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La7, Majorino a Formigoni: “È ai domiciliari per vicenda con sanità privata e spiega che rapporto con la pubblica non è ambiguo? Incredibile”

Durissimo scontro a “Piazzapulita” (La7) tra l’europarlamentare del Pd, Pierfrancesco Majorino, e l’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi per il crac delle fondazioni Maugeri e San Raffaele e attualmente agli arresti domiciliari. Focus del dibattito è la gestione regionale lombarda dell’emergenza coronavirus. Formigoni difende strenuamente il sistema sanitario lombardo: “Sulla sanità privata vengono raccontate un mucchio di balle. In Lombardia i posti letto pubblici sono sempre stati superiori a quelli privati. Noi abbiamo accreditato soltanto strutture private di grandissimo nome”.

Il conduttore, Corrado Formigli, dà poi la parola a Majorino, ma invano, perché l’ex governatore lombardo continua a sovrapporre la sua voce e a ribadire le sue ragioni, costringendo il giornalista ad abbassare l’audio del suo microfono. Ma Formigoni ignora l’invito di Formigli, che poi lo ammonisce: “Siamo stati costretti ad abbassarle l’audio, la prego. Poi le do la parola. Deve anche rispettare gli altri, altrimenti qui è un casino”.

L’ex assessore regionale lombardo osserva che in Lombardia sul pubblico e privato andrebbe rifatto tutto. E chiosa: “Non volevo tirare fuori questa cosa, però che Formigoni, condannato in relazione a una vicenda di rapporto con la sanità privata, venga qui a spiegare che il rapporto tra pubblico e privato non è ambiguo è incredibile. È una cosa che parla da sola”.
“Bravo, bravo”, commenta Formigoni, che provocatoriamente batte le mani.

“Insomma, lei è agli arresti domiciliari – ribatte Majorino – Può fare lo spiritoso quanto vuole, ma è un dato di fatto. Il problema è proprio il fatto che la sua condanna confermi l’opacità del rapporto tra pubblico e privato”. “Lei non sa più cosa dire. Se arriva a questo, vuol dire che non ha argomenti”, replica Formigoni. “No, la sua condanna è storia”, commenta Majorino.

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Recovery Fund, Conte: “In pochi ci avrebbero scommesso, gli aiuti arrivino presto”. Zingaretti: “Da Ue finalmente politiche espansive”

Il governo canta vittoria il giorno dopo la pubblicazione della proposta della Commissione europea per un Recovery Fund, ribattezzato ‘Next Generation Eu’, da 750 miliardi di euro, di cui 500 a fondo perduto e 250 sotto forma di prestiti. “Ci abbiamo creduto quando in pochi ci avrebbero scommesso – ha dichiarato a La Stampa il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte – In molti, anche sul piano interno, mi invitavano ad essere cauto e a non espormi dicendo che avrei sicuramente rimediato una cocente sconfitta politica. Ma sono stato sempre consapevole che una reazione europea forte e unitaria era assolutamente necessaria non solo per l’Italia ma anche per il futuro stesso dell’Europa”. Soddisfazione anche dal Pd, con il segretario Nicola Zingaretti felice per la posizione presa dall’Unione europea: “Dall’Europa finalmente politiche espansive“, ha detto a Repubblica. Mentre il vicesegretario, Andrea Orlando, a Omnibus La7 parla di “successo politico del governo che non può avere come presupposto la debolezza”.

Conte esulta, ma adesso c’è da superare lo scoglio del Consiglio Ue
Il capo del governo porta a casa l’appoggio delle istituzioni europee, ma la trattativa con i Paesi rigoristi, Austria e Paesi Bassi in testa, deve ancora cominciare e, come fanno sapere da Vienna e L’Aia, sarà tutt’altro che semplice. Per poter arrivare a un accordo definitivo serve l’unanimità di tutti i 28 Paesi membri dell’Ue che siedono nel Consiglio europeo. “Con i leader europei più contrari o perplessi – continua Conte – mi sono confrontato più volte, anche in modo molto franco, invitandoli a considerare che senza una risposta adeguata avremmo distrutto il mercato unico e compromesso irrimediabilmente tutte le catene di valore. Una risposta buona ma tardiva sarebbe stata inutile”. E riconosce che “ora c’è ancora molto da lavorare. Ci aspetta un Consiglio europeo molto impegnativo e dobbiamo cercare di rendere tempestiva l’attivazione di questi nuovi strumenti”.

Sulla stessa linea il commissario Ue agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, che in un’intervista a Radio Anch’io su RadioRai dice che la proposta “è per l’Italia una grande responsabilità, anche perché non credo avrà tante opportunità come questa”. Per il Paese si parla infatti di una disponibilità complessiva di “170-180 miliardi, anche se l’Italia è un contributore netto per 4 miliardi l’anno è tanta roba, come si dice a Roma. Il problema è come spendere queste risorse”.

E su questo è proprio il commissario che, in linea con quanto auspicato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, cerca di tracciare la linea: “La direzione giusta è affrontare le emergenze, puntare sulla transizione verde e digitale, affrontare le inefficienze burocratiche e la lentezza della giustizia civile“. Certo, ammette, “in prospettiva il tema del debito deve essere tenuto sotto controllo, non possiamo dimenticare che siamo troppo indebitati. Ora dobbiamo spendere ma in futuro questo debito dobbiamo metterlo su un percorso più gestibile o fra qualche anno ci troveremo in difficoltà”. E sulla possibilità di un accordo favorevole con Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia dice che è arrivata “una reazione iniziale non di porta in faccia ma di inizio di un negoziato, una reazione che rende possibile un accordo. Non sarà facile ma ci si arriverà”.

