad una riduzione generalizzata dei tassi, e forse anche la Spagna ed altri paesi non utilizzeranno i prestiti almeno nell’immediato.

Ad esempio, a fronte del tasso sul bond decennale tedesco che attualmente propone agli investitori un rendimento negativo dello 0,54%, anche quello dei paesi mediterranei si è ridotto. Il bond spagnolo paga lo 0,12%, quello italiano lo 0,64%. Quindi la Spagna ed altri Paesi mediterranei, mentre richiederanno subito i trasferimenti, sono propensi a richiedere i prestiti soltanto se le condizioni monetarie peggioreranno. Di conseguenza, dei 360 miliardi di prestiti previsti dal piano europeo, ne verranno richiesti dagli Stati soltanto 176, oppure 239 se anche la Spagna dovesse richiederli.

I grants, pari a 390 miliardi, saranno, invece, richiesti da tutti gli Stati beneficiari perché l’onere del debito sarà coperto da fondi europei, anche se quest’ultimo aspetto non è ancora stato definito nei dettagli. La restituzione dovrebbe essere coperta con l’introduzione di nuove tasse emesse dall’Europa, ispirate a criteri di protezione ambientale sulla plastica non riciclata, sulle emissioni del trasporto aereo e marittimo, e di equità finanziaria sulle imprese digitali. Com’è noto, la ripartizione dei contributi e dei prestiti non è stata fatta in base alle quote dei singoli stati sul Pil della Ue, ma sugli effetti economici provocati dalla pandemia, seguendo fondamentalmente tre criteri: popolazione, reddito pro-capite, tasso medio di disoccupazione negli ultimi 5 anni.

In base a questi criteri all’Italia sono stati attribuiti 209 miliardi di euro, molti di più del suo peso demografico. Il resto della somma si deve dunque agli altri due criteri, ed è stato attribuito perché l’Italia presenta valori inferiori alla media europea, soprattutto nel Mezzogiorno che con un reddito pro-capite medio di 19 mila euro rispetto ai 36mila del Centro-Nord, e un tasso di disoccupazione del 17% rispetto al 7,6% del resto del paese, si trova in una crisi economica sempre più grave. Equità vorrebbe che la maggior parte di questi fondi fossero investiti in questa parte del paese. Ci sarà tempo fino al 31 dicembre 2058 per il rimborso dei prestiti. Stessa scadenza anche per la parte delle risorse a fondo perduto.

Come tutti, anche l’Italia dovrà presentare un piano coerente con le raccomandazioni specifiche che la Commissione dà a ogni singolo Paese. Tra gli elementi che incidono sulla valutazione positiva ci sono la crescita economica, la creazione di posti di lavoro, la transizione verde e digitale, condizione basilare quest’ultima per ottenere l’approvazione dell’Europa. Dopo aver vinto le resistenze dei cosiddetti paesi “frugali”, soprattutto alla mutualizzazione del debito, l’opposizione più forte arriva ora dal blocco dell’Est, già in conflitto con Bruxelles per violazioni allo stato di diritto.

L’Ungheria ha minacciato di mettere il veto sull’intero pacchetto del Recovery fund. Stessa posizione ha assunto la Polonia, minacciando un voto contrario all’accordo da parte del parlamento di Varsavia. Dalle minacce ai fatti: gli ambasciatori dei due paesi, secondo notizie recenti, hanno posto il veto sull’approvazione del Bilancio Ue. Ma Ungheria e Polonia sono fra i paesi che più beneficiano dei fondi Ue.

Nel 2019 Budapest ha ricevuto 6,2 miliardi di euro a fronte di appena 1,2 miliardi di euro versati, mentre per la Polonia le cifre sono rispettivamente di 16,3 e 5 miliardi. Con questi numeri, e ancor di più con le risorse che arriveranno dal Recovery fund, è presumibile che i due paesi non avranno nessun interesse a portare la loro opposizione fino alle estreme conseguenze, soprattutto in una situazione come quella che attualmente affronta l’Europa.