Zingaretti: “Finalmente politiche espansive dall’Ue”. Orlando: “Successo del governo”
Soddisfazione anche in casa Pd. Il segretario Zingaretti ha dichiarato che “finalmente abbiamo politiche espansive. Il Recovery Fund apre una stagione di potenti investimenti e dimostra quanto le nostre ragioni fossero più credibili di quelle dei nazional-populisti. L’Europa sta ritrovando la sua visione accanto ai bisogni delle persone. Queste risorse non vanno distribuite a caso ma con una strategia chiara“. E a proposito di questo, anche lui, come Gentiloni, sostiene che ci si debba concentrare su “cinque punti. Sfida digitale, scelte energetiche, centralità dell’università e della ricerca, riforma dello Stato e lotta alla burocrazia. Oltre al protagonismo dell’Europa“.

Adesso, conclude, è necessario che il governo convochi “presto tutte le aziende a controllo pubblico, i colossi mondiali come Eni, Enel, Finmeccanica, Ferrovie. Occorre dare una missione-Paese a questi grandi attori che gestiscono centinaia di miliardi di euro di investimenti. Sia chiaro, io rispetto l’autonomia di queste aziende. Ma la competizione è inutile senza una visione d’insieme”.

Parla di “successo politico” Andrea Orlando, complimentandosi con l’esecutivo che “si è mosso bene e anche i ministri Gualtieri e Amendola si sono mossi bene. Questa operazione non è frutto del caso o del fatto che la cancelliera Merkel si sia ravveduta strada facendo. Il fatto è che in Europa si sono modificati i rapporti di forza, proprio grazie alle iniziative del governo e della maggioranza. Con il precedente governo questo non sarebbe stato possibile”.

Monti: “Svolta nell’Ue, occasione da sfruttare”. Letta: “Serve pianificazione”
Anche i due ex presidenti del Consiglio, Mario Monti ed Enrico Letta, parlano di un risultato “molto positivo”. “In ogni paese si calcolano soldi veri e l’Italia questa volta è la più beneficiata – ha detto il senatore a vita a Circo Massimo su Radio Capital – È una svolta nella costruzione dell’Europa. L’Ue si appresta ad avere un bilancio e si appresta ad usarlo”. Questi soldi, sottolinea Monti, “sono un’occasione per realizzare tanti miglioramenti nell’economia e nell’amministrazione che avremmo sempre voluto fare. Bisogna usarli bene e in tempo”. E poi lancia un messaggio ai cosiddetti sovranisti: “Vedranno questa svolta, saranno costretti a trovare altri difetti all’Europa che verrà incontro alle esigenze dei cittadini e delle nuove generazioni”.

Positivo anche Letta, che ha parlato ad Agorà su Rai3, anche se più cauto nel giudizio: “Si potranno fare diverse operazioni, come ad esempio ridurre le tasse e in particolare tagliare il costo del lavoro. Credo che sia assolutamente possibile, almeno è quello che farei io. Vorrei sottolineare che stanno arrivando dall’Europa così tanti soldi che l’Italia non ha mai avuto prima. Ora l’importante è pianificare l’utilizzo di tutte queste risorse per i prossimi dieci anni, in modo tale che non si trasformino nel ‘regno delle marchette’, ossia che a ognuno che chiede qualcosa questa cosa poi gli viene data”.

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Gian Carlo Ceruti, il sindacalista con 3 lauree diventato presidente della Federciclismo. “Rilanciò i velodromi, poi arrivò il doping”

Gian Carlo Ceruti è stato il presidente della Federazione ciclistica italiana negli anni di vittorie indimenticabili come quelle di Marco Pantani e delle medaglie d’oro alle Olimpiadi di Paolo Bettini, Antonella Bellutti e Paola Pezzo. Il suo mandato, iniziato nel 1997 e durato fino al 2005, è stato anche quello del periodo controverso del doping. Ceruti, un dirigente con la bicicletta nel cuore, è scomparso il 31 marzo scorso a Crema. Un altro uomo di sport che il coronavirus si è portato via a 67 anni.

Silvio Martinello, oggi apprezzato commentatore Rai, è stato ciclista su strada e pistard, campione olimpico nel 1996 nella corsa a punti. “Uomo colto e intelligente, Ceruti amava molto studiare – dice a ilfattoquotidiano.it – è stato un dirigente competente, appassionato vero di ciclismo. Lo avevo conosciuto prima della scalata dirigenziale, quando organizzava il Memorial Baffi al Velodromo di Crema. Erano serate di settembre molto piacevoli, ne ho un bel ricordo”.

Dopo la conquista di ben 28 “Sei giorni”, l’ultima a 39 anni, Martinello si ritira nel 2003. “Nella prima parte del suo mandato – continua – è stato un dirigente molto attento anche alla pista, che infatti ritornò ad avere in quel periodo un ruolo fondamentale”. Il giro d’Italia delle piste in 11 tappe porta la sua firma.

“Fui molto critico invece per quanto riguarda il suo secondo mandato. Ci furono scandali doping, che a mio parere gestì in maniera non ottimale. Furono anni bui per il ciclismo. La federazione italiana seguì quella internazionale. La mia critica fu ed è questa: i dirigenti conoscevano bene come stavano le cose, prima avevano tollerato, poi fecero parte del plotone di esecuzione. I dirigenti sposarono la teoria delle procure e della caccia alle streghe. Era certamente una situazione complicata da gestire, ma dimostrarono incapacità nel risolvere il problema. Il povero Marco Pantani ebbe qualcosa di simile ad una persecuzione, non so quante procure indagarono contemporaneamente su di lui”.

Nel 2005 Renato Di Rocco diventò presidente di Federciclismo e Ceruti si ritirò a vita privata. Prima del ciclismo, aveva lavorato nel mondo sindacale, per vent’anni alla Fiom di Cremona. La sua grande passione per la cultura e l’istruzione gli fece prendere tre lauree, l’amore sincero per la bicicletta lo portò a scrivere un paio di libri sul ciclismo. Il giorno della sua scomparsa lo ha ricordato con un tweet anche il ct della Nazionale italiana Davide Cassani.

*Immagine tratta da youtube

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Esports, col lockdown popolarità è cresciuta. Le prospettive (in Italia) delle competizioni virtuali: da Fortnite alla E-Serie A

Partite, contrasti, sorpassi, curve e incidenti: nonostante lo sport a livello mondiale sia fermo praticamente ovunque, esiste un “mondo” in cui non si è mai stoppato. È quello virtuale, l’universo degli Esports. Con questo termine si intendono tutte le competizioni giocate su piattaforme virtuali, i comuni videogiochi. Attorno a questa attività, che nasce con carattere ludico, negli ultimi anni si è creato un vero e proprio mercato, capace di generare nel 2019 un giro d’affari superiore ai 450 milioni di dollari (secondo i dati del report di Aesvi Sport).

Gli Esports oggi catturano l’interesse – solo in Italia – di oltre un milione di persone. In questi due mesi in cui lo sport fisico non è esistito, la popolarità della sua alternativa virtuale è cresciuta come non mai. Gran Premi di Formula 1 e MotoGp, partite di calcio, oltre a giochi come Fortnite, hanno subito una rapida accelerata. Il successo non è dovuto soltanto alla possibilità di giocare online contro altre persone provenienti da tutto il mondo, ma di farlo anche contro veri e propri sportivi professionisti: Leclerc, Immobile, Materazzi, Valentino Rossi e Romagnoli sono solo alcuni dei tanti che in questi due mesi hanno dato spettacolo coi videogiochi.

Questa opportunità di entrare in stretto contatto con i propri idoli può rappresentare una delle chiavi con cui leggere il successo degli Esports. Lo spiega bene Luigi Caputo, che è uno dei due fondatori dell’Osservatorio Italiano Esports, una realtà che cercare di guidare tutte le società che vogliono provare a investire in questo mondo (ultima in termini di tempo ad averlo fatto è stata l’Inter). “La possibilità – dice Caputo – di creare una vera e propria comunità mondiale è uno dei segreti che stanno alla base di questi sport: si può giocare a Fifa contro un calciatore professionista e con lui parlare o chattare, una esperienza sicuramente singolare”. Un confronto che quindi non è solo virtuale ma anche sociale: attraverso i videogiochi e il loro sistema online è possibile giocare contro persone che hanno interessi simili ai propri.

Ma non si tratta solo di passione, perché sono tanti, e corposi, gli interessi economici. Le previsioni degli esperti seguono tutti la stessa strada: il fenomeno Esports non può che continuare a crescere, con la possibilità di che il mercato raggiunga un giro d’affari superiore ai 600 milioni nel 2022. In Italia alcune squadre di calcio di Serie A, come Inter, Roma e Sampdoria hanno già messo sotto le proprie dipendenze dei gamers professionisti, ovvero delle persone pagate per rappresentare ufficialmente le squadre nei vari tornei internazionali.

Anche un E-Serie A, un campionato virtuale, era pronto a partite, prima che il coronavirus lo bloccasse sul nascere. È ancora però poco chiara la posizione di molti altri giocatori, che non sono collegati a un club ma fanno parte di associazioni Esports. Loro sono ancora considerati dei dilettanti, nonostante siano parte attiva in un circuito che muove milioni di dollari. “Questo – sostiene Caputo – è un punto fondamentale per la crescita in Italia. Regolarizzare questo tipo di giocatori permetterà al nostro Paese di raggiungere numeri, sia come appassionati che come introiti economici, molto elevati, come avviene già in Cina o negli Stati Uniti”.

Questo periodo è quindi stato fondamentale per la crescita di popolarità e consapevolezza di questa realtà, ma per dare solidità economica al settore la strada è ancora lunga. Vedere cosa succede all’estero può aiutare a immaginare quali potrebbero essere gli scenari futuri. In questo senso Fortnite, il gioco che vanta più appassionati in tutto il mondo, è un vero e proprio punto di riferimento: basti pensare che l’ultima Fortnite World Cup aveva un monte premi di un milione di dollari. Ma non c’è solo competizione e la possibilità di guadagno dentro questo mondo, quanto una vera e propria nuova forma di socializzazione e di diffusione dei brand. Il rapper americano Trevis Scott lo scorso 24 aprile ha tenuto il primo concerto su Fortnite: “Astronomical” è il nome dell’evento, esclusivamente online, a cui tutti i giocatori del mondo hanno potuto assistere. Il cantante, rappresentato dal proprio avatar, vestito con tutti i suoi reali sponsor, è così andato in scena davanti a 12,7 milioni di utenti, saliti poi a 27,7 con le repliche dei giorni successivi.