* Responsabile progetti economico-ambientali per Centro studi Unimed, già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma

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Zone rosse, Regioni cambiano ancora idea: dalle accuse di “dirigismo” al governo alla richiesta di “misure nazionali”. E adesso premono per cambiare colore

A inizio ottobre l’accusa al governo di voler legare le mani alle Regioni vietando ordinanze più permissive di quelle nazionali, poi l’appello per varare regole “uniformi in tutto il Paese”. Subito dopo la protesta contro le tre zone di rischio, bollate come un meccanismo che “esautora” il ruolo dei governatori. E ora il pressing al ministero della Salute per “liberare” le singole province in cui il contagio sta rallentando. Mettendo in fila le dichiarazioni rilasciate da molti presidenti di Regione nel corso dell’ultimo mese e mezzo, sembra che ogni due settimane abbiano cambiato strategia nella lotta alla pandemia. O perlomeno che l’abbiano via via adattata in modo opposto ai provvedimenti decisi da Palazzo Chigi. Come Vincenzo De Luca, passato dagli ultimatum ai campani per l’introduzione di un lockdown locale alle bordate contro l’esecutivo dopo che la sua Regione è stata inserita in zona rossa. Ancora più esplicito il lombardo Attilio Fontana, che prima scaricava su Roma la “competenza” per un “eventuale lockdown”, salvo poi parlare di “decisione inaccettabile” quando i dati lo hanno imposto per la Lombardia. Non è un caso che a innescare le polemiche siano stati soprattutto i territori che, a detta dei rispettivi governatori, non meritavano le chiusure. Sullo sfondo restano inascoltati i richiami alla “leale collaborazione” del capo dello Stato Sergio Mattarella , che proprio oggi ha chiesto di evitare polemiche scomposte” dettate da “interessi di parte”.

Decreto del 7 ottobre, le accuse di “dirigismo” – Il valzer di giravolte della seconda ondata, è iniziato il 7 ottobre, quando il governo ha approvato il decreto legge che, tra le altre cose, ha reintrodotto il divieto per le Regioni di allentare le misure rispetto a quelle adottate in tutto il Paese. È “anacronistico pensare a provvedimenti rigidi come i binari di un treno”, ha subito tuonato Luca Zaia, sostenuto dagli altri governatori di centrodestra. “Questo dirigismo è il segno manifesto di una sfiducia nelle Regioni“. Il presidente del Veneto ha quindi ricordato che in tema di sanità gli enti locali hanno “una competenza quasi esclusiva“. È deciso a rivendicarla pure il friulano Massimiliano Fedriga, secondo cui “è fondamentale che i territori vengano ascoltati ed è altrettanto chiaro che dobbiamo tenere seriamente monitorata la situazione per fare degli interventi mirati ove ce ne fosse bisogno”. Tra i governatori del Nord non è da meno il piemontese Alberto Cirio: il 20 ottobre emana un’ordinanza per imporre la didattica a distanza alle superiori, in modo tale da “evitare un lockdown generalizzato“. Spirlì in Calabria sostiene che “a valutare cosa è necessario fare devono essere i singoli territori“.

Il caso De Luca – Anche De Luca inizialmente sembra propenso a muoversi in autonomia. A fine settembre emana la “penultima ordinanza prima di chiudere tutto”, imponendo tra le altre cose il divieto di vendere alcolici da asporto dopo le 22. Due settimane dopo ferma le lezioni in presenza in tutte le scuole, provocando pure le ire della ministra Lucia Azzolina, in una escalation di restrizioni. Fino al 23 ottobre, quando chiede esplicitamente all’esecutivo di varare un lockdown nazionale, specificando che in ogni caso la Campania si sarebbe mossa “in questa direzione a brevissimo“. “Dobbiamo chiudere tutto e dobbiamo decidere oggi, non domani”, insiste. “Siamo ad un passo dalla tragedia“. Parole durissime, pronunciate mentre in tutto il Paese i contagi toccano quota 19mila e si fanno sempre più insistenti le voci di un nuovo dpcm in arrivo dal premier Giuseppe Conte. Nel corso della notte, però, scoppiano le proteste in tutta Italia, con diversi arresti e feriti anche a Napoli. Il giorno dopo De Luca cambia idea. E con lui altri colleghi.

Dpcm del 24 ottobre, parte la richiesta di “regole uniformi” – “In queste condizioni diventa improponibile realizzare misure limitate a una sola Regione, al di fuori di una decisione nazionale”, sostiene De Luca al termine della conferenza Stato-Regioni che si svolge il 24 ottobre. Anche il governatore del Piemonte ora chiede “misure omogenee per aree geografiche”: è necessario “che il governo faccia il governo”. Proprio quel giorno Conte firma un nuovo provvedimento valido in tutta Italia: prevede la didattica a distanza per le scuole superiori anche al 100%, chiusura alle 18 di tutti i ristoranti, bar e gelaterie. Poi stop a palestre, piscine, sale di teatro e cinema. Ma non basta. Nei giorni seguenti il coronavirus continua a correre, così da più parti inizia a rimbalzare l’ipotesi di una nuova stretta. Pure Fontana in Lombardia si allinea alla richiesta di misure uguali per tutti, quindi prese a livello centrale. “La diffusione del virus è uniforme in tutto il Paese”, dice l’1 novembre. “Se i tecnici ci dicono che l’unica alternativa è il lockdown, facciamolo a livello nazionale”. La linea tra i governatori sembra unanime: De Luca si dice d’accordo con il presidente della Conferenza, Stefano Bonaccini, sulla necessità di “misure nazionali per dare segno di unità dei livelli istituzionali“. Un’ipotesi che non è più esclusa nemmeno dall’abruzzese Marco Marsilio e da Zaia in Veneto: “Il governo ci ha abituato ai dpcm, alla luce di tutto questo, le misure che vanno oltre i confini regionali vanno prese a livello nazionale”.

Dpcm del 3 novembre, l’Italia divisa in tre zone – Di fronte all’immobilismo delle Regioni, Palazzo Chigi decide quindi di agire, dividendo il Paese in tre fasce sulla base dei 21 parametri epidemiologici che gli stessi enti locali hanno condiviso con il ministero e l’Iss. Ma Fontana e gli altri fanno un’altra inversione a U. Prima del via libera al dpcm, datato 3 novembre, la Conferenza delle Regioni elabora un documento unanime in cui si legge che “destano forti perplessità e preoccupazione le disposizioni che comprimono ed esautorano il ruolo e i compiti delle Regioni e delle Province autonome, ponendo in capo al Governo ogni scelta e decisione sulla base delle valutazioni svolte dagli organismi tecnici“. Così, otto mesi dopo il caso delle mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo, su cui sta ancora indagando la procura di Bergamo, la discussione tra governo e Regioni è tornata al punto di partenza.

La protesta delle Regioni in lockdown – Non solo. I toni di chi guida le Regioni rosse si inaspriscono: Fontana, che solo due giorni prima non escludeva la serrata totale (assegnando la competenza al governo), parla di uno “schiaffo in faccia alla Lombardia e a tutti i lombardi”, di decisione “incomprensibile” basata su “informazioni vecchie di dieci giorni”. Un refrain a cui si accoda pure Cirio, che accusa la cabina di regia di non tenere conto “del fatto che il nostro Rt è passato da 2,16 a 1,91 grazie alle misure di contenimento adottate”. “Ingiustificabile” è il commento di Spirlì in Calabria. La Campania resta invece in stand-by in attesa della verifica del ministero sui dati forniti dalla Regione. Nel frattempo De Luca chiede in diretta Facebook ai cittadini “di comportarsi come se avessero deciso di chiudere tutto, diamo noi prova di autodisciplina“. Quando però una settimana dopo la Campania viene effettivamente inserita in zona rossa, il governatore sferra un durissimo attacco al governo Conte, invocandone la caduta. “Noi eravamo per chiudere tutto ad ottobre per un mese. Da sempre abbiamo avuto una linea di rigore più degli altri, da soli. Il governo ha fatto un’altra scelta, ha deciso di fare iniziative progressive, di prendere provvedimenti sminuzzati“, dichiara, accusando Palazzo Chigi di aver perso “due mesi preziosi“.

Parte il pressing per “liberare” alcune province – In realtà c’è chi le zone rosse le ha istituite anche senza aspettare il governo. È il caso del governatore dell’Abruzzo Marsilio, che ha deciso di adeguare la propria Regione alle restrizioni più dure prima dell’esito del nuovo monitoraggio della cabina di regia. Lo ha fatto anche la provincia di Bolzano, anche se il presidente Arno Kompatscher ha cambiato idea più volte prima di comprendere la gravità della situazione. La strada per combattere la seconda ondata sembra quindi tracciata, ma da Nord a Sud ora è iniziata l’ultima capriola dei governatori: con il rallentamento dei contagi, fanno sapere fonti di governo, sono partite le pressioni per “liberare” le province meno colpite. Un allentamento delle misure che gli stessi presidenti di Regione non possono prendere dopo che l’esecutivo è stato costretto ad assumersi la piena responsabilità dei lockdown locali. Già il 6 novembre Fontana aveva anticipato di voler chiedere al ministro Speranza, “ove ricorrano le condizioni, che vengano allentati parzialmente i provvedimenti per quei territori che dovessero risultare migliori“. Una fuga in avanti che nelle scorse ore è stata intercettata pure dal ministro degli Affari regionali Francesco Boccia. “Ho la sensazione che ci sia la corsa a chi esce prima dalla condizione di limitata restrizione: se ci stiamo una o due settimane in più non è un problema”, ha dichiarato su La7, ricordando che la questione fondamentale “è uscirne forti e limitando al massimo il numero delle vittime“.