Eventi come questo sono un esempio per comprendere quale possa essere il potenziale degli Esports: una realtà che può raggiungere tutti, fruibile in qualunque momento e soprattutto alla cui partecipazione tutti possono aspirare. Basta avere una console e il joystick.

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Fase 2, hanno già riaperto più di 7 imprese su 10. Il problema sono i consumi: solo 29% degli italiani è tornato a spendere in locali e negozi

Si aspettano con ottimismo i risultati di questo weekend, ma intanto la prima settimana di Fase 2 per gli esercenti è cominciata al rallentatore. Non di certo le riaperture, che hanno coinvolto più di 7 imprese su dieci. Il problema riguarda invece i consumi: ad oggi solo il 29% degli italiani è tornato a servirsi delle attività che sono ripartire per acquistare prodotti o servizi. È quanto emerge da un sondaggio condotto da Swg con Confesercenti su consumatori ed imprese. L’ancora ridotto movimento dei clienti – è uno dei dati emersi – ha inciso pesantemente sui ricavi della maggior parte delle attività in questi primi giorni di ripartenza. Il weekend, però, potrebbe segnare un’accelerazione: il 26% dei consumatori progetta acquisti proprio per questo fine settimana, il primo del dopo-lockdown.

Il 72% delle imprese infatti è già ripartito, ma di queste il 68% ammette di aver lavorato fino ad ora in perdita, di mentre il 37% segnala vendite più che dimezzate rispetto alla normalità. C’è anche un 17% che ritiene invece di aver mantenuto livelli di ricavi più o meno uguali al periodo ante-lockdown, mentre solo un 13% vede una crescita. A soffrire di più sono stati ristoranti, trattorie e pizzerie: secondo il sondaggio, il 92% degli imprenditori della somministrazione ritiene insoddisfacenti o molto insoddisfacenti i risultati dei primi giorni d’apertura. Seguono i bar (83%). Centri estetici e parrucchieri, invece, vivono un primo rimbalzo, con una percentuale di soddisfatti e molto soddisfatti rispettivamente del 81 e del 62%.

A pesare sui consumi è l’onda lunga dell’emergenza coronavirus. Tra chi ha rinunciato agli acquisti, spiega infatti la rilevazione di Swg, il 54% dichiara di non aver comprato perché non ne aveva bisogno. Si continua, dunque, ad attenersi ai consigli di limitare gli spostamenti non strettamente necessari. Il 24%, invece, non è tornato in negozi e bar per timore di esporsi a rischi. Ma c’è anche un 14% che preferisce risparmiare: i primi segnali delle tensioni sul lavoro, dipendente e indipendente, seguite all’emergenza sanitaria.

L’ombra del Covid si proietta anche sulle abitudini: l’88% ritiene che, terminata l’emergenza, continuerà ad evitare assembramenti, mentre il 68% ha riscoperto grazie alla mobilità ‘ristretta’ le attività del proprio quartiere e segnala l’intenzione di servirsene di più. Più di quanti (il 54%) hanno invece intenzione di rivolgersi maggiormente, in futuro, all’online.

Sulle imprese, segnala Confesercenti, pesa anche l’aumento delle spese: in media, sanificazione e dispositivi di protezione sono costati 615 euro ad attività. E gli aiuti faticano ad arrivare: secondo un approfondimento di Confesercenti sui propri associati, tra le imprese che hanno fatto richiesta per le forme di credito agevolato messe a disposizione dal decreto Liquidità, il 51% riferisce di aver ricevuto risposta negativa. Nonostante le difficoltà, però, le imprese non abbandonano il campo: solo il 2% progetta di tornare a chiudere in tempi brevi, mentre l’81% continuerà a mantenere aperta l’attività come oggi. Ma c’è un 17% che così non riesce a sostenere i costi, e ridurrà gli orari o i giorni di apertura.

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Giornata della legalità, anche con il coronavirus il metodo Falcone fa scuola

In questa Giornata della legalità ricordiamo il 28° anniversario di Capaci, l’attentatuni con cui Cosa nostra sterminò Giovanni Falcone e la moglie, Francesca Morvillo, insieme ai giovani di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Dalle esperienze di Falcone si ricavano insegnamenti preziosi, condensabili in un principio base: per ottenere risultati ci vuole “metodo”. Nel contrasto alla mafia (criminalità organizzata), metodo significa “organizzazione contro organizzazione”. Di qui l’intuizione di creare un pool di magistrati antimafia che operasse secondo i parametri della centralizzazione e specializzazione. Tutti i processi di mafia dovevano confluire nel pool (prima erano frantumati in mille rivoli non comunicanti, con totale dispersione dei dati); ed i magistrati del pool dovevano occuparsi soltanto di questi processi, in modo da approfondire sempre più il fenomeno. Nasce così il “maxiprocesso”: capolavoro del pool (Falcone ne era la punta) e svolta decisiva nella storia del nostro Paese. Per le giuste condanne (19 ergastoli e oltre 2600 anni di reclusione a mafiosi di ogni ordine e grado); ma soprattutto per il crollo del mito dell’invulnerabilità di Cosa nostra, attiva da circa due secoli ma fino ad allora praticamente impunita.