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Piani Covid mai eseguiti o attivati, mascherine inadeguate e sovraffollamenti: blitz dei Nas nelle Rsa. Scoperte irregolarità in 37 strutture

Piani per le misure anti-contagio mai eseguiti o attivati, dispositivi di protezione individuali inadeguati e sovraffollamento delle strutture. Da Bologna a Reggio Calabria, nell’ultima settimana i carabinieri dei Nas, d’intesa con il ministero della Salute, hanno condotto 232 ispezioni in strutture sanitarie e socio-assistenziali (Rsa), quali Residenze sanitarie assistite e di lungodegenza, case di riposo, comunità alloggio, per accertare la regolare attuazione delle misure contro il coronavirus. In 37 sono state riscontrate irregolarità, per un totale di 59 violazioni, di cui 9 penali e 43 amministrative, 11 persone denunciate, e in alcuni casi arrestate, e altre 42 segnalate. In 4 situazioni le criticità sono state tali da richiedere la sospensione dell’attività assistenziale. Di fronte alla continua diffusione del contagio, preoccupa ancora una volta la mancanza di prevenzione: il 40% delle anomalie emerse dai controlli dei militari riguardano proprio violazioni in materia di misure di contrasto alla diffusione del coronavirus.

“Sono indagini particolarmente importanti in questo momento di duro contrasto al Covid-19”, ha rimarcato il ministro della Salute, Roberto Speranza. I controlli hanno evidenziato 24 violazioni in materia di misure di prevenzione, riconducibili all’assenza di piani preventivi o della loro attuazione, come l’individuazione di percorsi e aree dedicati, le modalità di gestione dei casi e di comunicazione all’autorità sanitaria, la programmazione delle fasi di pulizia e sanificazione, le prescrizioni per l’accesso dei visitatori in condizioni di sicurezza. Sono state rilevate anche infrazioni sull’uso di adeguati dispositivi di protezione individuale da parte degli operatori, di igienizzanti e disinfettanti. Sono poi emerse 35 irregolarità nel livello di assistenza fornita agli ospiti e nell’adeguatezza strutturale dei locali, con operatori privi della qualifica professionale necessaria, un numero superiore di anziani rispetto al limite previsto e carenze igieniche nella preparazione dei pasti.

Il caso più grave a Bologna, dove la titolare e tre collaboratrici di una casa di riposo sono finite agli arresti domiciliari per maltrattamenti, esercizio abusivo della professione sanitaria e omissione di soccorso. Due comunità di alloggio per anziani sono invece state chiuse in provincia di Trapani e i due titolari deferiti all’autorità giudiziaria, così come una casa di riposo a Viterbo. Sei strutture sono state sanzionate in provincia di Campobasso, mentre nel Reggino i Nas hanno scoperto che la legale responsabile di una struttura socio assistenziale, nonostante un’ordinanza di sospensione dell’attività emessa dal Comune a maggio, aveva continuato l’assistenza agli anziani, ospitando peraltro il doppio dei degenti, 12 anziché 6, senza personale qualificato e con alimenti in cattivo stato di conservazione e scaduti. A Catanzaro sono state sequestrate confezioni di medicinali scaduti e conservati nell’infermeria di una comunità alloggio per anziani. A Catania è stato denunciato il gestore di una Rsa per aver omesso di comunicare le generalità dei pazienti ospitati nella struttura, sovraffollata e all’interno della quale mancavano infermieri. Nella stessa provincia è stato arrestato il titolare di una casa di riposo, dopo alcuni episodi di maltrattamento all’interno del Centro.

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Napoli, tampone gratis o a prezzi ridotti al rione Sanità: “18 euro per un test. Solo con costi accessibili si può fare screening di massa”

Al via nel popoloso rione Sanità di Napoli la prima campagna di screening per il Covid dedicata alle fasce più deboli. “È una doppia iniziativa – spiega Angelo Melone presidente dell’Associazione Sa.Di.Sa – Sanità diritti in salute – il tampone solidale, che offriamo a un costo di 18 euro ed il tampone sospeso, ossia accettiamo donazioni per consentire a chi non può permettersi i 18 euro di poter comunque effettuare il tampone. Siamo convinti che soprattutto in questa fase sia necessario uno screening di massa che però può essere posto in essere solo con prezzi accessibili. A Napoli il costo dei tamponi nei laboratori privati è troppo alto e molte famiglie non possono permetterselo, mentre con il pubblico invece i tempi di attesa sono spesso troppo lunghi”.

L’iniziativa, promossa dall’associazione Sa.Di.Sa e dalla Fondazione San Gennaro è stata realizzata attraverso la sinergia con altre realtà del territorio. “I tamponi sono certificati – spiega Melone – abbiamo uno staff di medici, infermieri e un biologo, ma è un progetto che è stato possibile grazie alla partecipazione di farmacie, attraverso le quale abbiamo potuto effettuare gli ordini dei tamponi, ma anche grazie al supporto del presidente della Municipalità 3 Ivo Poggiani e di don Antonio Loffredo, parroco del rione Sanità. Poi i ragazzi del quartiere, in molti ci hanno contattato solo per rendersi utili con le prenotazioni e le donazioni”. Oggi, martedì 17 novembre, sono partiti i primi test all’interno della basilica di San Severo fuori le mura in Piazzetta san Severo a Capodimonte. “Ci stanno arrivando centinaia di richieste, sia di prenotazione che di donazione – racconta la vicepresidente di Sa.Di.Sa. Giada Filippetti Della Rocca – noi abbiamo preparato tutto nel rispetto delle normative. Le persone si prenotano attraverso il numero dedicato e così facendo riusciamo a evitare assembramenti. All’interno della struttura ci sarà poi un percorso di accesso e uno di uscita”. Il progetto prevede di effettuare migliaia di tamponi nelle prossime settimane. “Utilizzeremo dei test antigienici rapidi – spiega Stefano Viglione – che serviranno ad effettuare uno screening di massa, ne prevediamo almeno 50 o 100 al giorno. I casi positivi verranno comunicati all’Asl e scatterà la quarantena. La volontà è anche quella di aiutare la sanità pubblica e privata con l’enorme richiesta di tamponi”. Un progetto, destinato a diffondersi in altri quartieri della città. “Arrivano telefonate da tante zone di Napoli – dice Roberto Granatiero – già ci stiamo organizzando per estenderlo nelle aree limitrofe”

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“Tutte le falle del sistema Lombardia: dal piano pandemico dimenticato ai controlli bloccati nelle Rsa”: il nuovo libro di Agnoletto

Occhio alle date. Il 17 gennaio 2020 la Germania definisce e diffonde a tutti i medici le linee guida per la valutazione dei casi sospetti di Sars-CoV-2. Il 20 febbraio l’anestesista Annalisa Malara, in forza all’ospedale di Codogno, è costretta a forzare il protocollo per ottenere un tampone e salvare così un giovane paziente che sta morendo di polmonite. Si chiama Mattia, diventerà famoso come il “paziente 1” dell’epidemia in Italia. Occhio ancora alle date: la Germania aggiorna il Piano pandemico nel 2016-2017. Nel 2010, un audit sul piano pandemico della Regione Lombardia, risalente al 2006, evidenzia lacune quali la mancanza di un sistema di rilevazione degli eccessi di mortalità e di un accordo quadro sull’assistenza medica nelle residenze per anziani, le famigerate Rsa. Quelle indicazioni resteranno lettera morta e il piano non verrà mai aggiornato.

Senza respiro. Un’inchiesta indipendente sulla pandemia da coronavirus in Lombardia, Italia, Europa, scritto da Vittorio Agnoletto (192 pagg. 12 euro, i diritti d’autore andranno all’Ospedale Sacco di Milano) per Altreconomia, con una prefazione dell’ex presidente brsiliano Luiz Inácio Lula da Silva, si snoda lungo questi due binari: quello che succede in Lombardia, la regione colpita per prima e con maggiore violenza nel nostro continente; quello che succede in altre regioni e Paesi. Agnoletto – medico del lavoro, già presidente delle Lega italiana lotta all’Aids, una vita di impegno a sinistra dal Genoa Social Forum al Parlamento europeo – del sistema sanitario lombardo è uno dei critici più severi, da molto prima che il Covid-19 lo mettesse alle corde, e ne indica i punti deboli in modo documentato.