Ciò che rende assurdo e incredibile (o se si preferisce spiega fin troppo chiaramente) il fatto che Falcone sia poi stato “fermato” con calunnie e delegittimazioni d’ogni sorta: azzerando il pool e il suo metodo di lavoro vincente, umiliando Falcone fino a costringerlo ad emigrare da Palermo (ormai tutte le porte gli venivano sbattute in faccia) a Roma; qui continuò a impegnarsi da par suo applicando su scala nazionale il metodo “palermitano” basato su centralizzazione e specializzazione, creando la Procura nazionale, le Procure distrettuali antimafia e la DIA con relative banche dati. Un’ottima organizzazione che funziona ancora oggi, predisposta mentre la Cassazione (il 30 gennaio del 1992, ndr) confermava in via definitiva le condanne del maxi, rifilando ai boss ( che avevano fatto di tutto per impedirlo) una “tagliata di faccia” intollerabile. Un esiziale “uno-due”, cui Cosa nostra reagì con protervia bestiale: le stragi.

Oggi, ai tempi del coronavirus, il metodo Falcone fa ancora scuola. La pandemia sta causando – oltre a danni devastanti alle persone – uno choc economico-finanziario gigantesco. Molte attività rischiano di chiudere o faranno una gran fatica a riprendere. Si aprono così nuove opportunità ai mafiosi, che hanno nel loro dna di sciacalli la specialità di “ingrassare” speculando sulle sofferenze e disgrazie altrui. Uno scenario già di per sé cupo potrebbe tracimare in catastrofe.

E’ necessario giocare d’anticipo organizzandosi al meglio: sia traducendo in cifra operativa i cosiddetti bazooka economici, cioè gli aiuti massicci previsti sul piano nazionale ed europeo; sia pianificando per tempo forme efficaci di contenimento che incidano sul primo manifestarsi degli appetiti mafiosi. Una strada intrapresa dal capo della Polizia, Franco Gabrielli, costituendo – fin dall’inizio di aprile – un “Organismo permanente di monitoraggio presso la Direzione centrale della Polizia Criminale” (in collegamento con ogni altra Autorità interessata e con gemmazioni in tutte le Prefetture del Paese) per procedere ad un’accurata e preventiva ricognizione a tutto campo dell’infiltrazione dell’economia mafiosa italiana ed europea, con attenzione anche ai “tentativi di condizionamento dell’attività deliberativa relativa agli appalti pubblici”.

Un’iniziativa di pianificazione che richiama – appunto – gli insegnamenti di Falcone: organizzarsi in base alla raccolta dati e al loro studio, senza lasciare nulla all’improvvisazione.

Il 9 maggio l’Osservatorio ha elaborato un primo “report” di 75 pagine che individua i settori di maggior interesse per le cosche, ne analizza le strategie, elenca le precauzioni da adottare, tratteggia anche il “welfare mafioso” con cui si supportano le famiglie in crisi e si aumenta il consenso.

Un clamoroso riscontro di queste preoccupazioni si è avuto il 12 maggio: un’inchiesta Palermo-Milano ha portato all’arresto di 91 persone, mafiosi e complici, accusate di voler mettere le “Mani in pasta” (questa la denominazione dell’operazione) puntando ad attività economiche in crisi, in particolare al quadrilatero milanese della moda, a discoteche, negozi e centri scommesse.

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Coronavirus, aprile duro in Europa per elettriche e plug-in. Ma tengono più delle altre

La crisi del comparto auto innescata dal Covid-19 non fa sconti a nessuno, nemmeno al segmento delle autovetture elettriche e plug-in – quelle ibride ricaricabili alla spina –, che frena nel mese di aprile. L’unico mercato europeo dove le immatricolazioni di plug-in continuano ad aumentare è la Germania: nella principale piazza europea dell’auto, infatti, in aprile si è registrato un crollo del 61,1%, il peggior risultato di sempre. Tuttavia, sempre in Germania, le ibride ricaricabili hanno fatto segnare un +87% mentre le vetture a zero emissioni hanno limitato le perdite ad appena il 2,8%.

In Francia, elettriche e plug in ad aprile sono calate meno del mercato: rispettivamente -62 e –67%, a fronte di un -89% complessivo mensile. Considerando invece il quadrimestre, in calo del 48%, sono stati buoni i risultati delle ibride – che passano da 36.348 vendite a 40.626, raggiungendo il 10,5% di quota – con le plug-in che crescono dell’88%, a 9.850 unità e una quota del 2,6%. Fanno +97% le elettriche, che con 27.132 immatricolazioni raggiungono la quota del 7%.

Tuttavia, secondo gli analisti di BloombergNEF, le prospettive rimangono molto grigie per tutto il 2020: nell’anno in corso, infatti, la pandemia potrebbe intaccare il mercato globale delle auto elettriche, facendolo scendere del 18%. Il che costituirebbe una decisa battuta di arresto dopo un decennio di crescita. Il bicchiere mezzo pieno è costituito dal fatto che il calo sarà in misura minore rispetto a quello che toccherà ai veicoli tradizionali. Sicché, le vendite di auto elettriche dovrebbero attestarsi a quota 1,7 milioni di unità, pari al 3% delle vendite complessive di veicoli. Andrà molto peggio alle autovetture a combustione, che registreranno una picchiata del 23%.

“La pandemia di Covid-19 è destinata a causare una grave flessione delle vendite globali di auto nel 2020”, ha affermato Colin McKerracher di BNEF: “La pandemia sta sollevando domande difficili sulle priorità dei produttori di automobili e sulla loro capacità di finanziare la transizione alle auto green. Le prospettive di lungo termine non sono cambiate, ma il mercato correrà su un terreno accidentato per i prossimi tre anni”.

Da qui scaturisce la previsione che la fetta di mercato delle EV salirà al 7% del totale nel 2023, toccando 5,4 milioni di immatricolazioni a livello globale. Non solo: secondo gli analisti, nel 2040 il 58% delle auto vendute saranno a zero emissioni e rappresenteranno il 31% del parco circolante. Sempre nel 2040, saranno elettrici anche il 67% degli autobus urbani, il 47% dei mezzi motorizzati a due ruote e il 24% dei veicoli commerciali leggeri. Per ricaricare tutti questi veicoli, sostengono gli esperti, tra vent’anni serviranno 290 milioni di punti di ricarica, di cui 12 milioni in aree pubbliche, per un investimento cumulativo da 500 miliardi di dollari.

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Coronavirus, la Bce: “Nel primo trimestre Pil dell’Eurozona -3,8%. Ma impatto della pandemia sarà peggiore nel secondo”

La peggiore crisi, una ripresa incerta. Questo lo scenario che la Banca centrale europea vede per l’eurozona nel corso del 2020. La crisi dovuta alla pandemia – si legge nel bollettino mensile dell’Eurotower – ha arrestato gran parte dell’attività economica e provocherà una caduta del Pil dell’Eurozona compresa fra -5 e -12%. E “con la graduale rimozione delle misure di contenimento, si verificherà una ripresa dell’attività economica, la cui rapidità e portata restano tuttavia fortemente incerte”. “Al di là dei disagi derivanti nell’immediato dalla pandemia di coronavirus – scrive la Bce – con la graduale sospensione delle misure di contenimento la crescita dell’area dell’euro dovrebbe riprendere, sostenuta da condizioni di finanziamento favorevoli, dalle politiche di bilancio nell’area e dalla ripresa dell’attività mondiale. Tuttavia, l’incertezza è estremamente elevata e rimarrà tale, rendendo molto difficile prevedere la probabile portata e durata dell’imminente recessione e della conseguente ripresa”.

Tradotto: se il primo trimestre 2020 è stato segnato dal crollo delle attività economiche, lo scenario peggiore potrebbe verificarsi nel secondo trimestre: “Il deterioramento degli indicatori dei consumi è senza precedenti”, scrive la Bce a proposito dell’effetto dei lockdown sull’attività economica dell’Eurozona. “Lo shock provocato dal COVID-19 – si legge – ha prodotto un effetto diretto attraverso il razionamento di diverse componenti di spesa. Gli effetti indiretti dovrebbero concretizzarsi attraverso l’impatto sul reddito, sulla ricchezza e sull’accesso al credito. Inoltre, la domanda repressa può avere un impatto positivo una volta revocate le misure di contenimento. L’impatto nel medio periodo sui consumi privati dipende dalla durata dei lockdown, dal ritmo di allentamento delle misure, dai cambiamenti del comportamento delle famiglie e dall’efficacia delle politiche pubbliche”. Nello specifico, “la pandemia e le relative misure di contenimento hanno colpito duramente il settore manifatturiero e dei servizi, con ripercussioni sulla capacità produttiva dell’economia dell’area e sulla domanda interna. Nel primo trimestre del 2020, interessato solo in parte dalla diffusione del virus, il Pil in termini reali dell’area dell’euro è diminuito del 3,8 per cento sul periodo precedente, per effetto delle misure di chiusura messe in atto nelle ultime settimane del trimestre. Il brusco ripiegamento dell’attività economica ad aprile – si legge ancora – suggerisce che tale effetto sarà probabilmente persino più grave nel secondo trimestre. Tenuto conto dell’elevata incertezza riguardo alla durata della pandemia, è difficile prevedere la probabile entità e durata dell’imminente recessione e della successiva ripresa”.

Per parte sua, l’istituzione diretta da Christine Lagarde si dice pronta a fare tutto il necessario: “Il consiglio direttivo della Bce è determinato a continuare a sostenere l’economia dell’area dell’euro di fronte alle attuali disfunzioni economiche e all’accresciuta incertezza e ha pertanto deciso di rendere ancor meno vincolanti le condizioni relative alle operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine e di avviare una nuova serie di operazioni, non mirate, di rifinanziamento a più lungo termine per l’emergenza pandemica”. Gli acquisti di debito con il programma per l’emergenza pandemica (Pepp) “continueranno ad essere effettuati in maniera flessibile nel corso del tempo” e “finché il Consiglio direttivo non avrà ritenuto conclusa la fase critica legata al coronavirus”. Il Consiglio “ribadisce il massimo impegno a fare tutto ciò che sarà necessario nell’ambito del proprio mandato per sostenere tutti i cittadini dell’area dell’euro in questo momento di estrema difficoltà”.