Polmoniti atipiche a dicembre – Sul fronte lombardo, il libro solleva diversi casi che, secondo l’autore, meriterebbero un approfondimento giudiziario, visto il muro eretto dalla regione guidata da Attilio Fontana su certe questioni. Come la diffusione di “polmoniti atipiche“, di cui i medici non capivano l’origine, con tanto di allarme sui giornali locali già negli ultimi mesi del 2019, in particolare nel lodigiano e nella bergamasca, le aree poi travolte dall’epidemia. Ma mentre diversi studi confermano che il nuovo coronavirus circolava in Europa già alla fine del 2019, l’Ats di Milano ha liquidato la questione con una dichiarazione del direttore Massimo Giupponi: “La semplice analisi della scheda di dimissione ospedaliera non consente di poter ascrivere tale diagnosi a casi di infezione misconosciuta da Sars-Cov-2”. Perché, chiede Agnoletto, nessuno ha pensato di sottoporre all’esame sierologico i pazienti sopravvissuti a quelle polomoniti atipiche? E i casi sono state segnalate ai sistemi di sorveglianza epidemiologica della Regione?

Medici del lavoro fuori gioco – Agnoletto ricostruisce anche la strage nelle Rsa lombarde. E racconta in dettaglio come, con una mail del 23 marzo, al servizio di Prevenzione e sicurezza per i luoghi di lavoro (Psal) viene tolta di punto in bianco ogni competenza sulle case di riposo, compresa la possibilità di fare ispezioni a tutela del personale impiegato. Questo avviene proprio “mentre dalle Rsa arrivano testimonianze drammatiche da parte di operatori che lavorano in condizioni disperate, abbandonati a se stessi, senza Dispositivi di protezione individuale e senza tamponi, mentre dai familiari dei ricoverati filtrano notizie più che allarmanti”. Niente più ispezioni da parte dei medici del lavoro dunque, che vengono messi in smartworking. “Nel frattempo emerge come, esautorati di fatto gli Psal, la sorveglianza sulle condizioni di lavoro interne alle Rsa sia stata realizzata fino alla metà circa di aprile, attraverso l’invio di questionari, senza o con pochissime ispezione in loco”. Chi e perché, nella Ast di Milano, ha preso questa decisione? E quante vite si sarebbero potute salvare con la vigilanza e i controlli nelle case di riposo?

Buone pratiche dal Veneto alla Toscana – Certo, la Lombardia è stata la prima trincea contro il nuovo coronavirus da questa parte del mondo. I confronti con altre regioni e Paesi vanno presi con le molle, tante sono la variabili da prendere in considerazione: quando e come ha colpito l’epidemia, come funziona il sistema sanitario, quanto l’economia è collegata al resto del mondo, oltre alle variabili geografiche e demografiche. Detto questo, il sintetico giro d’Italia e del mondo proposto dal libro aiuta a capire quali possono essere le pratiche di successo e quelle da evitare, tema che purtroppo non è passato d’attualità. In Veneto i “tamponi per tutti” hanno contribuito molto a contenere il contagio, in Emilia-Romagna funzionvano meglio che altrove le famose Usca che assistevano i pazienti a casa. Al contrario del Piemonte dove, come in Lombardia, la medicina territoriale è stata da tempo abbandonata. In Toscana ha premiato invece la “Aggregazione funzionale territoriale”, in soldoni una rete di comunicazione fra medici di base, prevista fra l’altro da una legge nazionale del 2012 che solo poche Regioni hanno recepito.

Il virtuoso Portogallo – E all’estero? Per efficienza svetta, manco a dirlo, la pur provata Germania, che vanta record, in termini di posti letto e posti in terapia intensiva per abitante, ma è riucita comunque a tenere basso il numero di ricoveri (e dei morti) rispetto al totale dei contagiati, grazie “al buon funzionamento dell’assistenza primaria” e dalla capacità di fare test. Un po’ più a sorpresa si è rivelato virtuoso il Portogallo, che ha avuto molti più casi per 100000 abitanti rispetto all’Italia, ma meno di un quarto dei decessi. Oltre alle chiusure introdotte con tempestività il 10 marzo, anche qui la carte vincente sembra essere stata la medicina territoriale, rappresentata dalle capillari “case della salute”.