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Coronavirus, Johnson: “Lockdown prosegue. Quarantena per chi viaggia, tranne i francesi”

“Questo semplicemente non è il momento di mettere fine al lockdown”. Il premier britannico Boris Johnson allontana le riaperture nel Regno Unito, concedendo solo alcune possibilità di spostamento per lo più per lavoro e in famiglia. I negozi e le scuole, invece, non apriranno prima di giugno. Poi il primo ministro inglese ha annunciato che, “grazie ai vostri sacrifici siamo adesso in condizioni di iniziare a muoverci verso il livello 3″ di allerta dal livello 4 per l’emergenza coronavirus. Johnson ha quindi sottolineato che “tutti avranno un ruolo da giocare nel tenere il fattore R (l’indice di contagio) basso, restando attenti e seguendo le regole”.

“Dobbiamo rimanere allerta, controllare il virus e salvare vite”, ha aggiunto. Quindi, lui che a inizio emergenza aveva accarezzato l’ipotesi dell’immunità di gregge, ha detto: “È un dato di fatto che adottando le misure di contenimento abbiamo impedito a questo Paese di essere inghiottito da quella che avrebbe potuto essere una catastrofe in cui lo scenario ragionevole peggiore sarebbe stato mezzo milione di morti”.

Nei prossimi due mesi, poi, le decisioni del governo britannico saranno guidate “dalla scienza, dai dati e dalla salute pubblica, non dalla speranza o dalla necessità economica“. Dalla politica però si, visti i distinguo annunciati a stretto giro per i viaggiatori francesi che non saranno sottoposti alle restrizioni previste per gli altri. Quanto all’immediato, i piccoli alleggerimenti delle restrizioni, anche per lo svago, nel Regno Unito inizieranno da mercoledì. Le limitazioni cadono per l’esercizio fisico individuale all’aperto, si potrà prendere il sole nei parchi, guidare la macchina verso altre destinazioni cittadine, fare sport di gruppo ma solo con membri della stessa famiglia. Sempre “nel rispetto del distanziamento” e con controlli e multe più pesanti “per i pochi che violano le regole”.

Cambiano già da lunedì invece le indicazioni sul lavoro, in particolare nell’edilizia e nell’industria manifatturiera. Johnson ha precisato che la raccomandazione non sarà più di andare al lavoro solo se si deve e “lavorare da casa se si può”. Coloro che non possono lavorare da casa sono invece ora “incoraggiati” ad andare al lavoro, seppure evitando il trasporto pubblico, cercando di andare in bici o a piedi e con linee guida per le aziende su sicurezza e distanziamento.

Quanto alle tappe successive della road map verso la Fase 2, il premier britannico ha detto che saranno condizionate alla verifica scientifica della continuazione di un decremento di contagi da coronavirus e al ritorno del tasso d’infezione al livello 1 (ora nel Regno è fra 0,5 e 0,9, ha detto). Con una possibile “riapertura graduale dei negozi” e delle scuole, a partire dalle elementari, non prima di giugno. E, non prima di luglio, un’eventuale “riapertura di alcune strutture dell’industria dell’ospitalità, a patto che siano sicure e garantiscano il distanziamento sociale”.

L’inquilino di Downing Street ha anche annunciato l’intenzione di introdurre presto una quarantena obbligatoria per qausi tutti coloro che viaggeranno nel Regno Unito: la quarantena, che secondo le anticipazioni sarà di 14 giorni e riguarderà tutti i viaggiatori, con o senza sintomi, servirà a rafforzare la sicurezza ai confini man mano che si alleggerirà il lockdown sul fronte interno. Johnson non ha ancora precisato però una data d’entrata in vigore. L’unica certezza è che la misura non riguarderà i viaggiatori francesi nel Regno Unito e i britannici in Francia come ha annunciato Johnson in una nota congiunta con il presidente francese Emmanuel Macron in cui si precisa che “qualsiasi misura su entrambi i lati” della Manica sarà “presa in forma coordinata e reciproca”.

La novità che ha scatenato reazioni politiche più forti riguarda comunque la scelta di accantonare lo slogan “Resta a casa” con “Stai allerta”. Un cambiamento di cui Johnson e i suoi ministri minimizzano la portata (“stare allerta significa stare a casa per quanto più tempo possibile”, ha spiegato un portavoce di Downing Street); ma che non convince né l’opposizione laburista che parla di “scarsa chiarezza”, né i governi di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Da Edimburgo, Cardiff e Belfast, i responsabili locali, forti su questa materia dei poteri della devolution, hanno fatto sapere che nei rispettivi territori, dove il lockdown era già stato prorogato almeno fino al 28 maggio, rimarrà in vigore la raccomandazione di “stare in casa”. “Lo slogan stay alert è vago e impreciso”, taglia corto la first minister scozzese Nicola Sturgeon, leader degli indipendentisti dell’Snp.

Ad ammonire il governo centrale dai pericoli di una fuga in avanti, ci sono del resto i suoi consulenti scientifici, riuniti nel Sage (Scientific Advisory Group for Emergencies), sulla base di studi come quello della London School of Tropical Hygiene e dell’Imperial Collegesecondo il quale altre 100.000 persone potrebbero morire di Covid-19 nel Regno Unito prima di fine 2020 se il lockdown fosse alleggerito troppo in fretta. Lo sa bene la regina Elisabetta, 94 anni, confinata col quasi 99enne consorte Filippo nel castello di Windsor da marzo, intende dare il buon esempio e non riprendere gli impegni pubblici per mesi: in autunno al più presto. Il periodo d’assenza più lungo dei suoi 68 anni di regno.