Il caso Svezia – E la Svezia, che con la sua scelta di non imporre restrizioni per legge è diventata il faro dei nemici del lockdown e, in qualche caso, dei negazionisti? Proprio in questi giorni il primo ministro ha annunciato che “tutti gli indicatori vanno nella direzione sbagliata”, ma già al momento della chiusura del libro (fine estate) la Svezia si ritrovava fra i Paesi europei “con impatto maggiore, seconda solo al Lussemburgo per frazione della popolazione colpita dal virus e superata unicamente da Belgio, Regno Unito, Spagna e Italia come morti in rapporto alla popolazione”. E soprattutto i dati svedesi erano “anche quattro volte maggiori per numero di contagi/abitanti e oltre dieci volte per numero di decessi/abitanti se confrontati con la vicina Norvegia”. Se è vero che le restrizioni imposte per legge sono state limitate (ma ci sono state: divieto di eventi pubblici con più di 50 persone, solo servizio al tavolo nei ristoranti, visite sospese nelle Rsa), altre misure sono simili a quelle impiste altrove sono state raccomandate dal governo alla popolazione: smartworking, didattica a distanza, distanziamento interpersonale di almeno un metro, cancellazione di viaggi non necessari.

Senza respiro non è però un libro bianco di date e dati, è un’inchiesta e un manifesto dove i temi della sanità si intrecciano con i problemi politici e sociali che hanno segnato gli ultimi decenni. “Rimanere senza respiro”, scrive Lula nella prefazione, “non è più solo uno dei sintomi del virus che devasta il pianeta, ma è diventato anche una metafora del nostro tempo”.

L’articolo “Tutte le falle del sistema Lombardia: dal piano pandemico dimenticato ai controlli bloccati nelle Rsa”: il nuovo libro di Agnoletto proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Coronavirus, la crisi aggrava la condizione delle bambine in Italia: un milione e 140mila rischiano di essere escluse da studio e lavoro

Gli effetti della crisi seguita all’emergenza Covid-19 rischiano di rendere il nostro Paese sempre meno ‘a misura di bambino’ e, soprattutto, ‘a misura di bambina’. Tanto che, nel Paese in cui la parità è solo un’illusione che ci si può permettere fino a quando non ci si affaccia al mondo del lavoro, entro la fine dell’anno un milione e 140mila ragazze rischiano di ritrovarsi tagliate fuori dallo studio, da percorsi formativi e dal lavoro. Sull’infanzia l’Italia si è fatta trovare impreparata agli effetti del virus: già prima della crisi un minore su 9 viveva in povertà assoluta, solo il 13,2% dei bambini aveva un posto al nido e la dispersione scolastica era già al 13,5%. È quanto emerge dal XI Atlante dell’infanzia a rischio “Con gli occhi delle bambine” diffuso a pochi giorni dalla Giornata mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza da Save the Children. Quest’anno l’Atlante propone un approfondimento sulla condizione di bambine e ragazze in Italia, evidenziando per loro un futuro post pandemia a rischio. “Già prima dell’emergenza Covid, l’ascensore sociale del Paese era fermo: in Italia si è rotto il meccanismo che permetteva di migliorare la propria condizione, di costruirsi un futuro migliore” denuncia Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children Italia, secondo cui l’Italia aveva già dimostrato di aver messo l’infanzia agli ultimi posti tra le proprie priorità e, ora “di fronte a una sfida sanitaria e socioeconomica come quella che stiamo affrontando, stenta a cambiare strada”.

LO SMOTTAMENTO DEMOGRAFICO – Così sta perdendo il suo capitale umano più importante: i bambini. I dati mostrano un calo dei nuovi nati, confermando come sia in atto un continuo smottamento demografico: negli ultimi dieci anni abbiamo perso oltre 385mila minori, che oggi rappresentano il 16% del totale della popolazione mentre l’incidenza della popolazione tra 0 e 14 anni è la più bassa in Ue (13,2% contro il 20,5% della capofila Irlanda). Solo nel 2019 il nostro Paese, con poco più di 420mila nascite, ha fatto registrare una diminuzione di oltre 19mila nati rispetto all’anno precedente (-4,5%) e a fine 2020, nell’anno della pandemia, secondo le ultime previsioni dell’Istat potrebbe conoscere una ulteriore riduzione di 12mila unità, portando le nuove nascite a quota 408mila a fine anno e a 393mila nel 2021. A ridurre il brusco calo, solo l’incidenza dei minori con cittadinanza straniera, che oggi sono l’11% del totale, con Prato (28,4%), Piacenza (22,2%), Parma (19,5), Milano (19,2%) e Lodi (18,9%) le province che detengono le percentuali maggiori. Un esercito di bambine e bambini spesso nati e cresciuti in Italia, che reclamano i loro diritti di cittadinanza.

L’AUMENTO DELLA POVERTÀ EDUCATIVA – Nel frattempo, aumenta la povertà educativa come conseguenza della crisi legata al Covid-19 e questo rischia di aggravare fenomeni già presenti prima dell’arrivo del virus. Basti pensare alla possibilità di frequentare un asilo nido o un servizio per la prima infanzia, che in Italia resta un privilegio per pochi, con percentuali che si fermano al 3% per la Calabria, al 4,3% per la Campania e al 6,4% per la Sicilia. Sul lato opposto della graduatoria la provincia autonoma di Trento al 28,4% e l’Emilia Romagna al 27,9%. Crescendo, quasi uno studente al secondo anno delle superiori su 4 (24%) già non raggiungeva le competenze minime in matematica e in italiano, il 13,5% abbandonava la scuola prima del tempo e più di uno su 5 (22,2%) andava ad incrementare l’esercito dei Neet, cioè di coloro che non studiano, non lavorano e non investono nella formazione professionale. “Nonostante l’impegno di tanti docenti ed educatori, il funzionamento a singhiozzo delle scuole e la didattica solo a distanza stanno producendo in molti bambini non solo perdita di apprendimento, ma anche perdita di motivazione nel proseguire lo studio. Le mappe dell’Atlante indicano con chiarezza quali sono le ‘zone rosse’ della povertà minorile e della dispersione” afferma Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

L’ILLUSIONE DELLA PARITÀ – Sfogliando le oltre 100 mappe e infografiche dell’Atlante emerge che tra i minori tra i 6 e i 17 anni le bambine e le ragazze leggono più dei maschi (non ha l’abitudine alla lettura il 53,6% dei maschi contro il 41,8% delle ragazze) e le ragazze hanno performance scolastiche migliori dei coetanei. Se, tra i maschi, più di 1 su 4 (26,1%) non raggiunge le competenze sufficienti in matematica e in italiano, questa percentuale si abbassa al 22,1% per le ragazze. Delle quali, però, un terzo di laurea, a fronte di solo un quinto dei giovani maschi, uno dei gap più ampi d’Europa: tra le 30-34enni il 34% è laureata, mentre tra i 30-34enni maschi lo è solo il 22%. Nonostante i migliori risultati durante il loro percorso, il nostro Paese detiene uno dei tassi di occupazione femminile più bassi in Europa. Nel 2019, il tasso di occupazione delle giovani laureate tra i 30 e i 34 anni era del 76% contro l’83,4% dei maschi, mentre le giovani diplomate occupate erano solo il 56,7% a fronte dell’80,9% dei coetanei maschi. Senza un diploma di scuola superiore, le occupate sono al 36,3%, i coetanei al 70,7%. Anche nel mondo accademico, i divari di genere sono ancora forti: nel 2018 le donne rappresentavano il 55,4% degli iscritti ai corsi di laurea, il 57,1% dei laureati, il 50,5% dei dottori di ricerca. “Pur essendo maggioranza nei percorsi di formazione universitaria, restano delle Cenerentole nella carriera accademica, sin quasi a scomparire ai vertici” spiega Save the Children. Nel 2018, le donne rappresentano il 50,1% degli assegnisti di ricerca, il 46,8% dei ricercatori universitari, il 38,4% dei professori associati, il 23,7% dei professori ordinari. Le donne rettrici, in Italia, sono 7 su 84. È il “soffitto di cristallo”, la barriera invisibile che impedisce alle donne di accedere alle posizioni apicali.

POCHE NEI SETTORI INNOVATIVI – Le bambine e le ragazze accumulano durante il loro percorso scolastico delle lacune nelle materie scientifiche, già ravvisabili dal secondo anno della scuola primaria, ma che crescono via via. Questo influenza l’indirizzo di studio, che rafforza queste differenze. Poche scelgono le facoltà in ambito scientifico-tecnologico (STEM): solo il 16,5% delle giovani laureate tra i 25 e i 34 anni ha conseguito il titolo in questo settore, a fronte di una percentuale più che doppia (37%) per i maschi. Un percorso che conduce alla segregazione orizzontale nel lavoro e nelle carriere, nei settori più innovativi (STEM e ICT). “Senza un intervento tempestivo e mirato, oggi rischiamo un’impennata nel numero delle Neet (che non studiano, non lavorano e non investono nella formazione professionale, ndr), cancellando le aspettative di futuro di più di un milione di ragazze in Italia. È un rischio concreto – spiega Milano – se solo si guardano i dati più recenti, come il calo del 2,7% dell’occupazione femminile (già storicamente tanto fragile in Italia) rispetto all’anno precedente, con una perdita secca di 264mila occupate”.

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