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Vacanze 2020, Conte rassicura: ‘Quest’estate gli italiani non staranno al balcone. Attendo quadro epidemiologico per indicazioni e date’

“Quest’estate non staremo al balcone e la bellezza dell’Italia non rimarrà in quarantena. Potremo andare al mare, in montagna, godere delle nostre città. E sarebbe bello che gli italiani trascorressero le ferie in Italia, anche se lo faremo in modo diverso, con regole e cautele”. Lo aveva anticipato il ministro Dario Franceschini in un’informativa alla Camera il 7 maggio scorso e ora il presidente del Consiglio Giuseppe Conte lo conferma in un’intervista al Corriere della Sera: quest’estate gli italiani potranno andare in vacanza. Gli operatori del turismo, già duramente colpiti da questi mesi di lockdown, scalpitano per ripartire e lamentano l’assenza di direttive precise da parte del governo sulle misure di sicurezza da adottare ma dal premier arriva un invito alla prudenza: “Attendiamo l’evoluzione del quadro epidemiologico per fornire indicazioni precise su date e programmazione”, ha detto Conte.

LE RIAPERTURE – Proprio dall’andamento dell’epidemia dopo le prime riaperture del 4 maggio il governo valuterà se concedere alle Regioni i maggiori poteri decisionali reclamati per eventuali riaperture differenziate. “Con le linee guida che ci permetteranno un controllo della curva epidemiologica, potremo permetterci anche differenziazioni geografiche“, ma “questo non significa procedere in ordine sparso e affidarci a iniziative avventate”, avverte Conte. Quanto alla possibile riapertura di bar, ristoranti e parrucchieri il 18 maggio anziché l’1 giugno, “stiamo raccogliendo i dati dell’ultimo monitoraggio e con gli esperti stiamo definendo regole chiare sulla sicurezza per lavoratori e clienti. Se sul piano epidemiologico la situazione rimarrà sotto controllo, potremo concordare con le Regioni alcune anticipazioni. L’importante è procedere sulla base di monitoraggi puntuali, perché per le imprudenze pagheremmo costi enormi”. Bisogna evitare, prosegue Conte, “comportamenti gravissimi” come quelli visti nei giorni scorsi sui Navigli a Milano ma anche in altre città d’Italia, che rischiano di “vanificare tutti gli sforzi fatti e tornareaun lockdown, anche se circoscritto, con danni ancora più gravi per la nostra economia. Ma ho fiducia che continuerà a prevalere il buon senso degli italiani”. Sulla scuola, “il rientro deve essere gestito in modo unitario su tutto il territorio nazionale”.

GLI AIUTI EUROPEI – In ogni caso quelli che ci aspettano “saranno mesi molto difficili. Avremo una brusca caduta del Pil e le conseguenze economiche saranno molto dolorose”, rimarca Conte che in merito alle risorse economiche messe in campo dall’Europa tiene il punto: “Sulla nuova linea di credito del Mes sono arrivate parole chiare da parte dell’Eurogruppo. Ora attendiamo i regolamenti attuativi, poi valuteremo in Parlamento”, dice il premier. Tuttavia “le risorse del Mes, della Bei, del Sure da sole sono insufficienti. Stiamo in costante dialogo con la Commissione europea perché venga introdotto un Recovery fund di notevoli dimensioni”, con risorse “anticipate attraverso un prestito ponte”. Per quanto riguarda invece i crediti stanziati in sostegno alle imprese e i ritardi nelle erogazioni da parte delle banche, “con la garanzia di Stato ci attendiamo una brusca accelerazione. Le banche devono fare la loro parte”.

LA MAGGIORANZA – Su Matteo Renzi, “Italia viva pone delle questioni, a volte, con particolare vivacità. Ma sono convinto che da questo confronto ripartiremo più forti e coesi”, dice Conte, che sull’ipotesi di un governissimo di Mario Draghi commenta: “Non so quante volte si sarà sentito strattonato. Chi davvero ha per lui la stima che pure professa di avere, farebbe bene a non sciupare il suo nome nel teatrino dei giochi politici quotidiani”. Parlando della discussa sanatoria, “regolarizzare per un periodo determinato immigrati che già lavorano sul nostro territorio significa spuntare le armi al caporalato e agli schiavisti del nostro tempo, contrastare il lavoro nero, effettuare controlli sanitari e proteggere la loro e la nostra salute, tanto più in fase di emergenza sanitaria”, rileva il premier.

LA GIUSTIZIA – Infine, nella serata di sabato il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto del ministro della Giustizia per far tornare in carcere i boss mafiosi scarcerati nei giorni scorsi per questioni sanitarie legate all’emergenza coronavirus e il premier Conte conferma la sua fiducia al guardasigilli Bonafede. Anche in merito al caso Di Matteo: “Mi amareggiano le illazioni – dice Conte -. Parliamo del ministro che con il provvedimento sulla corruzione ha sbarrato la porta delle istituzioni agli appetiti criminali. Continuerà a farlo, a testa alta”, conclude.

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